Trjë trajë . Una filastrocca tra memoria, gioco e antichi mestieri

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Mario Faggella

Nei primi anni ’60, quando la vacanza al mare rappresentava un privilegio di pochi fortunati sanfelesi, le pietre assolate o chiangunë che attorniavano la cascata del Uattënnierë, erano la spiaggia rigorosamente unisex e spesso adamitica che accoglieva i ragazzi che vi accorrevano scendendo lungo i sentieri nel bosco che dal paese portavano a quella che la comune ironia definiva a tonzë dë rë pecuërë.

La citazione del Uattënnierë era perciò legata fino a poco tempo fa essenzialmente al ricordo di quei bagni nature che noi adolescenti azzardavamo anche come rito di iniziazione ad una maggiore età, invidiando  i più temerari o esperti che si tuffavano dalle rocce o scivolavano lungo il canale d’acqua.

Nessuno allora avrebbe mai collegato quel luogo all’importante operazione che il lavaggio delle pecore svolgeva nell’intero ciclo di lavorazione della lana,  opportunamente  evidenziato nell’articolo  San Fele, lingua e cultura dialettale del Gruppo A.L.Ba dell’1/8/2018.

Tanto meno poi si sarebbe potuto pensare alla storia che il termine Uattënnierë   conteneva in sè come derivazione dal latino medievale BATENDERIUS, inizialmente riferito al solo maglio di legno come parte essenziale dell’impianto per la gualcatura dei panni, poi esteso a tutto il macchinario, al mestiere, alla complessiva struttura muraria per meglio distinguerla dagli altri mulini, e infine allo stesso luogo in cui era situata la gualchiera.

Già nel 1606 infatti il BATTENNIERO seu VARCHERA  (1) viene indicato  tra i luoghi di confine del demanio comunale, a significare che esso era sinonimo di gualchiera tanto da essere  considerato un preciso toponimo di riferimento.

La valorizzazione turistica delle cascate e degli attuali ruderi del Uattënnierë, che l’omonima Associazione meritoriamente sostiene da qualche anno, mi ha portato a ripensare alla cantilena “Trjë trajë recitata tante volte da mia madre (1902-1995) quando, nelle rare pause dai molteplici impegni familiari, giocherellava con i bambini del vicinato.

Seguendo le regole grafiche proposte dal Prof. Luciano Alfonso nella sua Grammatica del dialetto sanfelese (2), la riporto specificandone brevemente le semplici modalità di esecuzione: il bambino messo a cavalcioni sulle ginocchia e tenuto per le manine, dapprima trottava al ritmo onomatopeico del passo del cavallo e poi veniva fatto oscillare avanti e indietro cantilenando la filastrocca che si concludeva con l’abbraccio  e col sorriso del piccolino che aveva provato forse un qualche brivido di paura per il timore di cadere.

Trjë trajë Note
Trò trò trò

Chë bellü cavaddë ca passë mò

 

Trjë trajë,

oscë e crajë

vottä venë, vottä vajë.(1)

Së në vajë a rë  gaietë  ( 2)

ndò filënë la setë,

la setä e lu sëtinë ( 3)

quistü figlië è nu signurinë (4)

……….

………

Trò trò trò

Chë bellü cavaddë ca passë mò

 

Trjë trajë

………

……….

1)      a vottä  era un tipo di trainë  (carrozza )  usata per il trasporto di botti con liquidi  o merci,  da parte “ du trainierë “. Oggi a Roma resta solo per uso turistico. Più comune resta invece nel paese l’espressione “ scì cu a carrozzë dī scarparë “  ( andare a piedi );

2)       gaietë  ( dal latino caieta): la fama di Gaeta era assai diffusa nel Regno Borbonico, soprattutto dal 1776 quando a San Leucio ( Caserta) vennero aperte le manifatture della seta; forse anche la famiglia Gaeta di Bella ( nota nei paesi vicini per la lavorazione delle lana e delle maglie) potrebbe essere riferibile alla città campana di provenienza;

3)       u sëtinö ( dal latino setinus ) era un tipo di seta assai sottile, per vestiti da signori. Il figlio maggiore era chiamato dalla servitù proprio  u signurinë. Veniva chiamato sëtinö  anche  a setä  strettë  necessaria a setacciare la farina per i dolci. Assai frequente era l’espressione “passà pā seta strettë “ per dire “ essere messo a dura prova da una malattia“;

4)      Dire “signurinë ” al proprio figlio voleva essere un complimento e forse anche un augurio di futuro benessere.

Nella capacita di evocazione di momenti di vita e di rapporti che le parole della filastrocca  ancora conservano, è possibile  ritrovare anche l’eco dell’antica pratica della tessitura diffusa in tante famiglie nelle quali  le professioni femminili di filatrice e tessitrice sono  frequentemente attestate negli atti anagrafici  di matrimonio di tutto l’Ottocento e nel ricorso ancora persistente di termini, proverbi o  detti dialettali legati a questa modesta impresa domestica.

Alcuni stessi soprannomi di alcuni rami delle famiglie sanfelesi, come Tartarofëlë, Tëndorë , Scardalanë,, Cëmarulë  ( addetto alla cimatura dei panni)  ci testimoniano  chiaramente  l’indispensabilità nella società contadina di questa attività artigianale  e di altri mestieri ( Cëstarë, Carruzzerë, Uardarë  ) ad essa  in qualche modo correlati per  la raccolta, la conservazione ed il trasporto della lana o dei panni lavorati.(3)

Lo si desume anche in sintesi dalla  Statistica Murattiana  del 1811 in cui San Fele, pur “ rinomato per i carri da trasporto ..”  è  un “ paese importatore di lana grezza dove le poche lane che si manifatturano si comprano la più gran parte nella provincia di Capitanata e Bari …” nel quale tuttavia “ le gualchiere battono male “ a differenza di quelle dei vicini paesi di Ruvo, Rapone e Pescopagano.( 4)

Più circostanziate risultano invece le  informazioni sui Molini e le Valchiere contenute nella Relazione su Santo Fele di Antonio Catenacci de Consalvo del 1769 dalla quale si apprende che : Il miglior traffico, ch’è di questa Terra, è l’arte di lavorar la lana rozza. Ne riesce di molto vantaggio alli negozianti lo smercio di simili panni nelle Fiere convicine, e tiene applicate le donne povere in un tal lavoro con cui suppliscono in buona parte al vestire delle loro povere famiglie”.(5)

Nate dall’esile trama di una filastrocca popolare e dal piacere di ritrovare nel dialetto volti, oggetti, luoghi e situazioni di vita irrimediabilmente scomparsi, queste sparse considerazioni mi portano ad auspicare il consolidarsi dello sviluppo  turistico del territorio, accompagnato però anche da  un più ampio  lavoro di documentazione  sulla storia della comunità sanfelese  che  sopravvive soprattutto nella tradizione orale e rischia di disperdere le radici della propria identità.

Sarebbe opportuno, infatti, pubblicare integralmente e ad integrazione dei testi sopracitati, le informative  fornite nel 1735 dall’Università di San Fele all’avvocato fiscale Don Rodrigo Maria Gaudioso e da questi rielaborate per sintesi nella  Descrizione della Provincia di Basilicata del 1736 al ministro Bernardo Tanucci.  6)

 

NOTE

1)  cfr Pietro Stia , Capitoli Parlamenti Relazione Catenacci. San Fele  dall’anno 1601 all’anno 1765, Bella print s.n.c , 2011;

2) Alfonso Luciano, Grammatica del dialetto sanfelese, EditricErmes, Potenza, 2004;

3) cfr.  al riguardo il libro Arti,mestieri e scene di vita popolare  a cura della  classse 3 B , Scuola Media  G” Faggella”, Triennio 1997-2000, Litostampa Ottaviano, Rionero in Vulture, 2000;

4) Tommaso Pedio, La statistica murattiana, Potenza, 1964;

5)  cfr Pietro Stia, op. cit.,  pgg 115 e seguenti;

6) cfr Antonio D’Andria, La Basilicata all’inizio del regno di Carlo di Borbone, in www.storiamediterranea.it

 

 

 

 

 

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Sull' Autore

Mario Faggella

Sono nato a San Fele nel 1944 e vivo a Imola dal 1987. Dopo essermi laureato in Lettere a Bologna, sono stato insegnante in vari Istituti superiori di Melfi e di Imola. Preside dal 1987 al 2009 ed anche socio del Circolo dei Lucani di Bologna, ora svolgo attività di volontariato nell’Università Aperta coop sociale di Imola ( www.univaperta.it) che organizza e gestisce oltre 60 corsi annuali per la formazione permanente degli adulti a carattere intergenerazionale.


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