TRUMP, L’ONDA BLU E LA LOTTA INTERNA DI SANDERS

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Marco Di Geronimo

Donald Trump rischia una colossale batosta alle elezioni di metà mandato. Potrebbe perdere sia la Camera dei rappresentanti, sia il Senato. E se il Partito repubblicano uscisse con le ossa rotte, potrebbe decidere di fare autocritica. Con un’inchiesta ben avviata alle spalle, autocritica potrebbe significare appoggio (perlomeno parziale) all’impeachment.

In questo scenario si gioca però una partita più complicata. Cioè il match interno al Partito democratico. Perché se alle elezioni di mid-term si concretizzerà quella che gli opinionisti americani chiamano l’onda blu, molto dipende dalla dialettica tra progressisti e moderati.

Il partito dell’Asinello infatti sembra non avere mai archiviato le elezioni primarie del 2016. Hillary Clinton non è più in campo (anche se si teme sempre la discesa dal cielo della figlia Chelsea), eppure l’ala moderata non perde pezzi. Da più parti si chiama la candidatura di Joe Biden, vicepresidente di Obama e acclamato da larghe fette dell’opinione pubblica USA.

Dietro a questo fermento dei moderati in blu (i colori politici statunitensi sono invertiti: i rossi sono i repubblicani) c’è il fermento dei progressisti. Cioè dell’ala più radicale del partito, capitanata da Bernie Sanders. Il vincitore morale delle scorse elezioni è infatti proprio lui, il vecchietto del Vermont che s’appresta a ricevere il terzo mandato da senatore e catalizza l’attenzione di tutti i candidati e gli elettori più radicali.

Trump – un po’ come gli altri demagoghi in giro per l’Europa – ha infatti un solo avversario credibile. Sanders: cioè una sinistra organizzata, determinata, capillare e radicale. La propagandata rottura con il precedente sistema non si è realizzata. È di pochi giorni lo scandaloso blocco all’aumento degli stipendi dei dipendenti federali, resosi necessario dall’iniezione di denaro pubblico nei portafogli dei miliardari (leggasi: taglio delle tasse ai più ricchi). L’indice di popolarità del Presidente è ai minimi storici. E la sua situazione si complica ogni giorno che passa, a causa del vaso di Pandora che l’indagine condotta da Mueller minaccia di scoperchiare.

In un contesto di aperta debolezza della Casa Bianca, il Partito democratico vorrebbe concretizzare una grande vittoria. Ma da questa vittoria dipende anche il futuro dell’Asinello, al momento in bilico tra la svolta a sinistra e il ritorno al centro. Il vero rischio è che il movimento organizzato da Sanders (che si chiama Our Revolution, la Nostra Rivoluzione) debba incassare una sconfitta.

La base democratica, troppo moderata, sembra scollarsi dal resto del Paese: è per questo che a gran voce Sanders chiama i suoi sostenitori a iscriversi. In alcuni casi le primarie sono aperte soltanto ai militanti. La sinistra dem sa bene che se vuole impossessarsi del Partito deve cominciare un lungo e lento percorso di ricambio interno. Una prima vittoria è stata incassata qualche settimana fa, quando la DNC (Democratic National Commission) ha tolto il diritto di voto ai super-delegati nella scelta del candidato Presidente (perlomeno alla prima votazione). In buona sostanza i dirigenti del partito non influenzeranno la scelta del futuro ticket, a meno che il risultato delle primarie non sia tanto equivoco da necessitare una seconda votazione.

Questo permette all’ala progressista di avere più spazio di manovra: mancano radicali nella struttura organica del Partito. Ma bisogna ancora formare una coscienza politica e un’appartenenza elettorale ai flussi di americani che hanno creduto in Sanders. Infatti nelle primarie dem, diversi candidati da lui appoggiati hanno perso. Ultimo, il candidato sandersiano alle primerie dem in Ohio. E però si registrano anche vittorie, in questa lotta interna che determinerà il futuro dell’Asinello. Tra queste, due importanti. La prima: quella di Alexandria Ocasio-Cortez, candidata ufficiale dei democratici per un seggio alla Camera a New York. Popolarissima, è già icona nazionale. La seconda, più recente, è quella di Andrew Gillum, alle primarie dem della Florida. Che hanno registrato 600mila partecipanti in più dalla scorsa volta.

L’onda blu è vicina. Ma potrebbe spomparsi da un momento all’altro. I moderati ritengono che bisogna intercettare i voti del centro, i repubblicani in fuga perché allontanati dalla politica rigida di Trump. I progressisti invece puntano a intercettare proprio chi, deluso dalla Clinton e dell’establishment democratico, votò per protesta Trump nel 2016. E adesso senz’altro non gli crede più. Questa strategia a due punte (in realtà frutto dello scoordinamento della leadership e non di un disegno diabolicamente intelligente) potrebbe portare a una grandiosa vittoria a novembre. Ma poi partirà la corsa a spartirsi la carcassa. Sempre che le due ali non cozzino tra loro e facciano precipitare la chances di rivalsa.

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Sull' Autore

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E. In passato ho scritto anche per ItalianWheels, per Onda Lucana e per Leukòs.

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