“TUCCINO”, NEI RICORDI DI CARMELO CUSCINO

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LUCIO TUFANO

L’idea di ricordare Vito Riviello, all’epoca della sua morte, è stata l’occasione per gli amici di scuola e di vita di portare alla luce episodi ed eventi che ne hanno arricchito la figura, rilevando aspetti del poeta potentino in gran parte sconosciuti. Per tutti vale la lettera che Carmelo Cuscino,scrisse a Lucio Tufano, autore della raccolta di testimonianza  dal titolo ” io, Tuccino e gli altri negli anni 50 e 60″

 

Carissimo Lucio,

l’idea di ricordare Tuccino nell’anniversario della sua scomparsa,  Ti  fa onore  e, ancora una volta,  per il modo in cui vuoi farlo, conferma  il ruolo che da tempo hai assunto: ricucire ed evidenziare quei flash  di un Territorio  che nascondono un’essenza culturale, non sempre evidenziata dalla storia – per così dire – ufficiale. 

È evidente che aneddoti e ricordi scritti  contribuiscono  a ricostruire memorie  di un tempo lontano che “Io,Tuccino  e gli amici” (è questo il titolo di copertina della Tua pubblicazione?),  saprà raccogliere ed offrire  alla curiosità  dei vecchi potentini ed alla voglia di una più completa informazione di qualche giovane lucano.     Tuttavia i soli scritti (hai proprio ragione) non bastano  e, da quello che ho capito, la Tua pubblicazione si baserà soprattutto su una rassegna di immagini ragionate che  costituiranno una testimonianza più oggettiva e sicuramente più accattivante.

Ottima cosa,dunque.

Per quel che mi riguarda, avrei voluto contribuire al Tuo lavoro con questo intento,  ma per quanto abbia rovistato  e  “fatto rovistare”  dappertutto per  recuperare le numerose foto che ritraggono me, Tuccino ed altri, nel corso degli anni ’50 e dintorni, non sono riuscito a trovare nulla se non quattro fotografie, conservate da mia moglie,  più ordinata e diligente di me, delle quali due sono pressoché simili, una ritrae Tuccino in una foto che gli feci a Salerno (con dedica sul retro), la quarta fu  scattata alle mie nozze (Tuccino fu uno dei miei testimoni).

Te le spedisco in maniera  che Tu possa valutarne l’utilizzo , così come per questa mia lettera che potrai stralciare, lasciarla così com’è o…cestinarla.

Le altre e più significative foto (raccolte in un faldone che sarà pure da qualche parte e che prima o poi uscirà fuori) sono numerose e  non credo di  ritrovarle  ed inviartele  per  tempo.  

Cercherò di recuperarle  in un secondo momento,  non fosse che per  riscoprirle insieme in  una delle mie  puntate  potentine e, all’occorrenza, prevedere (perché no?) un’ antologia fotografica  che sicuramente molto più delle parole saprebbe ricucire  un pezzo importante della nostra formazione.

Sono sicuro che  -a parte le mie foto mancate-  ne avrai recuperate molte altre che, con tutti gli aspetti positivi e negativi,  consegneranno  alla soggettività del singolo lettore non solo  una sequenza di  “scoperte” e ricordi, ma soprattutto  la immagine significativa di una cittadina dell’epoca che nonostante il provincialismo d’obbligo,  era in continua crescita (e, a mio avviso, lo è ancora) che l’ha resa  positivamente vivace, ma che -ieri come oggi- la relegava in una sorta di perenne precarietà, tipica categoria del cambiamento. 

Per quanto riguarda le foto  scomparse,  fino a qualche anno fa,  mi  piaceva rivederle e frugare nel tempo passato con mal celato distacco nei confronti di una storia comune,  mai definitivamente andata. 

Ne avevo un bel po’ .   

Ritraevano me e Tuccino  in  contesti diversi: un gruppo scolastico a san Giovanni Rotondo (c’era anche Pepè Pedota), in procinto di partire  da Piazza Prefettura e, in quella circostanza Tuccino e Pepè avevano organizzato una  improvvisa e imprevista  “raccolta di fondi”  per  una qualche cosa.

Una immagine ripropone ne, Tuccino, Mazzotta ed Anna Maria (sorella di Tuccino)   nella sua casa di vico Puntolillo dove in una stanzetta del secondo piano, si consumavano letture e progetti comuni  e dove, nel piano inferiore, ascoltavamo –irriverenti- “Arsenio Lupin”, una divertente trasmissione radiofonica che ci incuriosiva soprattutto perché  potevamo farlo intorno ad un radiogrammofono, nuovo di zecca, acquistato dal papà di Tuccino presso l’unico rivenditore potentino “Braucci”; trasmissione che si alternava  con un servizio  periodico sulle affinità fra il boogie-woogie (arrivato in Italia nell’immediato dopoguerra) ed il rock and roll dei primi anni 50.

Un’altra foto ritraeva, a Salerno, me, Tuccino ed una ragazza di Vietri sul Mare (non ricordo il nome), alluvionata, della quale Tuccino si era invaghito e  manifestava il suo  “innamoramento”  con  cappotti e vestiari di ogni genere, che, insieme a me,  raccoglieva per  portare il tutto a Salerno, con l’autobus di Liscio, e quindi, con altro autobus,  a Vietri (lo abbiamo fatto, faticosamente, due volte, ma -fosse stato per Tuccino- lo avrebbe fatto ogni giorno). La ragazza di Vietri sul Mare era diventata una musica, “Ruby”,  quella del film “Ruby fiore selvaggio” e , per tutto il periodo del suo innamoramento, costringeva me ed altri pazienti amici ad ascoltarne il disco ripetutamente.

Non ricordo chi fotografò me, la mamma di Tuccino e Tuccino stesso, nella sua prima libreria, in via Roma, aperta, con impegno e sacrificio dai suoi genitori, su suggerimento di Pietro Valenza  che, in una delle tante passeggiate notturne in via Pretoria, aveva proposto a Vito l’apertura di  una libreria; l’unico modo  allettante per conciliare  una sistemazione” della vita  di Tuccino, con un punto di incontro degl’intellettuali, giovani e non , dell’epoca. 

La libreria fu aperta e anche prima del trasferimento in via Pretoria, diventò subito una sorta di cenacolo, dove, non solo  discutevamo di rivoluzioni imminenti, contro il  cubano  Battista ed il portoghese Salazar, ma   si programmavano alcune manifestazioni letterarie e si  prevedevano mostre d’arte che, poi, venivano allestite nel grande salone dell’allora    “Camera del Lavoro” di Piazza Sedile (poi divenuto Comune e poi…?) o  nell’atrio dell’Albergo Lombardo, altro luogo di riferimento della vita cittadina.

Nella libreria di via Roma fu  pensata la prima raccolta di poesie, degne di nota, di Tuccino quella edita nel 1955 da Schwarz dal titolo Città fra Paesi.  Ne ricordo a memoria una, La Figlia del Vinaio  che,  molti anni dopo, lui stesso  recitò, a Brindisi,  in occasione di un evento culturale pugliese.

Io e Tuccino, con Giulio Stolfi, Gerardo Corrado, Rocco Falciano  fummo fotografati nell’atrio dell’ Albergo Lombardo in occasione di una rassegna di pittura, durante la quale il presidente della provincia prof .Verrastro, fece acquistare un quadro (di uno di noi), per 15.000 lire che, di sera,  trasformammo in patatine fritte e salciccia  consumate nella trattoria   (non ne ricordo il nome), di  Piazza sedile. Questo era un locale che per me,  Tuccino ed altri amici,   costituiva una pressoché  quotidiana occasione di incontro con Pietro Valenza, allora commissario del PCI di Potenza, e di altri  sindacalisti e funzionari di partito che, in quella trattoria, consumavano i pasti “in convenzione.”  Qui,  con la buona cucina,  abbiamo recepito i rudimenti  delle istanze politiche “egualitarie e garantiste” dell’epoca ed io e Tuccino avemmo in regalo “il Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx in due miniedizioni tascabili con la copertina rigorosamente rossa. Un’altra fotografia, della quale non ricordo nulla e, quindi,  sarà stata certamente  occasionale, ritraeva me, Tuccino, Pietro Valenza, Donato Scutari, Tommaso Pedio, Giovannino Russo, Michele Parrella al Gran Caffè  (questa foto dovrebbe averla anche la famiglia Pergola).

 Per il Tuo libro, voglio ancora ricordare un paio di  flash  su Tuccino liceale (abbiamo frequentato il secondo liceo insieme) che  lo hanno poi caratterizzato nella sua perenne ironia, anzitutto su se stesso e quindi sui rispettivi contesti  in cui di volta in volta veniva a trovarsi veniva a trovarsi.

Al V° Orazio Flacco di Potenza, ogni volta che  cambiava il bidello o si alternava di turno con un suo collega, Tuccino era pronto a mandarlo in classe  con un bicchier d’acqua che, diceva, essere stata richiesta dal professore.  Ovviamente non era vero e, rientrato in aula,  al rimprovero  dell’insegnante, non negava l’accaduto, ma -meravigliatissimo – si giustificava dicendo: “…perché…professo’…non posso offrirvi un bicchiere d’acqua…”

Ancora durante la nostra esperienza liceale, Tuccino sottolineava, in maniera del tutto singolare, il proprio disappunto per  come  venivano proposte le lezioni  di letteratura italiana:  si faceva  interrogare e, in risposta a domande, ad esempio, su Madonna Pietra, rispondeva recitando una poesia di Garcia Lorca  o di Edgar  Lee Masters .

Da allora,  i nostri saltuari incontri sono stati  da “ragazzi cresciuti” e quasi sempre di brevissima durata qualche ora, con alcune eccezioni.

L’ultima volta che  trascorsi  un po’ di tempo  in più con Lui, fu a Roma, nei lontani anni 80: preparammo, insieme, la sceneggiatura di sei puntate  televisive  – premiate in una rassegna salernitana – per conto della RAI (“da Orazio a Sinisgalli”);  successivamente, solo incontri fugaci e occasionali. 

Ho appreso della morte di Tuccino  molto tempo dopo la sua dipartita.  All’epoca, ero all’estero e ne fui informato da mio fratello Giancarlo, solo dopo essere  rientrato in Italia a luglio. Sicuramente sarei andato a Roma e sarei stato fra  quelli che ne hanno onorato la memoria nella piccola cappella del Verano (io ho solo un anno meno di lui).

Ci sarebbero altre cosa da aggiungere, ma sono ricordi sfumati e  poco significativi per lo scopo che Ti sei prefisso.

Mi spiace non aver contribuito a questa Tua ricerca come avrei voluto.

Affettuosità 

 

 

 

 

 

 

 

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Brindisi 17 maggio 2010

 

 

 

 

 

Carissimo Lucio,

 

l’idea di ricordare Tuccino nell’anniversario della sua scomparsa,  Ti  fa onore  e, ancora una volta,  per il modo in cui vuoi farlo, conferma  il ruolo che da tempo hai assunto: ricucire ed evidenziare quei flash  di un Territorio  che nascondono un’essenza culturale, non sempre evidenziata dalla storia – per così dire – ufficiale.

 

È evidente che aneddoti e ricordi scritti  contribuiscono  a ricostruire memorie  di un tempo lontano che “Io,Tuccino  e gli amici” (è questo il titolo di copertina della Tua pubblicazione?),  saprà raccogliere ed offrire  alla curiosità  dei vecchi potentini ed alla voglia di una più completa informazione di qualche giovane lucano.     Tuttavia i soli scritti (hai proprio ragione) non bastano  e, da quello che ho capito, la Tua pubblicazione si baserà soprattutto su una rassegna di immagini ragionate che  costituiranno una testimonianza più oggettiva e sicuramente più accattivante.

Ottima cosa,dunque.

 

Per quel che mi riguarda, avrei voluto contribuire al Tuo lavoro con questo intento,  ma per quanto abbia rovistato  e  “fatto rovistare”  dappertutto per  recuperare le numerose foto che ritraggono me, Tuccino ed altri, nel corso degli anni ’50 e dintorni, non sono riuscito a trovare nulla se non quattro fotografie, conservate da mia moglie,  più ordinata e diligente di me, delle quali due sono pressoché simili, una ritrae Tuccino in una foto che gli feci a Salerno (con dedica sul retro), la quarta fu  scattata alle mie nozze (Tuccino fu uno dei miei testimoni).

Te le spedisco in maniera  che Tu possa valutarne l’utilizzo , così come per questa mia lettera che potrai stralciare, lasciarla così com’è o…cestinarla.

 

Le altre e più significative foto (raccolte in un faldone che sarà pure da qualche parte e che prima o poi uscirà fuori) sono numerose e  non credo di  ritrovarle  ed inviartele  per  tempo.

 

Cercherò di recuperarle  in un secondo momento,  non fosse che per  riscoprirle insieme in  una delle mie  puntate  potentine e, all’occorrenza, prevedere (perché no?) un’ antologia fotografica  che sicuramente molto più delle parole saprebbe ricucire  un pezzo importante della nostra formazione.

 

Sono sicuro che  -a parte le mie foto mancate-  ne avrai recuperate molte altre che, con tutti gli aspetti positivi e negativi,  consegneranno  alla soggettività del singolo lettore non solo  una sequenza di  “scoperte” e ricordi, ma soprattutto  la immagine significativa di una cittadina dell’epoca che nonostante il provincialismo d’obbligo,  era in continua crescita (e, a mio avviso, lo è ancora) che l’ha resa  positivamente vivace, ma che -ieri come oggi- la relegava in una sorta di perenne precarietà, tipica categoria del cambiamento.

 

Per quanto riguarda le foto  scomparse,  fino a qualche anno fa,  mi  piaceva rivederle e frugare nel tempo passato con mal celato distacco nei confronti di una storia comune,  mai definitivamente andata.

 

Ne avevo un bel po’ .

Ritraevano me e Tuccino  in  contesti diversi: un gruppo scolastico a san Giovanni Rotondo (c’era anche Pepè Pedota), in procinto di partire  da Piazza Prefettura e, in quella circostanza Tuccino e Pepè avevano organizzato una  improvvisa e imprevista  “raccolta di fondi”  per  una qualche cosa.

 

Una immagine ripropone ne, Tuccino, Mazzotta ed Anna Maria (sorella di Tuccino)   nella sua casa di vico Puntolillo dove in una stanzetta del secondo piano, si consumavano letture e progetti comuni  e dove, nel piano inferiore, ascoltavamo –irriverenti- “Arsenio Lupin”, una divertente trasmissione radiofonica che ci incuriosiva soprattutto perché  potevamo farlo intorno ad un radiogrammofono, nuovo di zecca, acquistato dal papà di Tuccino presso l’unico rivenditore potentino “Braucci”; trasmissione che si alternava  con un servizio  periodico sulle affinità fra il boogie-woogie (arrivato in Italia nell’immediato dopoguerra) ed il rock and roll dei primi anni 50.

 

Un’altra foto ritraeva, a Salerno, me, Tuccino ed una ragazza di Vietri sul Mare (non ricordo il nome), alluvionata, della quale Tuccino si era invaghito e  manifestava il suo  “innamoramento”  con  cappotti e vestiari di ogni genere, che, insieme a me,  raccoglieva per  portare il tutto a Salerno, con l’autobus di Liscio, e quindi, con altro autobus,  a Vietri (lo abbiamo fatto, faticosamente, due volte, ma -fosse stato per Tuccino- lo avrebbe fatto ogni giorno). La ragazza di Vietri sul Mare era diventata una musica, “Ruby”,  quella del film “Ruby fiore selvaggio” e , per tutto il periodo del suo innamoramento, costringeva me ed altri pazienti amici ad ascoltarne il disco ripetutamente.

 

Non ricordo chi fotografò me, la mamma di Tuccino e Tuccino stesso, nella sua prima libreria, in via Roma, aperta, con impegno e sacrificio dai suoi genitori, su suggerimento di Pietro Valenza  che, in una delle tante passeggiate notturne in via Pretoria, aveva proposto a Vito l’apertura di  una libreria; l’unico modo  allettante per conciliare  una “sistemazione” della vita  di Tuccino, con un punto di incontro degl’intellettuali, giovani e non , dell’epoca.

 

La libreria fu aperta e anche prima del trasferimento in via Pretoria, diventò subito una sorta di cenacolo, dove, non solo  discutevamo di rivoluzioni imminenti, contro il  cubano  Battista ed il portoghese Salazar, ma   si programmavano alcune manifestazioni letterarie e si  prevedevano mostre d’arte che, poi, venivano allestite nel grande salone dell’allora    “Camera del Lavoro” di Piazza Sedile (poi divenuto Comune e poi…?) o  nell’atrio dell’Albergo Lombardo, altro luogo di riferimento della vita cittadina.

 

Nella libreria di via Roma fu  pensata la prima raccolta di poesie, degne di nota, di Tuccino quella edita nel 1955 da Schwarz dal titolo Città fra Paesi.  Ne ricordo a memoria una, La Figlia del Vinaio  che,  molti anni dopo, lui stesso  recitò, a Brindisi,  in occasione di un evento culturale pugliese.

 

Io e Tuccino, con Giulio Stolfi, Gerardo Corrado, Rocco Falciano  fummo fotografati nell’atrio dell’ Albergo Lombardo in occasione di una rassegna di pittura, durante la quale il presidente della provincia prof .Verrastro, fece acquistare un quadro (di uno di noi), per 15.000 lire che, di sera,  trasformammo in patatine fritte e salciccia  consumate nella trattoria   (non ne ricordo il nome), di  Piazza sedile. Questo era un locale che per me,  Tuccino ed altri amici,   costituiva una pressoché  quotidiana occasione di incontro con Pietro Valenza, allora commissario del PCI di Potenza, e di altri  sindacalisti e funzionari di partito che, in quella trattoria, consumavano i pasti “in convenzione.”  Qui,  con la buona cucina,  abbiamo recepito i rudimenti  delle istanze politiche “egualitarie e garantiste” dell’epoca ed io e Tuccino avemmo in regalo “il Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx in due miniedizioni tascabili con la copertina rigorosamente rossa.

 

Un’altra fotografia, della quale non ricordo nulla e, quindi,  sarà stata certamente  occasionale, ritraeva me, Tuccino, Pietro Valenza, Donato Scutari, Tommaso Pedio, Giovannino Russo, Michele Parrella al Gran Caffè  (questa foto dovrebbe averla anche la famiglia Pergola).

 

 

Per il Tuo libro, voglio ancora ricordare un paio di  flash  su Tuccino liceale (abbiamo frequentato il secondo liceo insieme) che  lo hanno poi caratterizzato nella sua perenne ironia, anzitutto su se stesso e quindi sui rispettivi contesti  in cui di volta in volta veniva a trovarsi veniva a trovarsi.

 

Al V° Orazio Flacco di Potenza, ogni volta che  cambiava il bidello o si alternava di turno con un suo collega, Tuccino era pronto a mandarlo in classe  con un bicchier d’acqua che, diceva, essere stata richiesta dal professore.  Ovviamente non era vero e, rientrato in aula,  al rimprovero  dell’insegnante, non negava l’accaduto, ma -meravigliatissimo – si giustificava dicendo: “…perché…professo’…non posso offrirvi un bicchiere d’acqua…”

 

Ancora durante la nostra esperienza liceale, Tuccino sottolineava, in maniera del tutto singolare, il proprio disappunto per  come  venivano proposte le lezioni  di letteratura italiana:  si faceva  interrogare e, in risposta a domande, ad esempio, su Madonna Pietra, rispondeva recitando una poesia di Garcia Lorca  o di Edgar  Lee Masters .

 

Da allora,  i nostri saltuari incontri sono stati  da “ragazzi cresciuti” e quasi sempre di brevissima durata qualche ora, con alcune eccezioni.

 

L’ultima volta che  trascorsi  un po’ di tempo  in più con Lui, fu a Roma, nei lontani anni 80: preparammo, insieme, la sceneggiatura di sei puntate  televisive  – premiate in una rassegna salernitana – per conto della RAI (“da Orazio a Sinisgalli”);  successivamente, solo incontri fugaci e occasionali.

 

Ho appreso della morte di Tuccino  molto tempo dopo la sua dipartita.  All’epoca, ero all’estero e ne fui informato da mio fratello Giancarlo, solo dopo essere  rientrato in Italia a luglio. Sicuramente sarei andato a Roma e sarei stato fra  quelli che ne hanno onorato la memoria nella piccola cappella del Verano (io ho solo un anno meno di lui).

 

Ci sarebbero altre cosa da aggiungere, ma sono ricordi sfumati e  poco significativi per lo scopo che Ti sei prefisso.

 

Mi spiace non aver contribuito a questa Tua ricerca come avrei voluto.

 

 

 

 

 

 

 

 

24-1-1956  NOZZE DI CARMELO CUSCINO CON SILVANA PEZZUTO

nell’ordine (sn-dx): Rocco Falciano, Gerardo Corrado, sposa,Vito Riviello, sposo.

 

 

 

1954: Tuccino a Salerno foto con dedica “a Carmelo”

 

 

 

 

1955 Rifreddo: nell’ordine (sn, dx): Carmelo Cuscino, Vito Riviello, non ricordo, Angela Gagliardi con fratellino e Mario Avena

 

 

1955 Rifreddo

 

 

 

Nascere alla poesia

Ieri, diciamo nei secoli scorsi, nascere poeta era un evento beni­gno e maligno insieme, una cometa annunziava la fatal nasci­ta o più semplicemente una grandinata che poi i cronisti avreb­bero destinato alla storia come giorno di bufera metafisica. E iniziavano i giorni del Vate tra indicibili sofferenze, amori balzani e incredibili bugie. Certo la vita del poeta era destina­ta alla alterazione del mito, mito che occultava, in parte, l’in­giustizia che si perpetrava ai suoi danni, ai danni d’un “diver­so” da parte di tutti, famiglia e società. Il caso di Rimbaud è esemplare. Insomma i poeti hanno avuto gloria, giorni lucenti ma poi anni di anomala clandestinità. Malgrado i tempi il “ruolo” del poeta non è stato mai ben definito, specialmente in Italia dove il poeta è una specie di “cottimista” della poesia, anche un ottimista se continua a scrivere versi “partime”. C’è forse in più la psicanalisi oggi ad aiutarlo, una maggiore cono­scenza del moto della storia. Nel mio piccolo angolo potrei te­stimoniare che le biografie si ripetono, non i valori certamente. Mia madre m’ha sognato in paradiso dove un santo mi conse­gnava fra le sue braccia … la predestinazione; e voilà gli ostaco­li severi, le ingiurie, la scuola autoritaria, il dileggio, la timi­dezza.

I miei primi versi nascono in quella città a scatola cinese ch’è Potenza dove sono nato. I miei genitori intorno ai quattordici anni mi posarono in un blando collegio per pochi mesi. Mi par­ve un abbandono delittuoso. Ogni tanto fuggivo per inserire sotto la porta di casa bigliettini in versi appunto contro mia madre ch’aveva permesso il mio esilio. Presi la mano e conti­nuai a scrivere versi brevi ma non più rivolti a mia madre bensì alle stagioni, alle albe, ai tramonti. Ricordo un verso che piacque al vice rettore del mio convitto, un colto sacerdote che insieme ad altri versi lo pubblicò su di una rivista religiosa: “Il tenue rosso dei cirri”.

Poi un susseguirsi di eventi, fatti, avvenimenti. Mio padre “disperato” per la mia distrazione poetica mi fa conoscere Giulio Stolfi, un buon poeta postermetico, il quale timido e dolce mi apre alla poesia italiana contemporanea, finisco di scrivere alla maniera leopardiana. Frequento il liceo, stringo amicizia con i pittori locali, bravissimo e solitario Ninì, Francesco Ranaldi, Masi, Giocoli, Remigio Claps, G. A. Leone, il coetaneo Rocco Falciano. Incontro una scienza nuova: la politica, una cosa tra il misticismo onesto di Mazzini e l’illusionismo di Chabernot. In poesia impazza il neorealismo, da noi, nel sud, è di marca “meridionalistica”, non è vietato parlare di contadini e brac­cianti. L’esponente più genuino è di Tricarico, la sua sintassi deriva da Pascoli e Sinisgalli ma i suoi temi sono vivi e origi­nali. Nel 1950 in occasione d’un premio conferitogli a Potenza desidera conoscermi. È l’unico nostro incontro, è gentile e ge­neroso ma io sono scontroso e polemico, ho diciasette anni. Le mie poesie viaggiano nelle classi del liceo. La mia vita si fa complicata, mi sta stretta la scuola coi suoi toni nozionistici, la città di provincia coi suoi spazi limitati, la piccola borghesia ancora fascista e umbertina. Ma sono nato all’utopia in una città che solo l’utopia può sostenere. Potenza sempre sul punto di diventare importante è poi sparita, cancellata da un atto po­litico d’un re, da un’invasione maligna, da un terremoto apo­calittico. Una città così precaria da apparirmi quasi invisibile, una mappa da decifrare ma anche da inventare. In questo mo­do, pagando di persona e studiando, meditando, sperimentan­do è nata la mia vera matrice poetica, la “scatola nera” che re­gistra le operazioni in atto fino all’ultimo atto. Bene la mia poetica dichiarata come un “reddito” è l’utopia potentina, il modo di fare e disfare la storia, un modo tragicomico di vive­re, questo credere e non credere, ridere per non piangere e piangere per non ridere, mutando le circostanze e non la so­stanza.

La città invisibile, sovrapposta e inventata, la città utopica è dunque la mia “matrice” letteraria, un teatro di legno, anzi di cartone in cui infilo miti e riti, gli eroi da fumetti, Mandrake, Valentina ma anche Garibaldi; Bixio, Lenin, Totò, Pelè, gli amori, le città, i paesi.

Una matrice la mia che mi permette un tono dialettico e pole­mico verso l’istituzione poesia, di diffidare dalla “naturale” re­torica della lirica. In questa specie di “gara a distanza” con la musa decrepita io metto il mio estro d’uomo e la mia speranza, lasciando alla vita tutto il destino storico ma anche difenden­domi da essa con una cortina di sogno.

Vito Riviello

 

 

La città invisibile, sovrapposta e inventata, la città utopica è dunque la mia “matrice” letteraria, un teatro di legno, anzi di cartone in cui infilo miti e riti, gli eroi da fumetti, Mandrake, Valentina ma anche Garibaldi; Bixio, Lenin, Totò, Pelè, gli amori, le città, i paesi.

Una matrice la mia che mi permette un tono dialettico e pole­mico verso l’istituzione poesia, di diffidare dalla “naturale” re­torica della lirica. In questa specie di “gara a distanza” con la musa decrepita io metto il mio estro d’uomo e la mia speranza, lasciando alla vita tutto il destino storico ma anche difenden­domi da essa con una cortina di sogno.

Vito Riviello

 

 

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa
Online dal 22 Gennaio 2016
Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall’agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line ” talenti lucani”, una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell’opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.


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