ULTIMA CHIAMATA PER GLI EUROSOCIALISTI

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Marco Di Geronimo

Marco Di Geronimo

Gli ultimi eventi dimostrano che i trattati europei sono un ammasso di sciocchezze. Le uniche risposte che l’Unione europea può dare alla crisi è accantonarli in fretta. L’intero diritto derivato europeo cospira contro la ripresa, sia economica sia sanitaria. Ma se Bruxelles sopravviverà comunque, lo stesso non può dirsi per il PSE. Questa è l’ultima chiamata per i socialisti europei.

Benché Massimo D’Alema lo suggerisca da anni, i partiti socialisti e socialdemocratici del Continente si sono guardati bene dal trasformare il PSE in un partito vero e proprio. Preferiscono conservarlo in questa comoda versione piano bar, inutile per qualsiasi cosa ma perfetta per scattare fotografie propagandistiche. L’assenza di un vero Partito socialista europeo, dopotutto, dipende dalla profonda crisi della socialdemocrazia. Se manca il sistema teorico non può che mancare anche la macchina politica. Peccato che adesso tutti si riscoprono socialdemocratici…

Nessuno ha immaginato di portare in politica chi è nato e vissuto alla sinistra di Keynes. Gli economisti di sinistra sono merce rara e prevalentemente inascoltata negli ultimi quarant’anni. Adesso il mainstream si accorge, dopo decenni passati a rubare ricchezza ai poveri per regalarla a chi è già ricco, che le ricette post-keynesiane sono all’altezza della crisi. Le girandole straordinarie alle quali l’Accademia sta assistendo stupiscono anche i più esperti. Basti dire che Blanchard pochi giorni fa suggeriva a Washington di fare deficit nell’ordine del 15-20%. «Perché siamo in guerra» argomentava in un tweet. E durante la guerra non si guarda al bilancio. Né ai libri di economica. Soprattutto a quelli attuali, visto che sono pieni di scemenze.

L’Unione europea si basa su pochi principi in croce. Concorrenza, libertà di circolazione, sussidiarietà. Nessuna Costituzione al mondo – tantomeno i capolavori europei – basano la propria esistenza su questi criteri. E ciò dipende dal fatto che sono principi economici, non democratici. Servono a far soldi, non ad assicurare benessere ai cittadini. La libertà di circolazione delle persone consiste nella libertà di fuggire da luoghi abbandonati alla miseria. La libera concorrenza autorizza in tutta Europa il dumping sociale e fiscale che aggredisce lo Stato sociale europeo. La sussidiarietà impone alle capitali di delegare ai capoluoghi; il capolavoro delle venti sanità regionali è molto più eloquente di ogni dissertazione sulla sussidiarietà.

I progressisti europei si sono sempre trovati in imbarazzo su questo argomento. A differenza delle sinistre populiste (come Melenchon e Iglesias in Francia e Spagna) non se la sentono di proporre l’uscita dall’euro e dall’UE. Due proposte che sono comunque molto pericolose, e assai care da pagare nel mercato internazionale di oggi. Al tempo stesso hanno smarrito l’anima socialdemocratica. In altri termini, non hanno idea di come e perché tassare i ricchi per sostenere i poveri (e la classe media). Per loro, essere di centrosinistra è più un principio morale che un principio politico. L’impreparazione delle classi dirigenti è desolante.

Ma una strada per aggiustare l’Europa esiste. Il Partito socialista europeo deve strutturarsi a livello continentale e mettere sul piatto una pretesa imprescindibile: la lotta senza quartiere a un diritto europeo che è palesemente antilaburista. Traduciamo in italiano? Le regole europee sono truccate a favore dei ricchi. Questo principio va sradicato.

Dev’esserci una condizione irrinunciabile che le prossime Commissioni devono adempiere per avere la fiducia del PSE. Scrivere un’Europa migliore. Il che significa smantellare i regolamenti e le direttive liberiste. Negoziare riforme profonde dei trattati. Trasformare le clausole che non si riesce a riformare (vige pur sempre la regola dell’unanimità) in lettera morta. Sì, l’Unione europea si può cambiare, ma a botte di crisi istituzionali purtroppo. Perché meccanismi di negoziazione democratica non esistono. A Bruxelles negoziano le élite nazionali. Quelle contro cui i socialisti di tutto il Continente, in teoria, combattono per vocazione.

O i partiti del PSE si schierano a favore dei lavoratori, o saranno costretti ad assistere a profonde trasformazioni del Continente dalla panchina. La matematica non è un’opinione: le sinistre populiste non sfondano. Ma i partiti conservatori recuperano consensi in tutta Europa. E questo perché i partiti del centrosinistra non riescono a proporre e realizzare politiche coerenti con i propri ideali e i propri programmi. Il che avviene per colpa dei vincoli europei.

È chiaro che una strategia del genere sarà percorribile soltanto se il PSE saprà fare blocco con il GUE e con i Verdi. Impresa molto difficile, visto che sono due gruppi assai eterogenei e molto poco inclini a stringere i ranghi. Ma esiste forse un’alternativa? No, nel Parlamento europeo non esiste. Minacciare di ritirare i propri rappresentanti dalla Commissione Von der Leyen e condizionare ogni fiducia futura, questa è l’unica strada che esiste a livello comunitario.

Poi, è chiaro. Esistono le vie nazionali. Il grande ritorno dello Stato-Nazione è innegabile, in questo quadro e anche in quelli precedenti. Ma si tratta di un’altra storia. Alla quale dovranno rispondere i diversi partiti socialisti nazionali, ognuno con le proprie forze. Il PSE, prima di contare in questa sfera, deve nascere a Bruxelles. E poi (forse) avrà un ruolo a Roma, Parigi e pure altrove.

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Sull' Autore

Direi di scrivere soltanto questo: "Potentino, classe 1997. Mi sono laureato in giurisprudenza a Pisa".

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