Lo ammetto, ho accolto con grande sollievo l’invito di Michele Cignarale e Rossella De Paola a tenere una relazione a RosaDigitale – The Power of Pink Digital Revolution. Una mattinata nell’aula magna della Università degli Studi della Basilicata a sentire storie di donne che usano quotidianamente gli infiniti strumenti offerti dalla tecnologia digitale per provare a cambiare il mondo, o almeno il pezzo di mondo intorno a loro. Rosadigitale è un movimento nazionale che nasce dall’idea che l’insegnamento dei linguaggi di programmazione, le storie di grandi informatiche, l’utilizzo di software per fine lavorativo, culturale, artistico e comunicativo possano contribuire all’abbattimento della disuguaglianza di genere in un campo, quello tecnico – scientifico, nel quale ancora forte è il pregiudizio. Abbiamo ascoltato insegnanti di scuola superiore, esperte di sharing economy, archeologhe, giornaliste, studentesse universitarie ed esperte di turismo digitale: persone che ci hanno semplicemente raccontato del loro lavoro quotidiano, delle loro passioni, e di come – dettaglio non secondario – il digitale ha aperto loro nuove strade lavorative e professionali, impensabili solo dieci o quindici anni fa.
L’ho accolto con sollievo perchè mi pareva una iniziativa concreta, di diffusione di una idea con risvolti pratici nella battaglia quotidiana contro il pregiudizio di genere. E con un assunto di fondo di tutto rispetto: “non fatevi dire mai che non è una cosa da femmine”, l’assunto vero della famigerata teoria gender che tanti hanno interpretato in modo totalmente distorto, e in malafede, solo per piantarci sopra disperate bandierine politiche ed elettorali.
Ho il massimo del rispetto per chi organizza scioperi, flash mob in piazza, coordinamenti di colore degli abiti. Credetemi, il massimo rispetto. Ma non è una battaglia per me. Io devo mettere le mani nella merda, scendere fino in fondo al praticabile e risalire portando un risultato magari minuscolo ma tangibile e misurabile, come una pescatrice di perle giapponese. Penso che le manifestazioni di piazza, pur apprezzabilissime negli intenti, siano un mezzo di lotta ottocentesco che non porta ad alcun risultato. E in Basilicata dovremmo saperlo più che in qualunque altro luogo d’Italia. Non credo nella raccolta di firme, nella spedizione di lettere, non credo nel comunicato stampa il giorno dopo l’ennesimo femminicidio, l’ennesima violenza familiare, l’ennesima lista di candidati ad una elezione con nessun nome femminile, o con nomi femminili di facciata, di donne che portano sottopelle il chip teleguidato di un uomo di panza che dice loro cosa fare e cosa dire. E quando tacere.
Non credo più nei simboli: ho dovuto sostenere discussioni tra il serio e il faceto sui social network per aver dichiarato che avrei preferito che le mimose fossero rimaste sugli alberi, anche perchè – ma questo è un fatto tutto mio – detesto i fiori recisi. Vedere a tutti gli angoli di tutte le strade ragazzini vendere ciuffi di fiori gialli tristemente avvolti nella plastica, e già mezzi secchi perchè forse raccolti tre giorni prima, mi ha fatto montare una sana rabbia, per lo svilimento commerciale di quello che pure era un segno che aveva una sua ragion d’essere, un motivo storico che ovviamente adesso nessuno ricorda più.
E infine: “Civati litiga con Renzi, esce dal PD e fonda Possibile, poi escono Fassina e D’Attore. I quali insieme a SEL fondano Sinistra Italiana. Che però si spacca prima di nascere, visto che intanto Pisapia fonda Campo Progressista.” Speranza, Bersani, Cuperlo e un altro manipolo di seguaci litigano con chiunque e se ne vanno sbattendo la porta. Civati litiga con Fabrizio Barca dopo una vita (politica) passata ad amarsi. Dentro al neonato DP già stanno litigando per ruoli e funzioni, e quelli che sono rimasti nel PD stanno litigando per contendersi la sedia da segretario. Tutti litigano con tutti dentro al PD lucano, non ci provo nemmeno a ricostruire la geografia di chi sta dove. Salvini litiga con Berlusconi per l’egemonia nel centro destra. E potrei continuare a lungo.
E in mezzo a tutti questi begli esempi di compattezza e concordia, solo le donne dovrebbero andare d’accordo fra loro sempre e comunque?
