Ventuno Istituzioni meridionali hanno predisposto un documento che è un pò il Manifesto per la ripresa della questione meridionale, una strategia operativa con la indicazione di punti qualificanti ed indispensabili ad un discorso serio di ripresa economico-sociale Pubblichiamo la sintesi dell’ AGENDA PER IL SUD, che si muove lungo la constatazione del danno procurato al Paese da una mancata attenzione almeno ventennale ad una politica straordinaria per il mezzogiorno. Lo pubblichiamo,primo, per informare l’opinione pubblica su tematiche che sembrano rimosse dal dibattito nazionale e dall’informazione della grande stampa e , s
econdo, perchè constatiamo che nonostante la presenza di un Ministro deputato a questa tematica le Regioni del Sud continuano a non sentire l’urgenza di riunirsi ,di discutere, di mettersi insieme, di fare una strategia comune. Chiuse all’interno del propri territori, ignorano il valore aggiunto che le sinergie e l’assunzione delle migliori pratiche possono dare agli investimenti. e in questa maniera continuano a regalare spazi di competitività alle Regioni del Nord. E’ ora che anche questa storiaccia entri nel cuore del dibattito 2017, in vista degli appuntamenti elettorali ormai ineludibili.
Sintesi del Documento
Questo documento, firmato da 21 Istituzioni meridionaliste, rappresenta un’Agenda vera che contiene un progetto articolato per l’Italia, la cui ripresa, dopo cinque anni di crisi, non può che ripartire dal Mezzogiorno. Il documento, inviato alle forze parlamentari e politiche e alle parti sociali, ha l’obiettivo di porre al centro del confronto elettorale il tema del Sud, finora relegato a rituali e generiche citazioni, per stimolare idee e proposte da parte di chi si candida a governare l’Italia. Si ritiene necessario che venga con chiarezza declinato il tema di come coniugare il necessario rigore nei conti pubblici, imposto dal Fiscal Compact, con l’ urgenza di definire politiche fiscali selettive che privilegino obiettivi sociali forti e politiche di sviluppo idonee a contenere gli effetti del loro asimmetrico e squilibrante impatto sul territorio.
Questa Agenda giudica la proposta leghista di trattenere il 75% delle entrate fiscali nelle Regioni del Nord, anticostituzionale e del tutto controproducente anche per le Regioni beneficiarie.
Il documento illustra l’asimmetria degli effetti della politica di rigore sul Sud, che ha avuto un maggior impatto recessivo, peraltro ancora in atto, in termini sia di occupazione che di crescita.
L’occupazione è diminuita di oltre 530mila addetti, per circa il 70% nelle regioni meridionali. Se l’emergenza è il lavoro, e in particolare quello dei giovani, delle donne e delle categorie più professionalizzate del Mezzogiorno, è da lì che bisogna ripartire.
Negli ultimi 5 anni il Prodotto interno lordo italiano ha perso oltre il 7%: più del 6% al Nord, quasi il 10% nel Mezzogiorno. Questa è anche la conseguenza dell’effetto recessivo delle quattro manovre effettuate tra il 2010 e il 2011, che sul Pil del 2012 è stimabile in -2,1 punti percentuali, a fronte di -0,8 punti al Centro Nord. La spending review non può non tener conto che negli ultimi anni la spesa in conto capitale della PA nel Mezzogiorno, a fronte dell’obiettivo programmatico del 45% sul totale nazionale, è drasticamente calata dal 40,4% del 2001 al 31,1% del 2011. Solo recuperando maggiori investimenti pubblici si può cominciare a invertire questa tendenza.
Per altro verso – non meno importante – la spending review dovrà, da subito, liberare risorse per far fronte all’emergenza welfare particolare grave al Sud, dove i più a rischio sono coloro che devono ancora entrare sul mercato del lavoro, i lavoratori con contratto precario e a termine e gli occupati in micro imprese. Sono urgenti misure volte a favorire l’inclusione sociale, l’ampliamento delle opportunità, e, in particolare, a porre un argine alla povertà estrema. Il tema oggi è l’introduzione di misure universali di integrazione dei redditi, come il reddito di cittadinanza.
Gli Istituti meridionalisti chiedono di allentare i vincoli sulla spesa che bloccano gli interventi degli Enti locali ed auspicano una redistribuzione del carico fiscale, con uno spostamento dalla tassazione della produzione a quella del consumo, privilegiando meccanismi come l’Iva, le imposte immobiliari e la patrimoniale sulle grandi fortune. Siamo favorevoli a uno scambio tra abolizione dell’Irap per le imprese manifatturiere e maggiori tasse indirette.
L’imperativo è tornare a crescere. Partendo da un rilancio della politica industriale: se in Italia, come dice Confindustria, bisogna riportare al 20% la quota del manifatturiero sul Pil, oggi ridotta al 16,6%, è dal Sud, fermo al 9,4% rispetto al 18,8% del Centro Nord, che bisogna partire. Il Mezzogiorno è ormai a rischio di desertificazione industriale. Serve una politica attiva che punti sull’adeguamento strutturale del sistema produttivo meridionale, anche con interventi volti a rilanciare i poli interessati da crisi aziendali o territoriali. Così come una riqualificazione del modello di specializzazione che opponga al declino in atto il sostegno allo sviluppo delle attività a più alta produttività, aprendo anche la strada alla crescita di nuovi settori strategici per l’industria nazionale, all’innalzamento delle dimensioni medie d’impresa, all’aumento del grado di apertura verso l’estero e all’attrazione di investimenti. Gli elementi portanti per realizzare questa strategia trovano nel Sud opportunità – in essere e latenti – insostituibili (logistica, energia, ambiente).
Finora, oltre venti anni di assenza di efficaci strategie di sviluppo hanno consolidato nuovi contenuti del divario non sono solo strettamente economici: sono a rischio o gravemente carenti alcuni diritti fondamentali. Assai minore è al Sud la qualità di beni pubblici essenziali, come giustizia, sanità, istruzione, trasporti, lavori pubblici, servizi locali. La persistenza di tali ritardi è imputabile alla debolezza dell’intera azione della Pa, centrale e soprattutto locale. Un innalzamento dell’efficacia dell’azione pubblica nel Mezzogiorno passa attraverso un deciso rinnovamento della capacità delle classi dirigenti meridionali di adottare comportamenti coerenti, adeguati alle urgenze di oggi e innovativi rispetto alle deludenti esperienze del passato, spesso fallite proprio perché non sono state in grado di coniugare autonomia e responsabilità. A tal fine è necessario recuperare anzitutto una visione condivisa di un disegno complessivo che coinvolga Istituzioni locali e centrali con responsabilità chiare e ben definiti spazi per azionare le dosi di sussidiarietà che si rendessero necessarie a conseguire gli obiettivi prefissati.
Gli Istituti meridionalisti propongono una governance multilivello, nell’ambito di una cooperazione istituzionale basata su uno stretto coordinamento tra tutti i livelli di governo, con un processo fortemente interattivo tra le Regioni meridionali e il Governo Centrale, in grado di intervenire e garantire efficacia anche nella fase di progettazione e di realizzazione.
Nel documento sono indicati i motori dello sviluppo che dal Sud possano fare da traino e favorire la ripresa della crescita dell’intero Paese
Per far fronte all’ emergenza, oggi e nel breve periodo occorre partire dalle politiche di riqualificazione urbana. Gli interventi, per i quali in diverse realtà urbane e, soprattutto, metropolitane sono facilmente attivabili progetti, possono offrire un’immediata opportunità per far ripartire il settore delle costruzioni e il suo indotto. Tale piano urbano di primo intervento va condotto sviluppando un’ azione integrata di razionalizzazione edilizia, efficientamento energetico e risanamento ambientale coerente al decollo di una strategia di lungo periodo.
Il rafforzamento e il completamento delle rete infrastrutturali e logistiche devono favorire il processo di integrazione del sistema produttivo meridionale nel mercato internazionale, a partire dal vasto bacino mediterraneo fino all’estremo Oriente. A tal fine le Filiere Logistiche Territoriali rappresentano uno strumento per sistematizzare interventi integrati di politica industriale e della logistica.
Parimenti, nel comparto delle risorse idriche, può essere reso immediatamente operativo il Piano di Gestione delle Acque che interessa tutte le Regioni del Mezzogiorno continentale, orientando su esso l’uso dei fondi strutturali da parte delle Regioni e dello Stato.
Il Mezzogiorno può offrire un importante contributo alla diminuzione della dipendenza energetica nazionale e al contenimento della bolletta elettrica, perché ha importanti vantaggi competitivi sia nelle energie rinnovabili già in fase di sfruttamento (solare fotovoltaica, eolica e biomasse), che nel comparto della geotermia, una fonte rinnovabile sostanzialmente non utilizzata e concentrata nell’area meridionale, con enormi potenziali per il riscaldamento e per la produzione di energia elettrica.
Oggi proprio il pressare dell’emergenza ripropone, una volta ancora dopo gli anni ’50, si ripropone il ruolo strategico del Mezzogiorno per affrontare i nodi del “declino italiano”. Cogliere questa possibilità è una sfida ineludibile nell’interesse del Paese.

