UNA PICCOLA GRANDE NONNA LUCANA DI NOME MARGHERITA

0

Dott.ssa Margherita Marzario

“Chi sta morendo può avere ancora molto da imparare, da ricevere dagli altri e da dare. Anche con la sua sola testimonianza” (la storica Lucetta Scaraffia). La testimonianza di una vera vita vissuta e il passaggio del testimone dell’amore è il miglior testamento spirituale che si possa lasciare. Come mia nonna materna Margherita fino al suo ultimo gesto, fino all’ultimo gemito: la più grande eredità lasciatami in custodia!

Provata in ogni senso dalla vita: seconda guerra mondiale, l’essere unica figlia femmina tra figli maschi e pertanto senza il conforto e confronto di una sorella, ristrettezze economiche tanto che ha dovuto prendere in prestito il vestito bianco per sposarsi, morte improvvisa del suo secondo e ultimo figlio, interventi chirurgici, emigrazione in Germania, trasferimento definitivo della famiglia dell’unica figlia e quindi non più contatti frequenti con gli amati tre nipoti, malattia e morte precoce del marito…

Mia nonna, morta all’età di 67 anni – che è l’odierna età pensionabile –, nonostante fosse agli estremi per la malattia, continuava a rispondere “bene” a chiunque le chiedesse come si sentisse. Da lei ho preso, oltre al nome, i capelli leggermente ondulati e la pelle delicata (proprio come i petali della margherita). Sono nata nella sua casa nello stesso giorno del suo secondogenito, nel suo letto matrimoniale, dove mi è capitato di dormire, poi, durante la sua vedovanza quasi decennale, tra le lenzuola profumate di ammorbidente e dell’odore di casa sua, l’odore delle case di una volta con le tende come divisori e con la radio in legno. Ho passato da lei tutte le mie domeniche d’infanzia, giocavo con l’impasto dei “cavatelli”, con le sue borsette a fare la maestra dei miei due alunni, impersonati dai miei fratelli gemelli, e tanto altro. Sono cresciuta tra le sue pareti, accoglienti come le sue braccia, facendo su e giù dalla sua soffitta cui si accedeva da una scala di ferro zincata retraibile dalla botola. Salivo in quella soffitta, ogni volta come se fosse la prima, e passavo ore a rovistare ovunque si potessero mettere mani e naso, in un baule da viaggio usato durante l’emigrazione e in un vecchio comò dietro una tenda nei cui cassetti c’era di tutto, soprattutto cose provenienti dalla Germania, meta dei sogni della mia infanzia e in cui mi sono “ritrovata” da adulta. Lì ha cominciato a svilupparsi la mia “grammatica della fantasia”, come avrebbe scritto Gianni Rodari.

E sognavo, fantasticavo, inglobavo emozioni, quelle emozioni che ora mi fanno ricordare quei momenti e quella grande persona. Mia nonna, lasciata analfabeta dalla cultura del tempo, era tanto solerte con gli altri quanto lasciata spesso sola dagli altri. Il suo grande cuore mi ha lasciato un grande esempio di vita e un grande vuoto in me: il più bel testamento che si possa scrivere per i nipoti e per i posteri!

Di mia nonna ho poche foto (lei ne aveva alcune delle mie incastrate nella vetrinetta della sua credenza incassata nel muro), ma quelle non scattate sono tutte impresse nel mio cuore. Mentre lavorava all’uncinetto (merletti, centrini, quadrati di lana per coperte multicolori…), con gli occhiali inforcati, davanti all’uscio della sua casetta a piano terra in un vicolo della parte alta del paese o, vicino alla stufa nell’angolo, seduta su una vecchia sedia bassa e impagliata, con un copricuscino di lana grossolana. Vestita continuamente a lutto, ora per l’uno ora per l’altro congiunto defunto, metteva un grembiule bianco per non scurire, con eventuali pelucchi neri, il delicato filato di cotone bianco o la farina che impastava per la pasta o per le focacce, tra cui quella “azzima” con i semi di finocchietto selvatico. Disponibile ad accogliere e ad ascoltare senza mai spettegolare. Pronta a dare una mano ma non faceva trapelare le sue necessità. Nonostante tutto, alla sua porta c’era sempre la chiave all’esterno come erano sempre aperti il suo cuore, le sue braccia, le sue mani. Serbava il silenzio e in silenzio: immagine di umiltà e lucanità di una volta e nella mia memoria per sempre avvolta.

Mi manca l’inverno in paese, nel mio paese “solo di nascita e crescita” come una pianta in un vivaio, lo stare davanti al focolare al mio quarto piano con la sua presenza con l’immancabile uncinetto in mano mentre io leggevo o studiavo e lei mi chiedeva conto a quale pagina fossi arrivata. Mi mancano le sue carezze, perché le carezze della nonna si continua a desiderarle, a sognarle e a sentirle come se fossero vere, perché sono state tra le più vere. Mi mancano le sue attenzioni, per esempio una sera, dopo una scossetta sismica, non avendo il telefono in casa, telefonò dal paese dalla casa della vicina, in un’epoca senza cellulari o altri mezzi tecnologici che hanno invaso la nostra vita, per accertarsi che io e la mia famiglia stessimo bene e che non mi fossi spaventata.

Mi ha lasciato una grossa eredità spirituale ed emozionale, in primo luogo il suo nome che mi fu dato per caso contravvenendo alla tradizione del tempo e del paese (forse anche da qui il mio spirito di contraddizione). “Margherita”, etimologicamente “perla”: mia nonna Margherita, una perla di donna lucana, di moglie, di mamma, di nonna, di parente, di vicina di casa al di là della durezza dell’ostrica della vita.

Quelli che non ci sono più mancano ogni giorno di più, quando intorno persone così e valori così non ci sono più quaggiù e resta solo alzare lo sguardo lassù!

“I morti non muoiono, sono qui tra noi anche se tendiamo a dimenticarli per la paura di doverli presto raggiungere. La mia nonna materna andava per lavori in campagne lontane e tornava spesso nella notte dopo lunghe fatiche pagate in natura, e quando le chiesi se non avesse paura, mi disse tranquillamente che no, perché parlava con i morti, l’accompagnavano i morti” (il saggista Goffredo Fofi).

Condividi

Sull' Autore

Avatar

Insegnante, giurista, con la passione della lettura, della scrittura, della fotografia e di ogni altra forma di arte e cultura. Autrice di tre libri per Aracne Editrice (Roma) – fra cui “La bellezza della parola, la ricchezza del diritto” (2014) menzionato nel sito dell’Accademia della Crusca –, di oltre 150 pubblicazioni giuridiche citate in più sedi (testi giuridici, convegni, università, siti specializzati, tesi di laurea) e di altri scritti, già operatrice socioculturale nel volontariato (da quello associativo a quello penitenziario). Nata a Salandra (MT), vive a Matera.

Rispondi