TERESA LETTIERI
Non bisogna essere femministe per riconoscere un abuso, una violenza o una offesa verbale esercitata su una donna. O meglio non dovrebbe essere così. Perché dinanzi ad una battuta senza gusto ( dove anche l’uso del “cattivo” non la definirebbe adeguatamente) come quella di Gene Gnocchi che ha associato al maiale in giro tra i rifiuti di Roma il genere femminile (scrofa) e l’identità di Claretta Petacci nei suoi pochi secondi di performance, a me basta essere una persona dotata della giusta dose di buon senso e di rispetto verso gli altri. Quel tanto che basta per continuare a disconoscere, innanzitutto, quella finta democrazia che ci serve ormai solo per accedere ai tornelli di un campo sportivo, quel falso sentimento di appartenenza ad una società che di sociale non ha nemmeno i bagni pubblici, quello pseudo-sentimentalismo del quale sono intrisi solo i salotti televisivi pomeridiani e quel falso perbenismo che ci rende giudici irrefrenabili. Sono anche donna e sinceramente che le femministe non abbiano urlato di fronte questo accadimento e protestato invece nei confronti della Deneuve di turno (perché risultano più offensivi i palpeggiamenti maschili), a mio giudizio, non sottrae valore ad una esternazione così volgarmente feroce né mitigherebbe, attraverso un atto di difesa, la violenza verbale dei contenuti. Meccanismi talmente beceri che a turno si innescano a carico di qualcuna, famosa o sconosciuta, da parte di un/una illustre negli studi televisivi come nei corridoi di un ufficio, dovrebbero essere condannati senza alcun indugio da ogni cittadino che vuole essere definito tale. E che a seguito di accadimenti del genere si ricorra alla chiamata in causa dell’associazione a tutela di una determinata categoria recriminandone la presenza a fini polemici, perdendo di vista la gravità e il rimedio che non può attendere ancora avendo superato anche la raschiatura del barile, è ancora più dannoso dell’oltraggio. O meglio, l’offesa viene accantonata perché il confronto si sposta su piani diversi, passando puntualmente per la politica, che orami è diventata come la maionese per le patatine, e quindi per la strumentalizzazione dell’ovvio. Passando per le nostre bocche che mentre urlano stupite l’assenza di chi doveva intervenire, nell’intimità del quotidiano avranno correntemente etichettato “scrofa” (o porco, e sono generosa) la/il presunta amante del marito/moglie, o del/la cognato/a, o del /la verduraio/a più di una volta. E in questo, purtroppo, il parterre femminile non ha fatto un passo indietro, visto che in più di una occasione si è reso interprete di considerazioni altrettanto violente quanto quelle maschili a carico di altre donne, sostenuto da tifoserie risvegliate solo da protagonismi o inutili difese d’ufficio (Argento vs Meloni, ad esempio). Donne di sinistra contro donne di destra, colleghe contro altre colleghe, amiche contro amiche. Non preme l’offesa, non si inorridisce per la violenza, si reclamano ruoli come se ognuno di noi non ne avesse e impressionano certe presunte assenze scannerizzate come fegati cirrotici per legittimare la quota giornaliera di opinionismo spicciolo intriso di giudizio, euchessina della mente. Giammai si aspirasse al comune senso di solidarietà, quello che unisce le menti prima che le bocche, che impedisce di commettere affronti gravi quanto le offese da colmare. Mi sarei aspettata, quindi, una condanna unanime alla Gnoccata televisiva contro la Meloni-Petacci (sebbene la si voglia spacciare miseramente per satira dimenticando che il diritto di pensiero prevede anche il diritto all’onore e al decoro: “è illecita l’attribuzione di condotte illecite o moralmente disonorevoli, la deformazione dell’immagine in modo da suscitare disprezzo della persona o scherno della sua immagine pubblica”- Corte di Cassazione), innanzitutto per garantire un linguaggio decoroso ed un messaggio altrettanto rispettoso sull’individuo in primis e sulla donna, perché sono i linguaggi a costruire inizialmente gli stereotipi con i quali ci rapportiamo. E la comunicazione, in termini generali, ha questo preciso dovere, peraltro non delegabile, in quanto strumento di relazione. Mi aspetterei, però, che queste metodiche venissero smantellate anche dal nostro vivere quotidiano che a turno sottopone a offese e ingiurie (nonché violenze) chiunque si trovi a tiro o che non risulti gradito e pur millantando con metodica passione la propria statura morale. Questo per significare che le proiezioni del nostro vivere comune su uno schermo ci fanno così schifo da protestarle (forse le vediamo nella loro reale grandezza) ma non tanto da continuare a praticarle.