UNA STRADA, TANTE STORIE

0

SEVERINO LAPOLLABY SEVERINO LAPOLLA

 

La strada di cui al  racconto, in sé non aveva niente di particolare; era una brutta strada di estrema periferia ma che ha avuto una prerogativa che  in  nessun’altra ,né prima né dopo, ho avuto l’oppor tunità di riscontrare : quella di aver dato i natali ad un numero di personaggi che, chi più e chi meno, si sono fatti onore nella vita; molti portando   lustro  alla nostra città e,addirittura,  alla nazione.

 

Si chiamava via Pasquale Grippo e cominciava con quella gradinata, all’inizio di  viale MarcFile0516oni , che portava giù in direzione dello scalo inferiore però , subito dopo la fine delle scale deviava a destra verso una schiera di palazzi e poi nel nulla. L’impatto all’ingresso della strada era quella di una penombra  in profondo contrasto con la luminosità di tutta la campagna circostante  C ’erano due file di palazzi che comprendevano ,a sinistra, una palazzina  del lotto costruito intorno al 1931 e le altre su entrambi i lati, costruite intorno al 1938-39 , assegnate tutte a dipendenti pubblici e,man mano che ci si addentrava , i contorni cominciavano delinearsi meglio  Il lato destro era sormontato da una scarpata che si elevava fino all’altezza dell’ultimo piano mentre il lato sinistro “assediato” da mandorleti e  orti , disposti su un  terreno ondulato ma più pianeggiante Sembrava che  avessero profanato il suolo della campagna circostante  e la natura, quella stessa campagna ,volesse recuperare lentamente  quanto le era stato tolto. Al centro, una strada in terra battuta finiva nei campi e quando era la stagione  le spighe di grano seminate , causa di un seminatore malaccorto,. crescevano anche sul l’estremo limitare della strada , La prima  cosa che colpiva era un aggeggio ai lati dei portoni; una lamina di ferro profondamente conficcata nel suolo  e che serviva per rastremare le scarpe da fango (che nei  mesi piovosi era abnorme) e che era d’obbligo usare prima di entrare a casa.. La mattina  quel violone ( e anche le rientranze  tra i palazzi)  brulicava di ragazzi  di ogni estrazione sociale che giocavano tutti insieme ;l’unica selezione era dovuta all’età per cui il più grande prevaleva sempre      ( ma senza vessazioni) sul più piccolo che si sentiva dire : “ T ’haia stà !”

Intorno alle nove, dopo essere passati per  la gogna della “zuppa di latte”o altra merenda, (d’obbligo “se no lo dico a tuo padre” -e lì scattava un terrore atavico)   i ragazzi  si materializzavano dal nulla fondandosi letteralmente dai portoni e, se qualcuno tardava, un coro di strilli  lo sollecitava sotto le finestre dell’abitazione. Era la mattina della vita per questi ragazzi ( e per la strada) e si iniziavano le “occupazioni” quotidiane fino all’una circa, quando le varie mamme (o le sorelle più grandi) , quasi all’unisono chiamavano per il pranzo o, meglio ancora , quando  in fondo alla strada compariva il padre ed il ragazzo schizzava come colpito da una folgore imboccando il portone e sperando di non essere stato visto (regola ferrea  per tutti i ceti sociali era che il padre si esprimeva a monosillabi solo per dare direttive che venivano recepite con gli occhi bassi senza la minima replica)

I PADRI. I padri erano di varia estrazione sociale ; li vedevamo specialmente all’imbrunire e li studiavamo da lontano con curiosità mista a timore. C’era il padre di Augusto G.,che guidava un enorme camion dal muso prominente e con un enorme rimorchio al seguito a cui ci piaceva attaccarci specie quando faceva manovra (una vera  follia !); il padre di Mariolino S., sempre coperto di carbone nel viso e negli abiti perché guidava la locomotiva delle ferrovie e poi  ,man mano, vi erano quelli che oggi verrebbero denominati “colletti Bianchi” .C’era il padre di Franco C: un padre che noi tutti avremmo desiderato avere specie  il giorno della Befana perché per Franco e il fratello era la più ricca del rione e che  comprendeva tutto  quello che era il nostro oggetto del desiderio :vestito da cowboy, cinturone e pistole stile film western e il  cappello che Enzo non toglieva mai fino ad acquistare quella forma “vissuta” che vedevamo nei films. Anche la mamma noi la invidiavamo perché aveva un tratto fine; gli occhi verdi ed una voce  molto suadente..C’era “Don “Saverio B. molto parsimonioso e severo (in ossequio alla regole di Terziario Francescano)  ma che non faceva mancare regali  ai figli. Per qualcuno ,come il padre di Ettore e Armando G invece, le richieste alla Befana erano di scarpe e vestiti  (con due femmine e quattro maschi ! ) e la Befana capiva.  Un particolare mi sfuggiva di dire, però, ed è che la corrispondenza con la vecchina la tenevano in esclusiva le madri  ;forse perché  tra donne ci si intendeva meglio  ( o, più semplicemente,perché la “cassa “ e la gestione del bilancio familiare erano   tenuti di fatto dalle donne ! )..C’erano,poi, i “militari”: il maresciallo dei carabinieri A. ,con una pancia  prominente ,l’andatura ondeggiante e quell’interloquire con chiunque sempre a voce alta e con un marcato accento calabrese .L’altro  maresciallo dei carabinieri  C .invece, magro e con uno spiccato accento “dell’alt’Italia”, parlava sempre sommessamente mentre il terzo, maresciallo della Finanza  F ., rossiccio e segaligno  era molto taciturno  (li ho citati   specificamente  perché avranno un ruolo importante nella nostra  storia.)  ….continua domenica prossima

 

Condividi

Sull' Autore

Avatar

Severino Lapolla

Lascia un Commento