IL DIO LUCE, IL DIO UOMO, IL DIO MORTE

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 LUCIO TUFANOlucio-tufano
   
       Il tutto e il niente, la volontà di luce e le tenebre, la vita e la morte, le stagioni ed il loro periodare, la realtà e il segno, tutti i dualismi hegeliani che ci riguardano, è il passato prossimo, è quello più remoto, è il tempo e lo spazio! Che cosa, chi è Dio?
È Natura Naturans e natura naturata dei grandi pensatori come Telesio, e il pensiero di Giordano Bruno, è la coincidentia oppositorum, di Niccolò Cusano … il divenire di Parmenide è la scultura del genio, la sua creativa enfasi, l’afflato della poesia, è il sublime, struggente lamento degli oboe e il melodico pianto del violino, quello nevrotico e infernale di Paganini, è la follia del vento e degli uragani, quella delle catastrofi, la vicenda umana così lunga, così breve, monotona o frenetica …?
E se è tutto questo, anche l’immanente è quello che trascende, il Noùs di Anassagora, l’architettura dei quattro elementi di Eraclito o, dentro i trattati, o nelle formule dei filosofi e degli scienziati, nella curiosità degli studiosi, si può declinare?, è nominativo o soggetto, è genitivo e dativo, è l’ablativo assoluto …, e l’accusativo perfino?
Tutto quello che è nella nostra esperienza corporea, infine, è uno spazio abitabile condivisibile è Dio in noi e noi in Dio?
È così nel cristianesimo, così nel sufismo islamico, si configurano la shari’ha, la legge ampia ed eseguibile da chiunque; e la tariqqah, il percorso angusto e per molti impraticabile, il sentiero o porta stretta. Perciò la cultura giudaico-cristiana ha spesso affermato verità assolute, dogmi, spesso legati a Jahvè, “Dio collerico e vendicativo”, come sostiene Alberto Moravia, ebreo, quando parla dell’influenza babilonese-caldea di un dio del male, anche se non studioso di esegesi biblica, in contrasto alla tradizione francescana e monacale dei cristiani, alla kabbalah ed al pensiero di Spinoza per i giudei.
Lo sancisce Blaise Pascal, quando parla di Dio come luce. «L’uomo contempli la natura intera nella sua alta e piena maestà … Contempli questa luce sfolgorante, posta come lampada eterna per illuminare l’universo, la terra gli appaia come un punto in confronto all’amplissimo giro che questo astro descrive e si meravigli … Tutto questo mondo visibile non è che un punto impercettibile dell’ampio seno della natura … È una sfera il cui centro è ovunque, la circonferenza in nessun luogo. Inoltre il maggior carattere sensibile dell’onnipotenza di Dio, e la nostra immaginazione si perde in questo pensiero» (B. Pascal, Pensieri, n. 72, SEI, Torino, 1966, p. 30).
È quello che dice Kierkegaard, quando lo intravede: “… Da questo sito ho visto il mare incresparsi alla brezza leggera e giocare con la rena; ho visto le creste spumeggianti scuotere la superficie come una raffica di neve e ho inteso il rumoreggiare sordo della tempesta cominciare i suoi striduli sibili; qui ho visto la nascita e la fine del mondo … Qui l’uomo incede con maestà da signore della natura; sente anche in essa rivelarsi un non so che di più alto, al cui cospetto … prova la necessità di abbandonarsi alla Potenza che tutto regge[1]“. Lo sente Giacomo Leopardi nel suo afflato poetico, e tanti altri poeti …
I COLORI DELLA LUCE
nuvoleÈ pur sempre la luce che, intensa o ritratta, è un tutt’uno con il Creato. Tutto è luce e in questo vi sono le certezze empiriche. “Fra le cose si sta come tra suoni di campana in una foresta di notte – scrive Paracelso – e se la loro ragione è ancora sconosciuta, è perché non camminiamo nella luce. Ogni cosa ha nella memoria la sua luminosità e quindi i suoi colori e le sue variazioni e chi non riesce a vederla nella sua sorgente e nella sua immensità è come se stesse nel buio. Tutto si svolge nella luce: la tenebra non ha memoria né rappresentazione”.
Lo hanno rivelato gli artisti, riproponendoci la realtà e che dai tempi più remoti furono alchimisti prodigiosi. Evan Eyck, come pittore, scoprì la luce nelle lande di terre e le stese con gli olii in successive velature. E Vincent Van Gogh catturava la luce nelle sue tele, la luce del sole … e Giorgione, e Durer e Bosch ed il Parmigianino celebrando la luce di Dio.
È infatti sorprendente come dalla luce immateriale tutte le cose ed i corpi ricevono la forma del loro colore e la possibilità di manifestarlo, lo afferma Plotino, ed Empedocle illustrava nelle creazioni dei pittori, nei quadri votivi, anathemava, cose consacrate ed icone come riedizioni della genesi. Poiché vedi i pittori plasmare sulle icone il colore, i maestri la cui arte sapienza ha educato, le cui mani scelgono le multicolori droghe mescolandole con armonia, e ne compongono forme simili ad ogni cosa: alberi, uomini, donne, uccelli, pesci e gli dei perenni primi per rango; allora scorgi trasparenza (gli elementi). Allora ti sembra di udire la parola di Dio.
Anche Benny Golson, compositore di musica jazz afferma come chi sappia imitare, sottolineare, modificare e riplasmare un tale cammino in luce, questo fantasticare nel concreto produrre: giacché il solo pensare non è atto creativo, sente Dio … i colori restano, sempre e dappertutto, i supporti del pensiero; presentano un simbolismo cosmico ed intervengono nella rappresentazione di Dio in tutta la cosmologia.
I sette colori dell’iride, le loro sfumature che sono in sintonia con le sette note musicali sono i colori e i suoni di Dio; il rosso e l’arancione esprimono il fuoco, il giallo o il bianco, l’aria; il celeste, i cieli; il verde, l’acqua; il marrone, la terra; il nero il tempo; il bianco, l’atemporale; e tutto ciò che è il tempo, il gioco della oscurità e della luce, del sonno e del risveglio.
 IL DIO UOMO
La liturgia della Chiesa oggi ha un linguaggio accessibile dalle masse, ricorre ad espressioni e rappresentazioni affabulatorie, mentre l’autentico messaggio evangelico tende alla interiorità, contro la tendenza levitica di monopolizzare la conoscenza di Dio.
Perciò Gesù, il Dio-uomo è contro la gerarchia; il suo è un atto di ribellione alla precettistica del dogma, e mentre il Deuteronomio dilapida l’adultera, Gesù la salva e le raccomanda di non peccare più. La legge vuole che il sabato non si lavori, lui afferma che non è l’uomo al servizio del sabato, bensì il contrario: “Il padre mio opera sempre … e guarisce nel giorno del riposo”. “Non affannatevi dunque per il domani … a ciascun giorno basta la sua pena”. Ecco che i Vangeli offrono pietre vive per l’edificazione del nostro spirito. Quello individuale, intimo. Origene diceva che le scritture hanno significati nascosti, anche ambigui, ma hanno quello per il quale è necessario esercitare l’intelletto ed uno spirito accessibile solo a coloro che hanno Cristo nel pensiero.
È tanto vero tutto questo che da secoli nel mondo le due sillabe Ge-sù sono indissolubilmente legate al nostro spirito, il solo uomo nella storia, del quale si dice sia tornato dalle voragini della morte.
Questo prova la sua divinità, come attestato della sua potenza che domina tutte le rivolte del male e come testimonio della sua santità … Chi mai ha seriamente pensato che Mercurio, Apollo, Bacco fossero veri Dei? Alessandro ha potuto proclamarsi figlio di Giove ma tutta la Grecia sorrise di quella soverchieria; l’apoteosi degli imperatori dell’antica Roma non fu mai considerata cosa seria dal popolo romano; Maometto si fece credere un inviato di Dio, e non ne diede altra prova che la spada. Perché da noi la divinità di Gesù Cristo è cosa tanto indiscussa? Perché sono più di venti secoli che se ne discute? Da Celso a Strauss, a Nietzsche, a Marx, ai filosofi antichi e moderni … quante penne al lavoro, quanti scritti e libri pubblicati, “quante armi rinnovate i cui avanzi sono sparsi o interrati ai piedi di quell’Incudine che ha infranto tutti i martelli” (Vittorio Messori) … tutti coloro che giacciono in una celebrità peggiore dell’oblio osarono aggredire quell’invincibile Dio.
Ed è per tutto questo che Dio è anche morte.
IL DIO MORTE
hqdefaultÈ l’irrisolta equazione vita-morte, il modo come Atropo arcigna, dal volto duro e impassibile, recide nerovestita e implacabile, lo stame della vita, con le affilate cesoie, il quadrante polare e la bilancia. Eppure l’inesorabile gradualità della morte, questa sincronia e questi vasi comunicanti che Platone nel suo Gorgia, fa dire ad Euripide: “e chi sa se non sia esser morti il vivere e il vivere l’esser morti!” L’espressione dialettale dei nostri contadini: “acqua e morte ‘ndret a porta” sta ad indicarne la fatalità, la esecuzione di una volontà non nostra, e tuttavia probabile, e Claude Bernard: “fiamma che arde e che si spegne”, il fenomeno che abbellisce e divora se stessa come elegia di morte, la molecola che palpita, la cellula che freme, mentre Bichat sostiene come la vita consiste nell’insieme delle funzioni che resistono alla morte, mentre la foglia morta è simbolo di vita che risorge, metamorfosi della materia, il colore delle querce, la traspirazione delle piante, il fiore che appassisce, il verde velluto del muschio; tutto spiega l’eternità della vita, quella della morte, l’eternità di Dio.
La morte, fatto intimo, personale, anche se a ciascun’esistenza corrispondono milioni di decessi; “… mentre parliamo, la nostra età svanisce – scrive Orazio – tutto il tempo che è passato fino a ieri, è finito, il giorno che stiamo vivendo, lo dividiamo con lei.”
Gabriele D’Annunzio ci dà la sua magica visione, la sintesi della Dottrina del Risveglio, il Corpo Astrale, la Luminosa Liberazione, l’annullamento nella luce … nel sonetto de La Chimera:
Ove tendono li astri in lento coro?
Tendono per la via de l’ombre a’ l Giorno,
Anima, ti congiungi a’ raggi loro!
La via de l’ombre sale ad auree porte:
fiumi d’oblio fluiscono d’intorno;
sta nelle foglie fulgide la Morte…
«Nel giorno sacro al culto dei trapassati ed alle memorie, una gran folla ebbe il nostro cimitero, la croce di ogni tomba ebbe una corona, un fiore pietoso ebbe ogni nome … un vasto sommesso mare di sospiri e sussurri ebbe il sigillo delle lapidi, i baci impressi sulle lastre fredde ebbe il giorno, triste nel dileguante novembre, …».
È così che “Il Lucano” del 1899 scrive dei crisantemi esangui e dell’aria intrisa di amaro, il nebbioso mattino della città di “ebbe”. Ma chi è Ebbe? Ebbe è la città di timbri e sigilli. Ebbe come possesso? Passato remoto? La città di Ebbe fagocita, ingoia. È la città dell’Ade, l’Acheronte, l’alfa e l’omega che si coniugano.
Qui si portano i pensieri, le azioni che si rimuginano per l’eternità. Momento cruciale della vita in cui ciascuno si lega alla sua scelta, d’onde il contrappasso, il capovolgimento del soggetto, il ricordo assillante di essere polvere, polline, vento, di essere stato fiore, fanciullo, vecchio.
La vita è un dono, la morte è un mutamento di condizione che non ha posti per coloro che credono sia un posto, né luogo per tutti quelli che hanno vissuto e che sono accanto agli altri.
Paure ancestrali, impotenze, coprifuoco, rispetto per chi solo da morto è stimato, è temuto. La certezza che sappia il nostro segreto e le vicende del nostro presente.
Eccola la Morte dal velluto nero, coscienza di noi. Il dio Morte, scoperta e radiografia assoluta, radiologo che ci legge dentro, l’infallibile. Eppure la vita è «stop», intuizione, battito d’ali, di ciglia, lampada che si accende, notizia, amore a prima vista, rigetto, separazione, ricongiunzione e riconiugazione. Maschere e scene del teatro, simboli vittoriosi sull’orrore? Ambito di elezione, del riaffiorare e del rammemorarsi. Religiosità degli affetti, sentinelle mute, idola theatri, «taùto» che ricompone vizi e virtù, progetti e risparmi: liturgie da antico teatro greco.
[1] Diario. Vol. I, Brescia, Morcellina, 1948.
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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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