All’interno della frastagliata e conflittuale area di centrosinistra si discute di come allestire una risposta alla avanzata del centroDestra, dopo che una legge elettorale ne favorisce l’aggregazione sulla base del solito grumo di interessi che mette insieme in politica voglia di secessione e voglia di soldi. Legge che è un regalo fatto a Berlusconi nel tentativo di fregare i Cinquestelle, e che, per Renzi, si è dimostrato un boomerang. Ora si cerca di mettere una toppa, con il rischio che essa sia peggio del buco e cioè si cerca di allestire in tutta fretta una alleanza tra quelli che sino ad ora hanno litigato su tutto. Da un lato, Alfano, Lupi e la debole armata di Alternativa popolare che, dopo il disastroso sbarco di Sicilia, cerca almeno di arrivare a Teano con un 3 per cento da portare in dote a Renzi; dall’altro, una selva di sigle , di diversa colorazione di rosso, riempita in questi ultimi da una nomenclatura che , pur di approdare ancora una volta in Parlamento, sarebbe capace di vendersi l’anima. Mettiamo che facciano una coalizione preelettorale, che cosa potranno dire di convincente all’elettorato deluso della fine ingloriosa di un centrosinistra che solo pochi anni fa faceva intravedere una speranza?: che il jobs act va corretto? Renzi e Alfano non ci stanno. Che la flessibilità è un valore e che la globalizzazione comporta l’accettazione di sfide in campo aperto? Fratoianni e Vendola ne sarebbero disgustati. Ci sarebbero tanti altri esempi per far capire che una coalizione non ha né il tempo, né le persone giuste per trovare una linea e un programma e che il massimo cui si potrebbe aspirare è espungere due o tre punti sui quali giustificare un patto di desistenza. Che, non essendo finalizzato a vincere ma solo a limitare le perdite, è chiesto dalla minoranza del Pd ma non entusiasma Renzi, al cui orizzonte si va profilando uno stallo, una ingovernabilità e la conseguente strategia di rimettere su , a parti invertite, il patto del Nazareno. Però qui entrano in gioco Franceschini , Orlando e Emiliano che sulla ricucitura politica della coalizione si stanno giocando una probabile centralità di interlocuzione. Ma, al di là dei servizi di sartoria che si vanno offrendo, paradossalmente, la voglia di rimettersi insieme non c’è neanche tra la compagine a sinistra del Pd, la quale sa che il solo tentativo di un accordo renderebbe vacue e false tutte le accuse che sinora hanno rovesciato alla segreteria del Pd . Come dire che il nuovo non può arrivare semplicemente rimettendo insieme il vecchio, ma facendo cose veramente nuove ed eclatanti, come le primarie di coalizione e un patto di legislatura in cui ci siano temi e leggi da fare come la tutela della meritocrazia negli apparati e tra le imprese, la moralizzazione della politica , la reintroduzione della tassa sul patrimonio, la caccia ai paradisi fiscali, lo statuto obbligatorio dei partiti. Se non c’è questo, che l’elettore del centrosinistra auspica con tutto il residuo di speranza che gli rimane, coerenza vorrebbe che se le dessero di santa ragione, che ci si facesse male fino in fondo, per ricominciare daccapo. La sola differenza è che c’è chi può aspettare un altro treno e chi no. E dalle candidature si vedrà chi bada alla politica e chi vede solo il posto in Parlamento. Rocco Rosa
I VALORI DELLA…DESISTENZA
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