VERONA, ALLE RADICI DEL PROBLEMA

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Marco Di Geronimo

Il congresso di Verona monopolizza il dibattito pubblico. È l’ennesimo fuoco di paglia, destinato ad agitare le coscienze per qualche giorno e spegnersi dimenticato da tutti. Ma per quale ragione nella società del terzo millennio trovano cittadinanza proposte e teorie come quelle che hanno sfilato a Verona? L’unica spiegazione che sembra plausibile passa dal naufragio del femminismo.

Il movimento per la rivendicazione dei diritti delle donne è stato uno dei maggiori focolai del Sessantotto (e del Sessantanove). Si può liquidare in poche righe quella stagione di caldissima tensione sociale? Di esplosiva elaborazione intellettuale? No, è un’impresa impossibile: però si può contemplare la differenza tra il mondo di oggi e quello di cinquant’anni fa.

All’epoca il mondo femminile, quello giovanile e quello dei lavoratori si coalizzarono in una ondata dalla portata dirompente. I partiti del centrosinistra europeo furono sorpassati a sinistra da una marea montante, che poneva problemi molto difficili da risolvere. Gli enigmi agitati da quelle masse in rivolta continuano a tormentare i pensatori del fronte progressista.

Ma l’eredità del Sessantotto e del Sessantanove non si limita al rompicapo intellettuale che quella stagione ha introdotto nel dibattito filosofico-politico. Di quegli anni si ricorda, per l’appunto, la mobilitazione generale. Oggi invece i lavoratori, gli studenti e le donne sono corpi isolati, che non riescono a fare squadra e contano molto poco da un punto di vista politico.

La nascita e l’organizzazione di una comunità LGBT ha modificato i rapporti di forza e i canali di dialogo nei movimenti extraparlamentari. Facilitata dal paradigma neoliberale, e cioè dall’idea che la società non esiste (cit. Margareth Thatcher) e che bisogna lasciare gli individui liberi di fare ciò che vogliono, proprio questa comunità LGBT è riuscita a imporsi nel dibattito politico. Che ha smesso di vertere sui diritti sociali per concentrarsi su quelli civili.

In Europa come altrove, da circa trent’anni la politica economica si trova sulla monorotaia dell’austerity (in dose più o meno massiccia). L’Italia ha esasperato particolarmente il fenomeno. Sarebbe superfluo richiamare i numerosi indicatori economici che confermano come i salari del Belpaese sono stagnanti dai primi anni Novanta (più o meno lo stesso momento in cui abbiamo cominciato, senza mai smettere, di mettere a bilancio saldi primari positivi).

La crescente insoddisfazione nei confronti degli schieramenti tradizionali (centrodestra e centrosinistra) è esplosa nel corso della crisi economica. La mancanza di un’opzione progressista capace di mostrare il valore della lotta comune, dell’integrazione tra rivendicazioni civili e sociali, ha lasciato scoperto un campo importante. Quello delle battaglie culturali sul tipo di società che ci si immagina. Chi aveva bisogno di diritti sociali non ha trovato sbocco – per mille ragioni ­– né nel centrodestra né nel centrosinistra.

Un centrodestra democristiano, basato sull’idea di Stato sociale di Giorgio La Pira, avrebbe potuto reagire all’ubriacatura liberal del centrosinistra e valorizzare il profondo sentimento cattolico della Nazione. Viceversa un centrosinistra socialista, pronto a mettere in mostra la profonda fragilità emotiva che la moderna società liquida costruisce scientemente e a combatterla permettendo a tutti di costruire una famiglia e un percorso di vita, avrebbe sottratto spazio alle destre reazionarie.

E viceversa, di fronte al monocolore liberale, un popolo affezionato ai legami sociali come quello italiano non ha potuto che reagire nel mondo più latino di tutti. Aderendo all’idea degli unici politici che testimoniavano un’idea di ordine dei rapporti sociali. Basata sulla triade inquietante Dio – Patria – Famiglia (tradizionale). L’inquietudine che serpeggia in un popolo affamato dalla crisi e inascoltato dai palazzi ha costruito lo spazio e l’agibilità per proposte politiche retrograde e disturbanti. In chiara antitesi col movimento femminista degli anni Sessanta.

Nancy Fraser, Cinzia Arruzza e Tithi Batthacharaya hanno dedicato un libro (Un femminismo per il 99%) all’analisi del fenomeno. Riconnettere il femminismo alla massa è fondamentale al mondo di oggi per archiviare Verona. E arginare Verona è la prima grande sfida per tutte le opzioni politiche in campo. Sul piano culturale, la destra sta esercitando una notevole egemonia su enormi fasce della popolazione. Ricordiamoci che il fascismo riuscì a comandare per vent’anni (anche) perché riuscì a mantenere un’idea di ordine accettata dal popolo italiano.

Trovare un’alternativa all’ordine sociale delle destre reazionarie è importantissimo in questa fase. Anche stavolta però il fronte progressista sembra non aver appreso la lezione. Il Partito democratico inscrive nel simbolo la bandiera europea (al momento nemico comune sia delle fasce più basse sia di diverse frange dell’élite intellettuale del Paese). Un atteggiamento gratuitamente europeista che comunque non riesce a erodere voti a Emma Bonino, né alle sinistre plurali. Le quali, a loro volta, fanno scegliere simbolo e nome ai propri simpatizzanti (non avendo né la forza, né l’energia, né l’intelligenza di costruire un progetto realmente alternativo al PD).

Continua a mantenersi ambiguo invece il fronte conservatore. Né Matteo Salvini, né Silvio Berlusconi, né Giorgia Meloni possono contare su un vero e proprio partito. E di conseguenza nemmeno su un centro di elaborazione culturale e filosofica che indichi un’altra strada rispetto a Verona. Ecco perché c’erano leghisti al congresso della famiglia: perché al centrodestra odierno non conviene trovare una nuova rotta culturale e sociale. Basta cavalcare l’onda dell’egemonia reazionaria, per monetizzare il più possibile nel breve termine. Sarà la strategia giusta anche nel lungo? Forse sì, forse no: ma è per questo che ci si tiene “grigi”, nel campo verdazzurro. Quanto ai 5Stelle, inutile chiedere lumi a chi non ha mai avuto una bussola valoriale.

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E; per Onda Lucana (https://ondalucana.com/); e infine per Leukòs (https://leukos.home.blog/). In passato ho scritto anche per ItalianWheels.

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