LA QUARESIMA IN BASILICATA: LA CULTURA NELLE PAROLE

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  1. La Quaresima e le sue usanze in Basilicata

Nel periodo di quaranta giorni che intercorre  tra la fine del Carnevale e la Pasqua, in Basilicata si assiste a riti e usanze davvero particolari.

In alcuni paesi, ad esempio, la prima domenica di Quaresima ha luogo “il rito” della cosiddetta pëgnatë [pəˈɲ:atə] ‘pignatta’. Si tratta di un gioco che segna il passaggio dal periodo di divertimento e libertà alimentare a un periodo di morigeratezza e riflessione.

La pignatta viene riempita di ogni sorta di dolci e appesa ad un filo al centro di una stanza. Il gioco consiste nel cercare di colpirla con un bastone, a occhi chiusi. I partecipanti sono perlopiù bambini, i quali, una volta rotto il contenitore, fanno a gara a chi raccoglie più dolciumi possibili da terra.

Comincia così quel periodo dell’anno nel quale non è concesso mangiare la carne, un ribaltamento rispetto al Carnevale. Alcuni dialetti lucani utilizzano il termine cammarà [kam:aˈra] per indicare il consumo di carne durante la Quaresima, per il mercoledì delle ceneri e per i successivi venerdì: nun_d’aia cammarà [nun ˈd_aja kam:aˈra]significa ‘non devi cadere in tentazione’. La storia di questa parola è molto antica e affonda le sue radici nel greco: l’origine di cammarà [kam:aˈra] è in effetti il greco kammaron che sta ad indicare un’erba velenosa, di qui sarebbe poi passata al latino, nel quale troviamo cammarare col significato di ‘sporcare, disonorare’.

Un elemento caratteristico della Basilicata in questo periodo è senz’altro una bambola diffusa in molte parti della regione, che prende il nome di Quaremma [kwaˈrem:a] o Curemma [kuˈrem:a]. Essa viene identificata come la vedova di Carnevale, che rimane a piangere la sua morte. Questa bambola si appendeva alle finestre dei nostri paesi, generalmente in abito nero, e al lato una patata nella quale erano conficcate sette piume, che rappresentavano le sette settimane di digiuno e astinenza che precedevano la Pasqua. Tale personaggio è ben presente anche durante le sfilate di Carnevale ed è personificato da una donna che piange la morte del marito, Carnevale appunto. Ad essa rimane da crescere il figlioletto, nato dall’unione fra Carnevale e Quaresima, Carnuwalicchië [karnuwaˈlik:jə], rimasto orfano di padre.

Questa bambola è diffusa anche e soprattutto fra le comunità arbëreshë della regione. Qui però non indossa un abito nero, bensì il costume tipico del rito greco, praticato in queste comunità, e prende il nome di Kreshmza.

Questo periodo di grande silenzio e morigeratezza culmina poi nei festeggiamenti della Settimana santa. Tale settimana si apre con la domenica delle Palme. In questa giornata, dopo aver partecipato alla funzione religiosa in chiesa, si mangiano piatti particolari  legati alla tradizione. A Pietrapertosa ad esempio si mangiano i cafatiéllë p’a mëllichë [kafaˈtjel:ə p_a məˈl:ikə] ‘cavatelli con noci e mollica fritta’. Rispetto alla grandezza di questo formato di pasta, la tradizione vuole che un tempo si badasse alle loro dimensioni: in particolare, più erano grandi e più erano di buon auspicio; si credeva infatti che le loro dimensioni avrebbero rispecchiato quelle delle spighe di grano.

Rispetto ai riti della settimana santa sono diffusi detti molto particolari. Uno di questi riguarda la messa del venerdì santo. Si dice, infatti, che a mèssë du vërnëdíja sandë quanda iè ngapë ié mbédë [a ˈmɛs:ə du vərnəˈdija ˈsandə jɛ ˈŋgapə jɛ ˈmbedə], letteralmemte ‘la messa del venerdì santo quanto è sopra è sotto’. Di questo detto vi sono però due diverse interpretazioni: la prima è che “della messa del Venerdi Santo non si vede mai la fine, quando sembra che stia per concludersi (ié mbédë) ricomincia daccapo (iè ngapë)”, in altri luoghi invece questo detto fa riferimento al fatto che la messa del Venerdì Santo non presenta alcune parti.

Teresa Carbutti, Irene Panella e Teresa Graziano

2. Tradizioni del Vulture

Ogni comune della Basilicata ha qualcosa di caratteristico che lo rende unico, pur condividendo con gli altri un insieme di pratiche tradizionali. Esiste, poi, una rappresentazione rivisitata del momento di maggior pathos di tutto il periodo quaresimale: la Via Crucis.

Nel Vulture, ad esempio a Barile e Rionero, compare tra i figuranti un personaggio molto particolare, insolito, singolare: la zingara che, secondo la tradizione popolare, ha acquistato i chiodi per la crocifissione.

A Barile, le origini di questa rappresentazione risalgono alla metà del 1600, come tentativo di conciliare le usanze locali con quelle cattoliche. Attualmente è organizzata dal Comitato della Sacra Rappresentazione Via Crucis di Barile, composto da oltre 40 volontari.

La zingara richiama l’essenza arbëreshë del comune, e per questo ruolo viene scelta la ragazza più bella del paese, che indossa un vestito su cui è cucita una grande quantità di oro vero.

L’oro è il motivo portante di tutta la rappresentazione. Infatti, il corteo viene aperto da tre bambine vestite di bianco, le tre Marie, sul cui vestito sono cucite croci d’oro; la Veronica porta alle dita preziosi anelli, così come i sacerdoti del Sinedrio.

Il corteo si chiude con la presenza delle statue del Cristo morto e dell’Addolorata, preceduti dal sacerdote che invita i fedeli alla preghiera ed alla meditazione dei misteri.

Questa particolare rappresentazione ha coinvolto anche comuni romanzi limitrofi come Rionero.

La via Crucis, in dialetto rionerese i Ssëbbrghë [i s:əˈb:ʊrgə]“i sepolcri”, attraversa le vie del paese e ripercorre tutti i momenti salienti della settimana della passione,

Le cadute di Cristo avvenivano, per tradizione, in prossimità dei principali incroci, rë ccrucëvíjë [rə k:ruʧəˈvijə]. Si credeva che il percorso della processione fosse lo stesso fatto dalle anime dei morti per andare al cimitero, e a ritroso per ritornare a casa la notte dell’Epifania.

Per questo motivo qualcuno, fermandosi presso questi incroci, credeva di poterli rivedere.

Attualmente la processione prevede il passaggio davanti alle chiese principali.

Anche in questa sfilata una bellissima ragazza impersona la zènghërë [la ˈʦɛɳgərə], la zingara.

L’oro che brilla sul suo vestito viene raccolto in ogni casa e pare che un tempo non ci si potesse rifiutare di prestare la propria parte. La pratica di raccogliere l’oro per la zingara è detta accòglië dd’órë/l’órë pë la zènghërë [aˈk:ɔʎ:ə ˈd:_orə/ ˈl_orə pə la ˈʦɛɳgərə].

Durante la Via Crucis ella gira liberamente tra gli altri figuranti e porta un cesto dal quale distribuisce agli “spettatori” ccërë [ˈʧɪʧərə] e cannëlinë [kan:əˈlinə] (ceci tostati e confettini colorati).

Se in ambito religioso si assiste a un evento spettacolare, quello gastronomico non conta meno specialità. I cibi salienti preparati a Rionero in questo periodo sono: u pëccëlatiddë [u pət:ʃəlaˈtid:ə], cioè il pane pasquale con l’impasto caratteristico ai semi di finocchio (la sëmèndë rë fëncchië [la səˈmɛndə rə fəˈnʊk:jə]); u vërrèttë [u vəˈr:ɛt:ə], una pietanza a base di uova, mollica di pane, formaggio, pepe, agnello a pezzettini o interiora di agnello, che si consuma a Pasquetta e della verdura di contorno, cioè rë ccardungèddë [rə k:ardunˈʤɛd:ə]

È uso comune preparare anche dei dolci a forma di bambola dalle fattezze tanto maschili quanto femminili, chiamati pupë rë bbëscòttë [ˈpupə rə b:əˈskɔt:ə] (i pupë / rë ppupë [i ˈpupə/ rə ˈp:upə]), fatti con l’impasto dei biscotti e ricoperti di sëmëndèllë [səmənˈdɛl:ə] (decorazioni per dolci).

Vita Laurenzana e Giusi Cratere

 

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