VERSO LA CITTA’-RETE, PER SUPERARE IL FRAZIONAMENTO TERRITORIALE

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RICCARDO ACHILLI

ECONOMISTA

 

La tragedia dell’epidemia di Covid-19 deve lasciare, come eredità, una rinnovata capacità di riflettere su modelli di sviluppo maggiormente sostenibili, nel senso più ampio possibile del termine “sostenibilità” (economica, sociale, ambientale, ma anche sanitaria). Ogni branca accademica e di policy dedicata allo sviluppo locale ha qualche cosa su cui riflettere e da imparare. Anche l’urbanistica e lo studio della distribuzione della popolazione possono ricavare utili insegnamenti.

Dopo anni di deleteria egemonia di un pensiero urbanocentrico, nel quale i piccoli centri abitati erano vissuti esclusivamente come generatori di costi aggiuntivi per la fornitura dei servizi pubblici di rete e per i flussi di pendolarismo che inevitabilmente generavano nei confronti dei nuclei urbani gerarchicamente sovraordinati in funzione di attrattori, si sta rifacendo strada l’idea che “piccolo è bello” (e direi anche “diffuso è bello”).

Prende corpo una idea di riorganizzazione del territorio nella quale si decostruisce la gerarchia fra nodi gravitazionali, dove sono concentrati i servizi e le attività lavorative, e periferia-formitorio periurbana, se non addirittura rurale, in questo caso abbandonata a sé stessa nell’attesa che una popolazione sempre più anziana e ridotta porti all’estinzione demografica interi paesi, spesso densi di storia, che potrebbero costituire utili presidi agricoli, ambientali (presidiando il territorio di fenomeni di degrado idrogeologico) e culturali. Tra l’altro, un modello policentrico è in grado di sostenere meglio i rischi legati ad una epidemia, poiché riduce il grado di concentrazione della popolazione, agevolando il distanziamento.

Fondamentalmente, la creazione di una città in rete tramite relazioni fra più centri urbani su un territorio vasto ha i seguenti vantaggi:

  • Consente alla rete policentrica di raggiungere una massa critica minima necessaria per beneficiare delle economie di scala nei costi dei servizi e nei bacini di utenza degli stessi, che singolarmente ogni centro non raggiungerebbe (concetto di borrowed size di Alonso), senza arrivare a innescare le diseconomie connesse alla congestione. I sistemi policentrici, cioè, dovrebbero beneficiare solo dei vantaggi dell’agglomerazione;
  • Diffondere e rendere più omogenei sul territorio i fattori di sviluppo economico, evitando che il centro urbano gerarchicamente sovraordinato accentri tali fattori, impoverendo il suo hinterland;
  • Ridurre i flussi di pendolarismo fra centri sottordinati e centro gravitazionale, con gli evidenti benefici ambientali a ciò connessi.

Naturalmente, affinché un policentrismo urbano possa effettivamente essere messo in campo, occorre destrutturare la gerarchia urbana, spostando servizi e funzioni amministrative, oltre che aree produttive specializzate settorialmente, nelle aree di gravitazione, individuando preliminarmente, in sede di programmazione, della scala territoriale di riferimento e delle gerarchie interne ad essa, modellizzabili tramite i flussi di pendolarismo (quindi attraverso, ad esempio, entità territoriali costruite su base statistica e non amministrativa, come i sistemi locali del lavoro). Ciò implica anche un notevole investimento in miglioramento del trasporto pubblico locale, una delle bandiere dell’azione dell’attuale Giunta regionale, che deve divenire non più un sistema che polarizza l’intera rete trasportistica sugli hub delle due città capoluogo, ma dovrà assumere caratteristiche più decentrate.

la società americana Gensler ha individuato nel “modello policentrico” – in cui i distretti autosufficienti sono distribuiti tra le città e funzionano come villaggi urbani – uno dei modi migliori per dare forma alle concentrazioni urbane. Secondo gli autori, “tali modelli hanno il potenziale per migliorare la qualità della vita, promuovere la percorrenza pedonale e liberare spazio per altri usi, come parchi e giardini”.

Tale indipendenza dei distretti di una “città in rete” è un compito di pianificazione articolato, perché alla base deve prevedere una redistribuzione territoriale dei servizi, oggi incentrati sulla sola città gerarchicamente sovraordinata, guidata da una analisi delle vocazioni socio-economiche e storiche di ogni distretto e della miglior razionalizzazione, anche di tipo urbanistico e trasportistico, collegata a tale redistribuzione.

Secondo uno studio di Irpet del 2009, la Basilicata, in termini di concentrazione della popolazione sul territorio e di indice di distanza/tempo fra i vari centri urbani, è una delle regioni con minore capacità di policentrismo d’Italia (collocandosi al 13-mo posto su 20 regioni). Pesa, su tale situazione, un assetto infrastrutturale e morfologico del territorio regionale che ostacola gli spostamenti e li rende particolarmente lenti, il che, ovviamente, non impedisce il policentrismo urbano, ma invita a costruirlo su aree territoriali di prossimità stretta, evitando cioè di inglobare nelle varie “città a rete” centri abitati troppo lontani o di difficile accessibilità.

Una prova di policentrismo fu tentata dalla città di Potenza qualche anno fa, nel piano di sviluppo urbano dell’allora sindaco Santarsiero. Si potrebbe partire da tale punto di inizio per sviluppare il concetto almeno sui seguenti “poli” teoricamente attivabili: un polo nel Vulture, attorno a Melfi-Rionero, un polo materano e del suo hinterland, un polo metapontino, un polo nel Marmo Melandro attorno a Muro Lucano-Bella-Picerno e, ovviamente, il polo potentino.

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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