Chi dice che prendere l’aereo serva ad accorciare i tempi dovrebbe provare ad abitare alla periferia dell’impero, come nel mio caso. Per andare a Bruxelles a prendere un volo che parte alle 13:15 devo avviarmi da casa alle 7:30 del mattino. Quindi diciamocelo: l’aereo si prende solo se la distanza da casa è superiore ai 700-800 km. Altrimenti non ne vale la pena, meglio il treno.
L’aeroporto di Napoli è stato ristrutturato di recente ed é bellissimo, moderno, molto elegante e funzionale, senza perdere la classe napoletana. Sul cibo, in particolare: alla tavola calda servono cuoppi fritti di terra e di mare, crocchette di patate, pizze fritte, paste e fagioli. E il profumo delle sfogliatelle di Scaturchio, che ha un punto vendita dentro l’aeroporto, si sente da 5 gate di distanza. La Brussels Airlines tiene fede al lato teutonico della doppia anima belga, e l’imbarco inizia in anticipo, il volo parte puntualissimo. Le hostess hanno una bellissima divisa rosso fuoco e nera, e sono tutte altissime non magrissime biondissime.
Arrivo in orario, anzi in anticipo e vengo presa in carico dai miei amici bruxellesi. Fra un aggiornamento e l’altro si fa ora di cena. Andiamo a piedi, a mangiare qualcosa? ma sí, andiamo a piedi.
Bruxelles di notte é un posto senza tempo. Tutta l’ansia dinamitarda e terrorista sembra essere svanita nella paciositá multietnica e multiculturale dei bruxellesi. Le strade sono tranquille e silenziose, si possono percorrere a passo lento chiacchierando fino ad arrivare al Restobiére, un localino minuscolo tutto legno ceramiche rame bottiglie appese o allineate, che é specializzato in piatti cucinati con la birra. Prendiamo raclette, carbonnade e zuppa di cozze e birra belga schiumosa e forte e ci godiamo la reciproca compagnia parlando di grandi teorie, una cosa che era tanto che non facevamo. Alberto é cosí, ha visioni di sistemi che io capiró solo fra due anni, e se avró la ventura di lavorarci. Ascolto con tutte e due le orecchie e prendo mentalmente appunti.
Sabato. Per ringraziare delle gentilezze, e della ospitalitá senza riserve, non trovo di meglio che proporre di cucinare io la cena. Vado a fare una passeggiata, mi fermo in una boulangerie tentata dal profumo di forno e assaggio una deliziosa sfoglia con le mele e un dimenticabile café au lait. Compro cioccolata belga per la mia famiglia, e arrivo fino a St. Gilles, un quartiere popolare apparentemente abitato solo da donne nordafricane con lo hijab e sparute minoranze bionde in bici. C’é mercato, abbastanza povero quanto ad abbigliamento e altre cianfrusaglie, ma molto ricco quanto a frutta verdura ed altri alimentari. Mi faccio tentare e decido il menú: crema di zucca, pasta e ceci, insalata di carciofi. Sono circondata da molte lingue, francese, fiammingo, ma anche italiano e tedesco, da vestiti tradizionali nordafricani ma anche europei, fogge da ufficio e da squatters. Gente che non si fa domande su chi sia l’altro, il negoziante di frutta magrebino, il ragazzo del bar biondo con gli occhi chiari, la commessa della cioccolateria che non parla inglese ma capisce lo stesso il mio poverissimo francese, aiutandomi nella scelta. Mi domando come e dove abbia potuto attecchire l’estremismo, in mezzo a gente cosí abituata al contatto con l’altro diverso, a croci e mezzelune, a capelli a cresta punk e veli islamici, e non so darmi una risposta che non sia quella, troppo consolatoria, dei pazzi frustrati da fatti personali.
