VICOLI COME BANDIERE

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PITTORI LUCANI: RAFFAELE SANZA

LUCIO TUFANO

La ricerca di Raffaele Sanza, nei vicoli della vecchia Potenza, in­segue scorci ed angoli cari, motivi profondi ricavati dall’intima con­nessione tra l’anima e gli ambienti feraci. Sono i vicoli di sempre quelli della Potenza autentica, disseminati di cunicoli, portoni, finestre e balconcini, vicoli scuri nei quali entra il sole che alimenta il muschio e il basilico; vicoli che trascinano l’acqua e l’ansia agevolmente fuori le mura, nella campagna. I portoni hanno perduto i padroni, pur con­servando i balconi ed i vasi di geranio. Sono pietre, quelle dei vicoli, predisposte per muri facili a frantumarsi, pietre impastate con la saliva del ragno e l’umido delle canali; sono tegole marce di case contorte nel reggere la neve e la furia del vento. Vicoli che custodiscono l’eco degli antichi suoni dei balli contadini, delle voci delle comari e dei giochi dei bambini, degli zoccoli dei muli; che conservano l’odore degli sterpi e lo scrosciare delle piogge. Sono vicoli noti dalle lampade fioche, dagli scalini diroccati – i vicoli bacati. Appena fuori di essi, il paesaggio di Sanza conserva il senso delle morte stagioni, ove le macchie chiudono i poderi del grano e le siepi fanno da confine ai ciliegi e ai mandorli inquadrati nei faggi e nei quercioli. Un mosaico campagnolo ove l’uva spina e i sorbi sono assiepati alle vigne, le barbe alle coste di argilla. La campagna gremita di silenzio diventa un occhio colorato di foglie, la fantastica «cuntagnuola» dei fossi.

È così che il pittore conosce l’aspro sapore d’autunno e di pri­mavera, sempre turbato dal vento che percuote le facce della città e ne disperde il polline, confonde i contorni verdi e gialli, ne ali­menta i vortici di foglie, avalla i silenzi rotti dai palazzi.

La sua è una campagna riscoperta di giorno, ormai frodata dei richiami, con le sue coltri di trifoglio tormentato ove fanno da frangivento i radi pagliai di fieno brinato, i pini che presidiano ancora il disamore divenuto tematica.

Non è stato difficile, nell’umile storia del Sud, fare dei panni colorati stesi nei vicoli, tra vecchi balconi, le povere bandiere di un rione; ma quello che non è facile è la maniera di rimettere questi vessilli della miseria in un contesto di civiltà pittorica.

Raffaele Sanza, cresciuto nel vico Addone della Potenza 1930, ha ripreso questa epopea dei vicoli tentando di traslare sulla tela i silenzi lasciati dai chiassi popolari che nelle zone urbane erano la democratica risorsa della moltitudine. Si tratta di bende colorate, i panni variopinti del popolo che come drappi di guerra hanno capeggiato la riscossa dei contadini grigi che indossavano gli abiti consunti dei sottani. Bandiere di stracci rossi, neri, bianchi, misteri non scritti posti a sventolare, simboli nitidi del bucato delle fontane. La sua fanteria di case vecchie, che sfila prima delle baracche di ortofrutta, sovrapposte come carri, contiene i chiaroscuri delle postazioni sottoproletarie di Potenza, quando i cunicoli delle scale conducevano alle campane della Chiesa principale.

Non vi è ancora movimento nel connubio di grate e di finestre, di porte e di angoli che hanno luci diverse, evidenti al chiaro di sole che penetra a fotografare lo sfondo spiraglio, le facciate dei palazzi rilevate dal buco dei vicoli. Gli spigoli di cielo sono come le vetrate delle chiese gotiche ed i balconi, sospesi sulle mensole artigiane, puntellano l’impero delle mura, la rete di comignoli che, come torri iberiche, sovrastano il mare dei tetti. Raffaele Sanza ha raffigurato le sghembe toppe della geografia popolare, metafisica fase dei vicoli obliqui sventolanti come pezze grigie. Ha anche insistito sul metodo descrittivo, accostando il centro alla periferia, riempiendo di verismo dialettale una memoria. Ma una ricerca strenua della dimensione è valsa certamente a dargli contenuti e messaggi più definiti.

La multiforme vita di questi ghetti, ripresa con l’esatta cognizione del tempo, potrebbe diventare una più concreta chiave di lettura. È un fatto di partecipazione lirico-sentimentale alla umanità dei vicoli: la pittura di Sanza non può diventare un’altra cosa.

 

 

 

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Sull'Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
“Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce).
Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987.
Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”.
Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”.
Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”.
Lucio Tufano, “Il Kanapone” – Calice editore, Rionero in Vulture.
Lucio Tufano “Lo Sconfittoriale” – Calice editore, Rionero in Vulture.


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