VITO RIVIELLO E LA FUGA DALLA CITTA’ DEL SILENZIO

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Metafisica di una città avulsa dal ritmo della storia

LUCIO TUFANO

 

 

Come se le ragnatele della Storia testimonino la veridicità di porte e finestre, di ingressi e scale, di locali vecchi dove uomini ed epoche hanno più o meno svolto i giorni e gli anni della loro vicenda. Ma le ragnatele non sono visibili, sono invece evidenti le ragioni di una campagna ancora non vinta dalla piazza e dalle case; quella campagna penetrata nella città a presidiarne i contorni e le vene, ne assediava i vicoli, ghermiva le soglie e le finestre.

Passarano i soldati con voci e divise diverse, le articolate colonne corazzate, le gallette dei tascapane, il tabacco odoroso, il rifugio antiaereo popoloso, i sogni interrotti sui libri lasciati nei banchi, i vicoli chiassosi, i forni affollati, i palazzi travolti, le semiluci bleu, le canzoni di Lilì Marlene.

Si rifece a stento il mondo e, tra i valori ricomposti, gli affetti e le cose si reperirono i motivi degli amici e degli amori, le campagne circostanti e le finestre spalancate di richiami. Erano tornati sui balconi a rifiorire i gerani ed i sorrisi. Nella valle indugiavano le serate nebbiose e la stazione un tempo affollata con il frastuono dei ferri e degli elmetti, il fumo, il freddo, le bandiere e le mani, era tornata villino di tacita partenza. Trascorsi i giorni assordanti, tra i bagliori e le trombe, le musiche da whisky, subentrava un sistema di vita diverso.

Ma Potenza non aveva età per chi la vide dapprima limitata e raccolta tra Portasalsa e S. Luca e poi crescere con una moltitudine di palazzi e di rioni.

Vi furono quelli che vissero tutte le epoche come imperscrutabili personaggi assorti nel dilemma insoluto tra realtà ed irrealtà, consapevoli della fragilità dell’una e della continuità dell’altra, misteriosi dottor Faust, dai profondi ed affascinanti poteri di ubiquità e di autorigenerazione, abili registi capaci di reincontrarsi, in concordate distanze, con ambienti pronti per istantanee scenografie da fine ‘800, o da ‘900, o nella Potenza feudale o fascista, contadina o artigiana, industriale o cosmica.

Nella prefazione a «Città fra paesi», pubblicato nel 1955, Vito Riviello rivela queste sue doti medianiche: «prima della mia nascita vi erano state le «sciantose» venute da Napoli, a far piangere le spose», proprio quando Potenza non è più la città dei padri, ingilettata di lampioni e di vicoli e tormentata dalla campagna, dove i quadri da lanterna magica erano le antiche vicende, i fioriti amori portati all’altezza delle case e delle madonne, delle lucerne, delle sacre popolari di musiche e tamburi e dell’acuto odore dei contadini in festa di primavera.

Una rievocazione originale e spontanea propria di chi ha vissuto nel passato grazie ed un processo di metempsicosi completamente concluso che mette in condizione il lettore di capire come Potenza fosse, in verità, esistita nella reminiscenza quasi recondita di fatti e figure che, alla luce della realtà, assumono soltanto la portata della leggenda: il liberal Corrado guida la morte sul proprio petto e cavalcando sotto i veroni inneggia alla libertà, mentre a Portasalza si è già fuori città con i briganti pronti alla rivolta.

E don Gerardo che si giocava il sonno, il palazzo e la proprietà; e il padre:
«ti mando la mia lettera/ che il tuo amore farà gialla/ ornata del francobollo in cui sta il re solitario./ Se correranno i cavalli t’arriverà fra giorni col timbro e la data della città mia. Saprai che ho assunto la posa triste/ come in fotografia»; e don Pietro l’ironico commerciante di percalle, con le stanghette d’oro e le carte napoletane e i pallidi contrasti come il sole che si oppone alla luna per un tramonto campagnolo.

Una infanzia di attesa, ma già in fermento per la feconda ricerca di cose già viste e vissute come il fantastico innamoramento con una attrice dell’ottocento nel salotto pieno di profumi e quadri antichi, divisi dal tempo e chiuso dalle tende. Si trattava, certamente di una infanzia da medio borghese, di quella media borghesia che costituiva lo strato sociale più discreto della città.

Figlio di un tecnico dell’Amministrazione Provinciale. Riviello non pensava che i contadini vivessero nella illusione che la campagna fosse un giardino di uva e fiori.

Quello di «Città fra paesi» è il primo racconto su Potenza, sui contrasti della città che si faceva campagna e dei contadini che entravano nella città, sul teatro dorato e regale e che occupa un lungo arco del discorso poetico con «Anna Fougez, una caramella anche a me», sui funerali, sulle processioni, sulle botteghe, sui sigari delle cantine, come quella di Franculli dal grande portone, antica scuderia, sui freschi bicchieri di «Lacrima Christi», sulle botti che serbavano gli spiriti ed i colori dei diversi vini lucani e pugliesi.

Potenza e la vita, Potenza e la morte: una dimensione microcosmica in cui si conclude la intera vicenda degli uomini. Un ambiente, spicchio minimo di universo, ove il pianto e il riso sono i contrasti identici a quelli di una qualsiasi parte del mondo e dove si ama in silenzio e si spengono gradualmente le speranze umane con il ritmo meccanico degli oroscopi e la matematica monotonia dei giorni.

Siamo nella età, scrisse Giuliano Manacorda, in cui si vanno ormai definitivamente consumando gli ultimi moduli del neorealismo, sia esso narrativo che poetico, e si stanno sia pure molto lentamente, ponendo le premesse per le non troppo lontane avanguardie, un momento in cui la poesia ancora segue certi moduli in via ormai di consumazione e ricerca, tuttavia moduli nuovi.

Ma essere vivi o essere morti in un piccolo mondo di cose ove la storia non torna sovente e non ripassa più facilmente con la sua irruenza ad ammantare di maggiore epicità il ruolo già assai misero degli uomini, rimane una indistinzione di fondo. lndistinzione, infatti, la definì il critico Finzi nella nota di presentazione a «Premaman». come un qualcosa al di là della fusione e al di qua della riduzione di un termine all’altro: vita – morte. Piuttosto anche, con valore intermedio, «partenza», un termine che sia funzione della vita con effetto di morte.

In sostanza essere morti o essere in vita non ha senso, perchè a Potenza nessuno se ne accorge, e più volte ci è capitato di raffrontare Potenza ad un occhio scarico e di ritrovarci come in una solitudine accerchiante, sempre più pressante in tutte quelle cene bibliche che celebrammo con Vito e con gli amici e che sono passate direttamente nel libro delle cose perdute o che fanno solo memoria, piene di ricordi inceneriti.

In fondo gli spiriti erano già sottovetro, erano spiriti che si conservavano e che avevano la verità del cristallo, del vetro puro, in una città metafisica avulsa dal ritmo della Storia e che sempre riportava immagini completamente raffreddate, rarefatte; mentre ci si domandava se fosse possibile trovare, in un giardino di ghiaccio, una qualche immagine che invece potesse servire ad avere funzioni di propedeutica a qualsiasi moralità storica.

Per questo la fuga degli intellettuali fu anche giusta per l’assenza della Storia, per la rarefazione di essa più aggravata del solito; una assenza generale proprio di impulso vitale di una certa generazione che pure aveva segnato la città negli anni passati. La fuga, fatto convenzionale dell’allegoria cittadina, significò la fuga da una città assediata dal silenzio e dalla indifferenza, significò andare incontro ad altre sorgenti della vita. Fu il presentimento di morte graduale che spinse alla ricerca immediata di una volontà della vita più forte, più ricca di risorse, alla ricerca di uno spettacolo che altrove si presentava certamente in forme più dinamiche, più vitali, più affermative. Non come alternativa, nè come evasione o sconfitta o rinuncia, ma come scelta di un altro ambiente, un altro mondo, una possibilità nuova di precisare, mediante uno sbocco, la propria personalità e farla evolvere.

Di qui la tematica nuova e sofferta di «L’astuzia della Realtà» dove si riprendono perfino i vecchi motivi con un legame più aggiornato, più distaccato.

A questo appuntamento Vito giunse più maturo, non più con la fiducia dei suoi giovani anni, col suo entusiasmo per la convinzione che certe cose stavano per verificarsi: il progresso, lo sviluppo economico, l’avvento di un momento politico più democratico; ma la parabola diventò più pensosa e meno ottimistica, una condizione assai disperata rispetto a venti anni prima «il tempo è passato dalla contemplazione … per avere la viva forza di aver capito».

Ormai lo sguardo era di quelli che guardano ad occhi pieni, mentre il mondo socchiudeva gli occhi, astutamente miope, ché non voleva, non poteva guardare davanti a sè e non sceglieva e non discerneva un colore da un altro, il bene dal male, e non s’accorgeva della morale sconvolta, del consumismo, della speculazione, della mancata rivoluzione proletaria.

Forse Vito volle per questo ironizzare sulla stessa poesia, facendo lucidamente l’antipoesia, e poiché sapeva come si organizza il potere, lo avrebbe voluto per usarlo poeticamente. Era il desiderio dell’arte che si scontrava con l’arroganza e perciò voleva quasi affermare che finito doveva essere il tempo dei politici per quello dei poeti.   

I suoi versi sono freddi, come fredde sono le formule dello scienziato, ben sapendo che la poesia se non è freddezza apoetica può essere astuzia poetica, poiché proprio per una illusione ottica gli strumenti della poesia sono sempre stati gli elementi formidabili del carisma e del potere.

L’astuzia della realtà è una espressione di Lenin usata da questi a proposito di una analisi della società zarista, ma, diceva Vito: “l’astuzia è tutto quello che noi crediamo sia realmente realizzabile e che invece ci sfugge costantemente. Evidentemente le cause sono meno parziali, più remote e più profonde e bisogna ricercarle nella storia degli antenati, in alcuni meandri dell’inconscio, nella schizofrenia degli umori, nella patologia sociale, in un certo astratto che poi non è astrattismo ma è invece piega della profondità che molti con occhi non pieni non vedono”.

 

 

LA STAZIONE NELL’ALBA …

 

La stazione nell’alba

rifioriva, villino

di tacita partenza.

Con candida ironia

di figlio di Potenza

alla madre piangente

un saluto romano.

Sulle colline d’intorno

i balilla facevano

la battaglia del grano.

Il convoglio correva

a un calcolo limitato

da quell’anno preciso

di progresso meccanico.

Venivano da un lato

con nostalgico vento

siepi d’uccelli.

Passati i boschi

mirai senza rancore

al fiocco del cappello.

A Napoli m’accorsi

d’ombrose famiglie

sedute da Zi Teresa.

Al fronte si cantava

la vita va

la vita se ne andava

dalla stanza in cui nacqui.

Fu piombo la scarica

o fu borotalco?

Dagherrotipo

Forse perché un cecchino colpi a morte

zio Vincenzino nel quindici diciotto

mentre portava acqua tornando con la

mente al suo paese di legno

e poi noi cantando «Vienna Vienna»

nelle notti di luna sotto i pergolati

mi son sognato a Potenza

Armando Diaz

intatto coi baffi del proclama

giocava a carte napoletane con nonno

nell’alta falegnameria ogni tanto

chiedendo come avesse preso sua moglie

la vittoria.

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
“Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce).
Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987.
Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”.
Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”.
Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”.
Lucio Tufano, “Il Kanapone” – Calice editore, Rionero in Vulture.
Lucio Tufano “Lo Sconfittoriale” – Calice editore, Rionero in Vulture.


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