LAVORO E MERITO, QUASI SEMPRE UNA UTOPIA

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ida leoneIDA LEONE

Oggi, 1° maggio, si parla solo del significato da dare a questa data. Una scelta redazionale per sottolineare il valore del lavoro, quello che non c’è, quello che quando c’è è precario e non lascia nessuna possibilità di progetti e di futuro, quello che si perde in un soffio capovolgendo le vite e dannando le anime. IL LAVORO E’ UN DIRITTO, semplicemente e ovviamente, e  di questo, oggi, sentiremo parlare molto. Ma anche quando c’è, un lavoro stabile, va davvero tutto bene, nel nostro Paese?

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Ho notato spesso su alcuni miei compagni (qualche volta anche su me stesso) un fenomeno curioso: l’ambizione del ‘lavoro ben fatto’ è talmente radicata da spingere a ‘far bene’ anche lavori nemici, nocivi ai tuoi e alla tua parte, tanto che occorre uno sforzo consapevole per farli invece ‘male’. Il sabotaggio del lavoro nazista, oltre ad essere pericoloso, comportava anche il superamento di ataviche resistenze interne. […] In ‘Una giornata di Ivan Denisovic’ (Einaudi, Torino 1963) Solzenicyn descrive una situazione quasi identica: Ivan, il protagonista, condannato senza alcuna sua colpa a dieci anni di lavoro forzato, prova compiacimento nel tirar su un muro a regola d’arte, e nel constatare che è poi riuscito ben diritto” (Primo Levi, “I sommersi e i salvati”, ed. Einaudi)

Ho già scritto altrove che spesso ho dichiarato che mi appartenesse – per gioco, ma nemmeno tanto – l’etica calvinista del lavoro, per la quale un lavoro ben fatto è ad onore e gloria di Dio, perchè perpetua il suo nome in maniera durevole. Intorno al “lavoro fatto bene”, però, sta ribollendo da alcuni mesi una serie di movimenti di pensiero ed opinione; fra i tanti, quello di Vincenzo Moretti, del suo Manifesto in 52 punti e della iniziativa La notte del lavoro narrato, che sul Manifesto (e sul lavoro fatto bene) vuole attrarre l’attenzione. Ho scritto “ribollendo” e non ho usato il verbo a caso. Coltivo l’ardente speranza che questo movimento pubblico e altri similari possano essere il sassolino che da inizio ad una valanga. Una valanga composta di persone, e ne conosco tante, che fanno bene o molto bene il proprio lavoro, perchè lo amano, perchè lo hanno studiato e ci si sono applicati con passione, e si sono semplicemente rabbiosamente stufate di vederlo quasi sempre azzerato, nebulizzato, cancellato, scavalcato dall’incompetenza diffusa. Un meccanismo perverso ma che vedo replicarsi di continuo, come un incubo, fa sì che molte, moltissime persone che fanno bene il proprio lavoro (e quando dico “bene” intendo “con competenza”) siano costrette a partecipare ad un continuo gioco dell’oca nel quale si ripassa sempre dal via, una corsa del gambero che ha come unico effetto quello di demotivare proprio le persone più esperte e competenti, che a lungo andare, al terzo o quarto passaggio dal via, si convincono che “tanto non serve a nulla”. 

Voglio sperare che sia arrivato il momento per le persone molto competenti in un settore, qualunque esso sia, di ribellarsi, di uscire dalla trappola psicologica del lager di Primo Levi e del lavoro fatto bene a qualunque costo ed in qualunque condizione. In un paese che voglia fregiarsi di un minimo stigma di approssimativa civiltà il lavoro fatto bene – ed è facilissimo misurare quanto sia “fatto bene”: basta guardare a risultati tangibili (diminuzione di conflitti, aumento di fatturati, riassetto di bilanci, azzeramento di debiti, riconoscimenti nazionali ed internazionali, approvazioni di piani pluriennali, miglioramento della qualità della vita dei cittadini, aumento di posti di lavoro, realizzazione di manufatti / opere pubbliche a regola d’arte / prodotti di qualità, e potrei continuare)  – porta ricchezza, moltiplicazione della diffusione della conoscenza, aumento delle competenze collettive, a patto sia riconosciuto. Si chiama meritocrazia, ed è una delle “pratiche meno praticate” in Italia, dove chiunque fa bene il proprio lavoro e raggiunge risultati, in qualunque campo, corre il rischio nella migliore delle ipotesi di attirarsi invidie e gelosie e dietrologie complottistiche; nella peggiore, di venire isolato, sbattuto in uno scantinato, privato del riconoscimento dei suoi meriti, mobbizzato, scavalcato da altri. In ogni caso, ed è l’esito più devastante, tutto quanto fatto viene dimenticato o chiuso in un cassetto, e quel che è peggio in quel determinato settore spesso si riparte da zero, reinventando ogni volta la ruota, ma con competenze in genere più basse, o inesistenti.

Un intero Paese che ricomincia sempre daccapo.

La deriva complottista del web è frutto minore e velenosissimo ANCHE di questo atteggiamento, nel quale non importa quanto si sia studiato o da quanto tempo ci si occupi di una qualunque branca professionale, o quali e quanti risultati riconosciuti si siano raggiunti: ci sarà sempre qualcuno, un cittadino comune, che di mestiere fa tutt’altro, che non ha alcuna competenza specifica, che non ha mai studiato quel problema, che su Facebook sosterrà che lo scienziato di turno ha torto, perchè “siamo schiavi delle multinazionali / di Big Pharma / dei rettiliani / di Bildemberg / della lobby delle patatine”, e “lo sanno tutti, solo che il Tg non lo dice” (?!?). 

Nel giorno della festa del lavoro, proviamo a puntare ogni tanto l’attenzione anche sul dovere del riconoscimento universale dei meriti, oltre che sul diritto ad un lavoro dignitoso, che nessuno mette in discussione: il lavoro va onorato, qualunque esso sia, e particolarmente quando ci sono dentro competenze maturate studiando a lungo un certo problema, provando e sbagliando, facendo errori ed ammettendoli, per ricominciare da un’altra prospettiva.

Nessuna speranza, proprio nessuna, che questo riconoscimento venga dalla politica, che a tutti i livelli ci insegna esattamente il contrario. Si può solo provare ad alimentare la valanga, a puntare ad una rivoluzione (pacifica, per carità) che spazzi via per sempre la piramide rovesciata della incompetenza vincente.

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Sull' Autore

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.

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