DOMENICO FRIOLO: IMMAGINI CHE TORNANO

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DOMENICO FRIOLOTERRA EMARGINATA

Provo un certo piacere mentre penso e scrivo per la mia terra lucana. Sono messaggi verso i più giovani o per chi non ha vissuto esperienze date dai borghi e dalle loro contrade. Non sono, penso di non essere un poeta;:  questa mia passione è un narrare semplice, con parole comuni, per giungere più facilmente al lettore ed immedesimarlo nel racconto che fu vita dei nostri nonni o bisnonni. Loro erano persone savie, ogni gesto aveva un fine logico, ogni parola che dicevano era un tassello d’amore, di pace, parole sofferte e appassionate tramandate per generazioni e generazioni. Anch’io come loro, in fondo, continuo a trasmettere quel messaggio. Nel presente sogno fraternità, unità tra i lucani, quella che ieri pulsava nel cuore delle nostre madri dei nostri padri, persone oneste, con un senso sociale comune dato dal rispettarsi l’un l’altro e suggerito dal bisogno di ognuno di avere l’altro come risorsa da coltivare e non da sfruttare. Già… quella vita di borgata, senza televisori, dove un grammofono a tromba recava l’immagine di un cane tranquillo ed il marchio ” La voce del padrone” e la mia mano girava la manovella per farlo suonare senza che mai ne centrassi il tempo. Ora ripenso, mentre scrivo, ad un altro cane, quello nero, con fiamme che fuoriescono dalle sue fauci, e con fattezze impossibili ben visibili nelle sei zampe. Un cane che ammonisce ed annuncia un cambiamento epocale. Non mi sbilancio in previsioni: io narro il passato, non il futuro. Ricordate: oggi tutto è buono, solo se c’è del superfluo per i cani randagi. Nel passato, il superfluo era raro, lo si conserva per tempi più magri e difficili. Marburg (G) 25 Luglio 2017

 

 

Io rammento questi luoghi 
dove la campana dettava i tempi 
e gli uccelli le stagioni.
Io rammento questo cielo 
di luce azzurra che a sera, 
accompagnava il contadino 
alla sua umile dimora 
e quel luccichio di stelle 
nelle ore antelucane 
con il cantar del gallo stabilire 
l’alba del nuovo giorno.
Quel ripercuotersi di passi sul selciato 
che scandivano l’identità 
del paesano che passava, 
seguito dal suono inequivocabile 
di campanelli, campanacci e orpelli
sul capo di capre asini e muli avviati
in direzione dell’assolata Trisaia: 
granaio di pianura sulla via del mare
o del rigoglioso frutteto di Caramola, 
attingere linfa dalle acque del Sinni.
Era il tempo di abitudini, oggi perdute, 
di un civettuolo paese collinare 
che pullulava di bimbi e di gente
povera o ricca, ma sempre felice.

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Domenico Friolo...

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