29 SETTEMBRE 490: L’ARCANGELO MICHELE APPARE SUL GARGANO

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Leonardo Pisani

Leonardo Pisani

Portò alla vittoria la milizia celeste degli angeli di Dio contro Lucifero, l’iconografia lo descrive alato in armatura con la spada o lancia con cui sconfigge il demonio, spesso nelle sembianze di drago. Per questo era l’Arcangelo Michele era  venerato dai guerrieri e dai soldati. Il suo è un  culto popolarissimo ancora oggi e che nell’antica Europa fu anche motivo di pellegrinaggi tra terre allora lontane non solo geograficamente ma anche culturalmente e temporalmente, per la difficoltà e la pericolosità nel viaggiare. Un culto che nell’Italia del Sud, fu indirettamente una delle cause della nascita di uno dei regni più innovativi del Medioevo europeo: il Regno del Sole, il Regno Normanno degli Altavilla. Ma come si sviluppò nel Sud Italia il culto dell’Arcangelo Michele.

La prima apparizione dell’Arcangelo Michele la si fa risalire al 29 settembre 490, narra di un certo Elvio Emanuele, un ricco signore del Gargano, che aveva smarrito il più bel toro della sua mandria; lo ritrovò casualmente dentro una caverna inaccessibile.

Così narra un’operetta agiografica, datata tra il V e l’VIII secolo, il Liber de apparitione Sancti Michaelis in Monte Gargano (Apparitio), documento che però ha più di altri ricostruito in maniera più precisa e suggestiva l’insieme dei fatti miracolosi che danno origine al culto dell’Arcangelo Michele sul Gargano.

«Vi era in questa città un uomo molto ricco di nome Gargano che, a seguito delle sue vicende, diede il nome al monte. Mentre i suoi armenti pascolavano qua e là per i fianchi di  scosceso monte, avvenne che un toro, che disprezzava la vicinanza degli altri animali ed era solito andarsene da solo, al ritorno dal gregge, non era tornato nella stalla. Il padrone, riunito un gran numero di  servi, cercandolo in tutti i luoghi meno accessibili, lo trova, infine, sulla sommità del monte, dinanzi ad una grotta. Mosso dall’ira perché il toro pascolava da solo,  prese l’arco, cercò di colpirlo con una freccia avvelenata. Questa ritorta dal soffio del vento, colpì lo stesso che l’aveva lanciata».

Turbato dall’evento, egli si recò dal vescovo Lorenzo Maiorano di Siponto che, dopo aver ascoltato il racconto della straordinaria avventura, ordinò tre giorni di preghiere e digiuno. Allo scadere del terzo giorno, al vescovo Maiorano apparve l’Arcangelo Michele che così gli parlò: «Hai fatto bene a chiedere a Dio ciò che era nascosto agli uomini. Un miracolo ha colpito l’uomo con la sua stessa freccia, affinché fosse chiaro che tutto ciò avviene per mia volontà Io sono l’Arcangelo Michele e sto sempre alla presenza di Dio. La caverna è a me sacra. E poiché ho deciso di proteggere sulla terra questo luogo ed i suoi abitanti, ho voluto attestare in tal modo di essere di questo luogo e di tutto ciò che avviene patrono e custode. Là dove si spalanca la roccia possono essere perdonati i peccati degli uomini. Quel che sarà qui chiesto nella preghiera sarà esaudito. Va’, perciò, sulla montagna e dedica la grotta al culto cristiano».  Diverse sono le testimonianze scritte: una lettera inviata dal Papa Gelasio I nel 493-494 a Giusto, vescovo di Larino; un’altra lettera dello stesso Pontefice ad Herculentius, vescovo di Potenza (492-496); ed ancora una nota riportata dal Martirologio geronimiano sotto la data del 29 settembre. Il è il Liber de apparitione santi Michaelis in Monte Gargano, la cui stesura risale all’VIII secolo.

“il Santuario convogliava l’interesse delle diverse forze che agivano nell’Italia meridionale, tra il VI e il VII secolo, esso assunse una precisa connotazione che si intrecciò strettamente con la storia dei Longobardi. Il Santuario di San Michele si caratterizzò per un preciso ruolo di mediazione tra la promozione di una fede popolare e il consolidarsi di una politica religiosa: divenendo il sacrario nazionale dei Longobardi che vedevano nell’Arcangelo la figura ideale di dio guerriero protettore. La Basilica fu oggetto di imponenti lavori di ristrutturazione ed ampliamento che abbellirono e resero più funzionale la sua struttura. Il santuario fu inserito in un circuito di pellegrinaggi e divenne meta di numerosissimi fedeli provenienti anche dalle regioni più settentrionali dell’Europa, come è testimoniato dalle diverse iscrizioni incise sui muri degli ingressi, talune addirittura a carattere “runico”. Infatti il Santuario fa parte assieme a Cividate del Friuli, Brescia Benevento, Spoleto, Castelseprio e Campello sul Clitunno del sito “Longobardi in Italia: i luoghi del potere (568-774) inserito  dall’Unesco nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’umanità il 25 giugno 2011. Si tratta di un sito seriale comprendente sette luoghi densi di testimonianze architettoniche, pittoriche e scultoree dell’arte longobarda, la cui candidatura è stata accettata nel marzo 2008 con il nome “Italia Langobardorum. Centri di potere e di culto (568-774 d.C.)”.

Età medievale

Tra la fine del IX e gli inizi del X secolo, si registrano vari attacchi da parte dei Saraceni, il più grave dei quali condotto nell’869. Probabilmente in seguito a tale incursione, il Santuario fu seriamente danneggiato. L’imperatore Ludovico (825 – 875) intervenne poco dopo fornendo ad Aione, arcivescovo di Benevento – da cui dipendeva la Basilica – i mezzi per restaurare le “rovine” della Chiesa angelica. Fu in questa circostanza che si realizzarono le decorazioni ad affresco delle murature, gli archi e i pilastri della scalinata monumentale che conduceva all’altare delle “Impronte”. Ma più tardi, tra il X e l’XI secolo, il Santuario si trovò ad essere nuovamente sotto il dominio Bizantino (seconda ellenizzazione). Il santuario divenne così una delle principali mete di pellegrinaggio della cristianità, tappa di una variante della Via Francigena che conduceva in Terra Santa. Fu anche l’origine dell’arrivo dei  primi Normanni   in Italia proprio per i pellegrinaggi al Santuario, così racconta il  il cronista Amato di Montecassino narra che attorno al 1016, quaranta pellegrini normanni reduci da un pellegrinaggio in terra santa, giunsero a Salerno mentre questa città era assediata dai saraceni.

I normanni si gettarono animosamente sugli assedianti, sbaragliandoli e liberando la città, il principe Guimaro IV li colmò di doni, e gli chiese di rimanere a Salerno, al loro rifiuto il principe inviò in Normandia un suo ambasciatore, con il compito d’assoldare una schiera di questi validi combattenti.
Giunsero a Salerno alcuni normanni, comandati da Gilberto Dregot. detto anche Gisleberto, e soprannominato Buatère (Normandia, 985 circa – ottobre 1018), della famiglia  Drengot Quarrell, originaria di Villaines-la-Carelle, una località vicino Alençon, nella Bassa Normandia. Gilberto aveva quattro fratelli che scesero in Italia:   RainulfoAsclettino, Osmondo e Rodolfo.

Il poeta Guglielmo Appulo, in un poema in onore di Roberto il Guiscardo, ci racconta che pellegrini normanni nel 1015, recatosi in visita al santuario di S. Michele sul Gargano, incontrarono Melo il ribelle di Bari, che li invitò a combattere contro Bisanzio, questi rifiutarono ma gli promisero che tornati in patria, avrebbero mandato in Italia una schiera di combattenti.
Gli storici moderni accettano le due versioni, possiamo quindi ritenere che alcuni pellegrini normanni tornati dalla terra santa, incontrarono nuovamente Melo e conclusero con lui un accordo, mandando una schiera a Salerno che indubbiamente aiutarono Guaimaro contro i saraceni. I mercenari normanni  ben presto, si spinsero verso il Gargano e qui strinsero alleanza con il condottiero Melo da Bari per scacciare i Bizantini dalla Puglia. Cominciò, così, il periodo normanno durante il quale la Città di Monte Sant’Angelo ricevette un singolare privilegio: venne definita “Signoria dell’onore” e godette di innumerevoli diplomi ed esenzioni. Quasi certamente, già alla metà del secolo XI, sotto l’egida di Roberto il Guiscardo, si provvide ad una più articolata ristrutturazione e riorganizzazione della Chiesa Grotta. Molti indizi autorizzano ad immaginare un assetto affine a quello attuale nel quale inserire l’ingresso monumentale, le porte di bronzo e, forse, le suppellettili marmoree. Intanto il centro abitato cresceva e si allargava, forte anche della sua posizione elevata, strategicamente importante. Lo svevo Federico II venne spesso a dimorarvi con la sua corte fastosa. La leggenda vuole che nell’imponente castello di Monte Sant’Angelo il “Puer Apuliae” abbia generato Manfredi da Bianca Lancia, ma in realtà Manfredi è nato in Basilicata a Venosa nel 1232 e li vi trascorse la sua infanzia. 

Dipinto di Luca Giordano

Importantissimo anche l’apporto angioino al Santuario San Michele Arcangelo subì un’imponente opera di trasformazione promossa e realizzata dai sovrani angioini che avevano il Santuario sotto la loro speciale protezione. Per volontà di Carlo I d’Angiò il collegamento tra la Grotta e il centro abitato di Monte Sant’Angelo, dominato dal gruppo di edifici attorno a Santa Maria Maggiore, venne reso più agevole ampliando e prolungando di alcune rampe la scalinata in parte già esistente. A lui si devono l’attuale sistemazione del Santuario (con un’ardita operazione che tagliava a metà la grotta, relegando nel sottosuolo gli antichi ingressi bizantino-longobardi) e l’accesso “in discesa” dal lato sud attraverso un’ampia scalinata segnata da grandi arcate laterali. Commissionò la grande navata, suddivisa in tre campate, addossata alla Grotta, nel cui abside si trova l’altare barocco di fine Seicento. A Carlo si deve anche la costruzione, iniziata nel 1274, del grande campanile, eretto per ringraziamento della conquista dell’Italia meridionale, opera degli architetti Giordano e Maraldo di Monte Sant’Angelo, e che richiama straordinariamente le torri del federiciano Castel del Monte. I successori di Carlo I portarono a compimento la sistemazione già iniziata. Nella Basilica fu battezzato re Carlo III di Durazzo, nato proprio nel castello di Monte Sant’Angelo.

“fonte http://www.santuariosanmichele.it/”

 

 

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