BABY GANG, LO SGUARDO NEL BUIO

0

TERESA LETTIERI

Era l’agosto del 2017, quando un giovane ragazzo italiano in vacanza in Spagna veniva ucciso in una discoteca sotto gli occhi di centinaia di persone, senza che nessuna riuscisse o volesse prenderne le difese. Una furia omicida, a detta di alcuni, dettata dall’uso di alcol e droga consumati dall’omicida infastidito da una banale spinta, di quelle che normalmente accadono in posti così affollati. Per giorni si discusse della codardìa dei presenti a quella tragedia, spettatori di una scena come fossero al cinema, come se tanta barbarie consumata a carico di un coetaneo, peraltro, appartenesse ad un’altra dimensione. Alcuni riuscirono a riprodurre quella pestata mortale e a farla girare in rete perché diventasse virale. L’indifferenza verso ciò che stava avvenendo e, allo stesso tempo, il coraggio di assistere all’orrore registrandone ogni attimo di sofferenza e crudeltà, impegnando quel solo tasto del cellulare, risuonarono nella teste e nelle coscienze in cerca di un perché. Perché non ci si ribella alla violenza, perché la si attraversa come se si fosse vaccinati al dolore, perché si accetta l’ingiustizia come se fosse prassi comune. Si scomodano psichiatri, psicologi, filosofi e sociologi, si occupano programmi di intrattenimento e salotti culturali, si accusano famiglie e insegnanti, preti e gente che s’incontra per strada. Una rappresentazione schifosamente finta e surreale all’interno di un’altra drammatica e sconvolgente. Un epilogo ed un prologo, quale sia il peggiore è anche superfluo immaginarlo, certo è che sono strettamente interconnessi come in un rapporto malato. L’uno si alimenta dell’altro, lo fagocita, e ne esce un quadro ancora più infame. Nel mentre, il tunnel dell’orrido si arricchisce di nuovi accadimenti, sui quali qualcuno ci specula per alimentare la politica governativa attuale o passata. Tutto secondo un copione grottesco. Senza difficoltà, e non è la prima volta, ci si è specializzati. Così come si è raffinata la riproduzione dei video che diventano virali automaticamente, senza rendersi assolutamente conto del contenuto. Si inoltrano, semmai con una emoticon o un messaggio in codice affinché raggiungano il maggior numero possibile di utenti, in alcuni casi nutrono un gruppo o il gruppo degli autori. Cosi si diventa “followers”. Allo stesso modo di chi segue una rassegna cinematografica, teatrale, un look modaiolo o una partita di calcio. La resistenza alla crudeltà, tuttavia, rappresenta una delle peggiori mutazioni che la nostra società potesse subìre, direi consapevolmente. E questo perché si è rivelata portatrice di nuove forme di violenza, probabilmente non comprese dagli stessi autori ma giammai inconsapevoli dell’orrore perpetuato, ora su di un animale come su di un individuo. Non si venga a dire che torturare un disabile non eroghi, in chi la procura,  la misura  del dolore; anzi, è proprio quel dolore in crescendo che incita a continuare. Ma paradossalmente è la resistenza alla crudeltà che interviene a disturbare il riconoscimento della violenza, in un meccanismo dove non si capisce cosa scatta prima o accade dopo. Di certo è qualcosa di perverso. Forse molto più. E’ molto più che perverso osservare una gang di minorenni, quattordici ragazzini tra i dodici e i sedici anni, mentre si adopera nelle peggiori atrocità verso un disabile e ininterrottamente sotto gli occhi di cittadini mossi solo da un debole intervento, come se gli avessero rubato le candele davanti al Santo protettore. Lo afferma il prete del posto, in fondo. E questo mi pare ancora più terribile della violenza stessa.  Come mi sembra terribile che una insegnante cerchi di difendere la sua comunità affermando che non è colpa della collettività ma bisogna circoscrivere l’accaduto agli autori. Mia cara maestra! E’ la comunità la vera responsabile di questa immensa tragedia. Una comunità cieca e sorda rispetto al disagio della disumanità. Indifferente alla malvagità. Spietata ancor più dei ragazzini. Irresponsabile nel delegare alle famiglie gli accadimenti. E che queste considerazioni provengano dai rappresentanti delle due istituzioni che svolgono un ruolo determinante al fianco delle famiglie mi fa credere che il buio da attraversare è ancora più fitto e asfissiante di quanto immaginiamo. Non dobbiamo solo assistere all’efferatezza di chi nel dolore altrui trova il modo per divertirsi e divulgare la pena, per amplificarne i contorni quasi fosse una pratica da promuovere, affranto dalla noia degli studi o dello sport e in cerca di emozioni. Di quelle forti che motivano la giornata qualunque sia il prezzo da sostenere. Siamo costretti ad ascoltare la parodia del perbenismo di chi ha finto di preoccuparsi mentendo al suo ruolo più che alla coscienza, ormai non più legati nemmeno dalla mission svolta all’interno di un nucleo sociale.  Siamo costretti ad ascoltare le promesse di pene più severe, di stupori  ingiustificati, di storytelling sulla vittima abbandonata nel silenzio terrificante di un piccolo centro. Almeno fino a quando non si saranno quietate le voci di fuori. Perché quelle di “dentro” mi auguro non tacciano fino alla fine dei  nostri giorni.         

Condividi

Sull' Autore

Avatar

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

Lascia un Commento