DAL PCI AL PD, DA BERLINGUER A PRODI E LETTA. INTERVISTA A MARIO LETTIERI

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Leonardo Pisani

Leonardo Pisani

Premetto che è stato difficilissimo convincere Mario Lettieri a concedermi un’intervista, schivo come è a mettersi in mostra, come sempre sobrio, come lo era anche quando faceva parte del Governo Prodi. Ci sono riuscito per un’antica militanza in comune e anche per un’autentica amicizia che ci lega. Compreso un viaggio da Roma a Potenza, quando consigliere regionale, nel 1988, era andato al Senato per risolvere questioni legate alla tragedia della diga di Senise, Lettieri aveva smesso di fumare e io invece ero un accanito e convinto fumatore e non mi fece fumare per tutto il viaggio. Diciamo che per ricompensarmi, dopo ben 33 anni da quella astinenza forzata mi ha dato questa interessante intervista. Parlare con Lettieri significa parlare delle vicende regionali e nazionali dal 1970 ad oggi, tre volte consigliere regionale del Pci, deputato del Pds nel 1992, ha vissuto da parlamentare Tangentopoli. Uscito dal Pds, ha fondato un suo movimento chiamato i “Democratici” ed è stato quasi profetico, con l’anticipazione dell’Asinello di Prodi. Poi entrò con i Democratici nella nascente Margherita e con L’Ulivo fu rieletto alla Camera nel 2001, nella XIV legislatura ha fatto parte della commissione Finanze di cui è stato anche segretario. Ha fatto parte del secondo governo Prodi in qualità di sottosegretario all’Economia. Mario Lettieri era tra i delegati della prima assemblea del Partito Democratico. Con Lettieri faremo un excursus dal Pci al Pd, da Berlinguer e Prodi a Letta .

Onorevole Lettieri, lei proviene dal mondo cattolico, poi è entrato nel Pci ed è stato anche stato eletto consigliere regionale nel 1975.  Lei ha attraversato il periodo degli anni di piombo, il terremoto, “Mani Pulite”  da esponente Pds, poi in un certo senso ha anticipato il Partito Democratico, e ha fondato i Democratici con una cavalcata in solitaria. Fortuna, azzardo o avevi percepito il cambiamento?.

“Allora, provengo non da un ambiente cattolico, ma da una famiglia cattolica. Fu il  compianto senatore Donato Scutari a portarmi nel Pci; fino ad allora ero stato genericamente di sinistra. Fui eletto consigliere regionale nel 1975 e rimasi nel Consiglio regionale della Basilicata per tre legislature, fino al 1990, anche se nel 1985 non chiesi di ricandidarmi per via del vincolo dei 2 mandati vigente nel Pci, ma il partito mi chiese la candidatura.  Allora il Pci era un collettivo molto organizzato, molto disciplinato e  con forti legami con la comunità lucana. Ma con la morte di Berlinguer, iniziarono le prime crepe in un corpo  fino ad allora sano. Gli eventi nazionali, terribili come l’uccisione da parte delle Brigate Rosse del compagno operaio Guido Rossa e poi di Aldo Moro, indussero il Pci ad una ferma condanna e alla lotta al terrorismo e alla difesa delle Istituzioni. Da qui la scelta dell’ appoggio esterno al Governo delle larghe intese presieduto da Giulio Andreotti. Gli elettori, purtroppo, nella tornata elettorale successiva  non premiarono il Pci, che poi riprese la sua politica di alternativa alla Dc. Nel periodo del  terremoto dell’80, ebbi l’incarico da parte del Pci di mantenere i rapporti sia con la Giunta regionale di Verrastro, con il ministro Zamberletti e gli altri ministri interessati. Con serenità posso dire che  i sindaci lucani “diedero l’anima”  per essere vicini alle loro comunità, comportandosi con una sostanziale correttezza. Qualcuno accusò di pratiche illegali Ciro Grande, sindaco di Vietri di Potenza. Una accusa falsa quanto ignobile. Fu  prosciolto pienamente. Ciro era  una persona per bene, un compagno integerrimo, cui mi sentivo molto legato. Purtroppo nella cosiddetta nella industrializzazione e infrastrutturazione delle aree non ci fu piena trasparenza. Anzi ci furono indagini per fenomeni corruttivi”.

Nino Calice e Mario Lettieri nel 1975

Poi, la morte di Berlinguer, le dimissioni di Natta e Occhetto che si trova a dirigere il Pci in periodo burrascoso.

“Agli inizi degli anni 90 scoppiò  tangentopoli con l’indagine  di “Mani Pulite”, che  lambì anche il Pds, specialmente in Lombardia. Per noi comunisti e pidiessini – all’epoca  ero deputato Pds – la lotta alla corruzione era un valore irrinunciabile. Oggi, a distanza di anni, dico che si perse anche  l’occasione nel comprendere la necessità  di un maggiore equilibrio nel giudicare gli avversari politici. Le valutazioni devono seguire la condanna da parte dei giudici e non anticiparla a seguito di semplici avvisi di garanzia o peggio di titoli di giornali. Il Pds perse l’occasione per una seria valutazione della crisi dei partiti evidenziata da tangentopoli e per ricomporre i rapporti a sinistra con il Psi. Non ho difficoltà a dire ci fu un certo opportunismo cieco nei confronti del Partito socialista. Quegli errori ancora pesano: il Psi fu distrutto ma anche  l’eredità del Pci/Pds è quasi scomparsa. Insomma la sinistra storica alla fine ne è uscita sconfitta”.

Onorevole Lettieri, io ho partecipato da giovanissimo alla fondazione dell’Asinello, dei Democratici  di Prodi in Basilicata, promossa da lei. A distanza di anni lo reputo ancora un progetto ambizioso e innovativo, ma pur sempre in un sistema strutturato di partiti. Lei invece Lettieri che ne pensa?

“La mia uscita dal Pds nel marzo 1994, che mi procurò forti emozioni e dispiaceri, fu una presa di atto di mutamenti che si erano verificati nel partito, a mio avviso negativamente, a livello nazionale con forti contrasti tra nel gruppo dirigente (Occhetto e D’Alema) e a livello regionale anche con l’apertura a nuclei ultronei rispetto alla storia del Pci lucano. Essendo io “un animale politico”, nonostante mia moglie insistesse che tornassi  a insegnare per vivere più tranquillamente-  diedi vita al movimento dei “Democratici” con il simbolo del Pino Loricato. Anticipando il movimento di Prodi, al quale  successivamente mi aggregai. Fui  accusato di essere legato alle poltrone. Invece fu, da un lato, una presa d’atto della distorsione ideale che si era innescata anche nel partito lucano e dall’altra un atto di ribellione verso l’allora segreteria regionale, che nei miei confronti decise  di non applicare la regola dei due mandati e di non ricandidarmi nostra la legislatura dopo appena 2 anni era terminata  anticipatamente. La mia ribellione fu – sollecitata e sostenuta da  molti compagni, soprattutto  della Val d’Agri, ai quali ancor oggi sono profondamente legato da amicizia o da ricordi indelebili. L’Asinello di Prodi  fu il primo gradino per avviare la coalizione dell’Ulivo e poi  per la costruzione del Partito democratico”.

Perché è nato il Pd?  Vi era un progetto o era solo un argine contro il berlusconismo. Lei ha partecipato alla prima assemblea del Pd. Che successe?

“ Fu un grande disegno politico voluto da Parisi e Prodi, con evidenti resistenze dei gruppi dirigenti del Pds e del PPI. Questo peccato di origine ha  frenano e frena ancora il decollo del Pd. In pratica il Pd ha mantenuto la struttura correntizia con i vari capi corrente . In merito mi pare che Zingaretti con le sue parole sia stato esplicito e chiaro. Io partecipai alla prima assemblea costituente del Pd Con Veltroni segretario , composta da circa 2800 componenti, registrò la presenza di non più  di 600/700 delegati. Ricordo che lo statuto prevedeva che gli organi di direzione politica fossero eletti sulla base di liste contrapposte e non con la pratica degli accordi tra capi corrente, cosa che purtroppo non accadde.  Arturo  Parisi e il sottoscritto, rimarco solo noi due, sollevammo la questione del numero legale e della palese illegittimità dell’Assemblea.  Fummo del tutto ignorati. Con amarezza  presi atto della immodificabilità del sistema correntizio.  Insomma, i capi corrente avevano raggiunto l’accordo con il neo segretario Veltroni  in barba a tutte le  belle e nobili  parole sulla democrazia interna. Colgo l’occasione  per rimarcare che secondo me le  primarie per eleggere gli organi politici dal nazionale fino ai locali debbano essere aperte solo gli iscritti”.

Ora come vede la crisi del Pd?  Ha conosciuto Enrico Letta, lui riuscirà dare linfa al partito o ci vuole una totale “rifondazione”?

“Io ormai per dolorosissime  vicende familiari sono da 10 anni fuori da ogni attività politica e  partitica. Non sono indifferente però. Circa Enrico Letta, che conosco come persona di valore politico e spessore culturale, spero  che egli riesca nell’intento di rigenerare l’attuale Pd. La dichiarata volontà di seguire l’esempio di Prodi,  relativamente alle alleanze elettorali, mi sembra giusta. Altrimenti la sconfitta del centrosinistra mi sembra scontata e inevitabile. Intanto, spero che il Pd, contribuisca a governare bene e a gestire i circa 210 miliardi di euro del Recovery Fund, e a fare di tutto per uscire dal tutto dalla attuale pandemia”.

Una volta mi hai confidato che Vincenzo Verrastro che riusciva a spiazzarvi nelle interrogazioni in aula, aprendo un quadernetto. Eppure nel Pci, il gruppo era formato da persone del calibro di Nino Calice, Antonio Micele, Giacomo Schettini. Lei è stato a lungo consigliere regionale. Senza entrare nei particolari, come analizza il modo di  amministrare dai tuoi “avversari “ Dc ad oggi?

“Intanto bisogna tener conto che il mondo è profondamente cambiato, c’è la globalizzazione, la digitalizzazione e lo strapotere della finanza, per cui anche i singoli governi nazionali sono impotenti rispetto agli accadimenti globali, figurarsi le regioni. Per quando riguarda la Regione Basilicata, non ho difficoltà a dire che nel primo ventennio della sua istituzione l’immagine della Basilicata e il ruolo che aveva a livello nazionale erano positivi. Lo stesso rapporto con noi dell’opposizione, a volte molto duro, era abbastanza positivo. Poi devo ricordare che il ruolo della Regione Basilicata incideva anche a livello nazionale, partecipando alla elaborazione delle leggi fondamentali per lo Stato: l’elaborazione della legge istitutiva del sistema sanitario nazionale, la definizione del D.P.R  616 del 1977 con il Trasferimento e deleghe delle funzioni amministrative dello Stato a Regioni ed Enti locali oppure la  legge sul terremoto e sull’istituzione dell’Università di Basilicata. All’epoca, anche se la Regione aveva pochi poteri e pochissimi fondi da spendere, furono fatte molte cose strategiche: la rete ospedaliera, lo sviluppo  degli impianti dell’irrigazione, il consolidamento degli abitati e la realizzazione di molte reti idriche nei paesi , ecc ecc e anche l’avvio di un minimo di Welfare State fino a quel tempo inesistente. Su questi temi noi del Pci incalzavamo trovando spesso la giusta attenzione. Riuscimmo  ad imporre la discussione sulle aree interne che ebbero una centralità nel dibattito politico, soprattutto quando il compagno Giacomo Schettini assunse la presidenza del Consiglio regionale. Nei decenni successivi la Regione ha ottenuto sempre più risorse nazionali ed europee ed ha avuto poteri enormi. Purtroppo, spesso è stata vista quasi come “cosa propria” forse perchè i presidenti di Regione sono stati chiamati Governatori e quindi titolari di pieni poteri. Per fortuna così non è».

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