di Gianfranco Blasi (le mie pillole su Talenti Lucani)

 

  1. Il motto del presidente eletto, impresso sui famosi cappellini rossi e su centinaia di migliaia di gadget elettorali, è diventato molto più di uno slogan: è un movimento politico fortemente nazionalista. Politica estera aggressiva, protezionismo economico, opposizione al movimento “woke”: ecco cosa significa davvero il “MAGA”.
  2. Non è stato però Donald Trump a inventare il motto. Negli Stati Uniti, “Make America Great Again” è un’espressione che si sente da generazioni, pronunciata nei bar, nelle strade e nelle conversazioni familiari. Il primo a intuirne il potenziale politico fu Ronald Reagan, che nel 1980 vinse le elezioni con lo slogan “Let’s Make America Great Again”. Successivamente, fu ripreso dal democratico Bill Clinton durante la campagna del 1992 e perfino da Hillary Clinton nel 2008. Una frase apparentemente trasversale, capace di adattarsi a messaggi anche molto diversi tra loro.
  3. Il motto “tornò a casa” nel 2012, quando Trump annunciò l’intenzione di entrare in politica. Con i Democratici in posizione dominante al Congresso, il tycoon individuò nello slogan la chiave per riconquistare la fiducia dell’America profonda e rilanciare la causa repubblicana. Scelse di eliminare il “let’s” di Reagan, ritenuto troppo inclusivo, e preferì la versione più incisiva “Make America Great Again”. Arrivò persino a registrare il marchio presso l’Ufficio Brevetti, al costo di 325 dollari, per assicurarne l’uso esclusivo.
  4. Quella decisione si rivelò un colpo di genio politico. Mentre molti nel Partito Repubblicano cercavano di moderarsi per recuperare consensi, Trump puntò invece a intercettare la rabbia e la frustrazione delle classi medio-basse, in particolare della working class bianca. Parliamo di una fetta d’America spesso invisibile: lontana dalle coste e dalle grandi città, nostalgica, patriottica, diffidente verso l’immigrazione, esasperata dalle guerre all’estero, scettica rispetto alle nuove istanze identitarie. Il riferimento a un passato glorioso e indistinto ha funzionato perché ogni americano poteva attribuirgli un significato personale: per molti, significava semplicemente un tempo in cui “le cose funzionavano meglio”.
  5. Per essere efficace, una dottrina politica come il MAGA ha bisogno di un nemico comune. Trump è andato oltre: ne ha individuati due, uno esterno e uno interno. Sul fronte estero, Cina, Russia e Iran rappresentano le principali minacce – da condannare a parole ma da affrontare con pragmatismo diplomatico, senza coinvolgere direttamente i soldati americani. La guerra commerciale con Pechino è un esempio chiave: presentata come una difesa contro la “concorrenza sleale”, ha unito il fronte nazionalista. Ma è sul fronte interno che Trump ha concentrato la retorica più accesa, scagliandosi contro il movimento “woke”, accusato di voler riscrivere la storia americana, minare l’identità nazionale e corrompere i valori tradizionali con l’ideologia LGBTQ+, le rivendicazioni delle minoranze e le proteste giovanili.
  6. Un’altra ragione del successo del MAGA risiede nella capacità di Trump di apparire, paradossalmente, come “uno del popolo”. Nulla di più lontano dal vero: imprenditore miliardario di New York, Trump è distante anni luce dai suoi elettori più accesi. Ma proprio il suo linguaggio diretto, la sua aggressività verbale, l’uso di espressioni comuni – spesso volgari – lo hanno fatto percepire come autentico. “Parla come me”, pensano in molti. Non è un politico professionista, ma un “vero americano”. Anche il suo passato da uomo d’affari, anziché allontanarlo dalla working class, ha rafforzato la sua immagine di leader competente: in grado di far ripartire l’economia, riportare lavoro, ridurre gli aiuti esteri e rilanciare la produzione interna.
  7. I limiti del MAGA – Ma l’America è già grande. Più di quanto non lo fosse negli anni ’80, quando Reagan coniò la prima versione dello slogan. Oggi gli Stati Uniti dominano i mari e controllano i colli di bottiglia del commercio globale: l’80% delle merci passa per rotte che Washington sorveglia. Tuttavia, il Paese vive una fase di stanchezza imperiale: troppi fronti aperti, troppe fratture interne. Già nel 2016 Trump propose una sorta di “ritiro” dall’impero globale, ma invano. Il sistema – dal Congresso al Pentagono – ha logiche proprie e non intende rinunciare all’egemonia mondiale. E per mantenerla, gli Stati Uniti devono continuare a importare in massa, mantenendo in secondo piano la produzione interna: un paradosso che accomuna tutte le grandi potenze della storia, da Roma alla Gran Bretagna.
  8. Anche la retorica anti-immigrazione, sebbene centrale nel messaggio di Trump, si scontra con i bisogni reali del sistema: le braccia degli immigrati servono a esercito e aziende. Perciò il sogno di rendere di nuovo grande l’America non può passare né per l’isolamento, né per la conquista armata. E nonostante i proclami, nemmeno Trump,  potrebbe davvero chiuderla al mondo.
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Sull' Autore

Scrittore, Poeta, Giornalista

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