AUTOBUS A POTENZA

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by DINO DE ANGELIS

A volte mi guardo intorno e mi sembra di vedere cose pazzesche. Poi mi giro per vedere se anche altri hanno visto le stesse cose, ma trovo soltanto facce distratte, espressioni vaghe, prese dal loro quotidiano, se solo mi permettessi di fare qualche domanda tipo: “ma lei, da quanto tempo sta qui ad aspettare l’autobus?” Quello mi guarderebbe, si forse si lamenterebbe anche, ma giusto per consuetudine (chi non ha mai pronunciato almeno centomila volte al giorno il famoso adagio: “fa tutto schifo”), ma alla fine non sarebbe poi così indignato. Indignato veramente, dico. “Essì, va bene – dice – tanto si sa che qui non funziona mai niente”. Ma come, dico, e quindi va bene? Fu così che quel giorno incontrai la signora. Una mattina di aprile, la signora aspettava l’autobus. Era in piedi, alla fermata, dritta come l’obelisco egizio in piazza della Concordia a Parigi. Mai – e dico mai – si sarebbe accomodata sulla lurida panchina che ospitava i passeggeri nell’angusta fermata dell’autobus a piazza don Bosco (già piazza Cagliari). E non cedette alla tentazione di sedersi su quella lurida panchina neppure dopo un’ora che aspettava. Doveva andare a trovare la nuora in ospedale, con la sua bella busta di plastica con le melanzane arrosto preparate dalle sue manine preziose. Ma quel maledetto autobus non passava. Allo scoccare dell’ora e un quarto, la signora prese una decisione cruciale. Decise di salire sul primo autobus che passava. Non importava dove andasse. Aveva aspettato talmente tanto che le andava bene qualunque destinazione, pur di salirci, su quel maledetto autobus. Doveva andare all’ospedale e si ritrovò allo scalo inferiore. “Potenza centrale, Stazione di Potenza centrale”, gracchiava un altoparlante da dentro la stazione. Scese dalle scalette dell’autobus sentendosi Nicole Kidman sulle scale dell’Ariston, mancava solo Carlo Conti che andasse a prenderla. Arrivata nel piazzale si sentì come un’importante diva del cinema (muto, perché non c’era un rumore intorno) e si guardò intorno come Anita Ekberg nel film La dolce Vita. Ma non c’era né una fontana in cui bagnarsi né Marcello Mastroianni ad accompagnarla. È lì che ricordò che si doveva fare un paio di foto tessere, così entrò nei locali della stazione indossando un foulard e degli occhiali da sole come Thelma e Louise (tutte e due in una) e appena le si spalancarono davanti le Sliding doors della stazione si sentì come Gwineth Paltrow nell’omonimo film, allora fece il suo ingresso nella sala biglietteria sfidando con lo sguardo le operatrici delle FF.SS. che la guardavano come una diva. Dentro di sé pensò: “Che cazz tenèt da guardà”, ma non una sola parola uscì dalla sua bocca, erano i suoi occhi che parlavano e azzittirono l’intera stazione, marmi compresi. Perfino i tabelloni che indicavano gli orari dei treni si fermarono, rapiti dalla attrice-casalinga di Verderuolo superiore. Con passo deciso e calcolato, si infilò dentro la macchinetta che faceva le foto, cambiando posa nei quattro scatti consecutivi, poi scostò la tendina scura, uscì dalla cabina e si mise in attesa di vedere il suo capolavoro sotto forma di foto tessere dall’apposita fessura attendendo lo sviluppo con gli occhi attenti sopra le lenti scure. Quando uscì la carta patinata con le quattro immagini la prese toccandola solo sui bordi e soffiandoci sopra per fare asciugare il capolavoro, poi si ammirò come Ava Gardner, sentendosi felice di essere capitata in un posto che non aveva più visto dal viaggio di nozze a Roma di circa 40 anni prima. Era serena perché la sua mattinata non l’aveva buttata via. Anzi. Le melanzane sott’olio invece sì. La nuora poteva anche aspettare. Gliene avrebbe preparate delle altre. Forse. Adesso che si sentiva una diva, le sue attenzioni dovevano concentrarsi su cose più importanti. Quanto tempo nella sua vita aveva sprecato. Adesso sì che l’aveva capito, finalmente. E tutto grazie ad un autobus atteso una vita e poi preso a caso. Qualcuno a questo punto si potrebbe chiedere come avesse fatto a tornare a casa. Uscì nel piazzale di Cinecittà, pardon, della stazione, tentata di aspettare nuovamente l’autobus, ma capì che se l’avesse fatto, sarebbe arrivata a casa il giorno dopo. E una come lei non poteva più buttar via il suo tempo ad aspettare un autobus. Prese il cellulare e iniziò a comporre il numero di suo figlio Rocchino. Già, ma poi gli doveva spiegare come mai si trovasse alla stazione di Potenza inferiore. Centrale, sì ho capito, si chiama centrale adesso. Pose il telefono in borsa, si aggiustò il foulard, si sistemò gli occhiali da sole per bene sulla fronte e disse una cosa che in vita sua non aveva detto mai: “Tassì!”.

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