teresa lettieri
E’ aberrante che, nel terzo millennio, il genere femminile venga accostato ai vari ambiti della vita della collettività come se si trattasse di un corpo “estraneo” e sia espulso sistematicamente laddove possibile e anche quando brutalmente tutelato con degli accorgimenti di tutt’altro valore etico. Parlo della politica, del ruolo che le donne rivestono ai vari livelli di governo e del successo che riscuotono. La storia del nostro Paese ne ha contate sempre poche, probabilmente più vivaci tra loro nel tentativo di offrire un punto di osservazione e/o una visione diversa rispetto a quanto proposto nelle varie aule governative, mai dome nella ricerca e l’affermazione dei diritti civili, unite nel proporre un metodo spendibile per tutti e tutte, senza distinguo di genere, sesso e religione. Metodo sconfessato nella maggior parte delle volte attraverso la negazione di presenze femminili, di idee femminili e di tutto ciò che potesse supportare la vita della repubblica, della regione, città e paese d’appartenenza. E senza troppi sacrifici o scuse da parte degli amministratori. Con fatica, alcuni dei numerosi talenti femminili sono riusciti a segnare una traccia, ancor più stentatamente perseguita da quelle che, attraverso selezioni da Nobel fin nelle mappe cromosomiche per posti di prestigio o direzionali o comunque generalmente assegnate ad uomini, si sono affermate pur rimanendo nell’ombra per essere poi valorizzate da anniversari, corone d’alloro o targhe d’ottone (ma pure premi di poesia). Nel frattempo sono arrivate le giornate dedicate, talune orrende come quella contro il femminicidio ( e non per la mission, ma per il fatto di dover ricorrere ad un modo per mantenere alta l’attenzione su una delle infami atrocità della nostra finta società evoluta), le quote di genere (comunemente chiamate rosa), ancor peggiori, per le quali è stato necessario avviare una petizione , ad esempio, in Basilicata da un associazione femminile, affinché gli organi regionali si attivassero per introdurle così come previsto per legge. Una quota che deve obbligare, secondo una percentuale ancora più discutibile dello stesso obiettivo, a garantire una opportunità al genere femminile di gareggiare alla stregua dei signori uomini nella scelta degli amministratori. Una offesa ancora maggiore che, udite udite, danneggia ancora di più chi si presta a contribuire con le sue competenze, sapere, metodo, sia perché ob torto collo si è costretti, relegando i curricula a papier pour le bain, sia perché la quota paradossalmente sostiene sempre il candidato e non la candidata. Ne è la riprova l’ultima elezione regionale che, nonostante una folta presenza femminile, ha a mala pena garantito una consigliera e forse nemmeno, mentre si pensa a strategie per liberare posti per far entrare l’una che poi serve ad un altro. Un gioco vizioso ed infame. Al netto di questi miseri esercizi di potere, la campagna elettorale ha svelato l’ovvio. Ovvero donne capaci, come se fosse una eccezione, spesso usate come motivo d’orgoglio dagli stessi candidati per il solo fatto di mettere in sequenza una frase di senso compiuto, senza sapere che lasciate più “libere” possono amministrare senza alcuna difficoltà, semplicemente perché diverse, più pratiche, concrete e soprattutto dotate di metodo, lo strumento principe di una adeguata gestione, sia amministrativa che di qualsiasi profilo, arricchita di quell’acume e lungimiranza tipiche delle visioni possedute dal genere “rosa” (che orrore!). Che i confronti tra candidati e candidate, quindi, abbiano rappresentato durante il periodo elettorale motivo di partecipazione più intensa e di spessore, un alacre fervore di menti impegnate più a dimostrare di saper fare politica che a progettare politicamente piani ed interventi , perché le donne sanno anche fare squadra, poco importa se nella squadra non vengono incluse e questo anche a causa delle donne medesime. Non dimentichiamo che taluni stratagemmi usati per apparire più “accattivanti” hanno innescato i soliti stereotipi di belloccia e procace che tanto ci fanno male ma che alla bisogna usiamo per risultare migliori dell’altra. E, dulcis in fundo, le donne non votano le donne perché se rappresentiamo oltre il 51% degli aventi diritto al voto e i risultati posizionano solo il genere maschile, noi donne non sosteniamo le donne. Perché?