DATE UN NOBEL A TOPOLINO!

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Marco Di Geronimo

Forse il Nobel è un po’ troppo. Non per questo Topolino è un prodotto di second’ordine. Cartoni e fumetti Disney rappresentano opere di altissima qualità nella storia del Novecento. E sotto diversi aspetti, sono uno degli strumenti migliori per indagare lo sviluppo della storia e della società.

Perfino Umberto Eco stimava moltissimo il libretto che la Disney pubblica(va) in Italia da settant’anni. Il semiologo e scrittore fu entusiasta delle parodie che la redazione tricolore regalò ai suoi romanzi. Tra cui spicca Il pendolo di Ekòl (dal suo celebre Il pendolo di Foucault), ormai una storia cult in cui si mescolano con sapienza l’ironia disneyana e le atmosfere gotiche del grande scrittore.

da “Il pendolo di Ekòl”

«È molto più difficile finire su Topolino piuttosto che sulla Treccani» commentava Eco. Ed è vero, perché «per essere sull’enciclopedia basta un utensile qualunque, ma per entrare nel mondo Disney bisogna essere conosciuti da tutti». E Topolino (libretto) ha rappresentato per la società italiana il veicolo di «divulgazione» dei più importanti fenomeni sociali e culturali contemporanei. Non soltanto dei più classici successi letterari, ma anche dei nuovi esperimenti dell’arte e del cinema, delle più celebri manifestazioni della politica e della società, per tacere dell’avvento di tecnologie e fenomeni di costume.

Molto più della produzione cinematografica, è stata quella fumettistica a segnare il valore culturale del marchio Disney. Perlomeno nel Vecchio Continente, dove il mercato è rimasto sostanzioso per diversi decenni in più rispetto al Nuovo Mondo. Al punto che oggi sono le storie europee (leggi: le storie italiane) a essere tradotte in inglese e ripubblicate Oltreatlantico.

Acquerello di Floyd Gottfredson

Decenni fa avveniva esattamente il contrario! Accanto alla serie di corti prodotti dalla Walt Disney Studios, frotte di disegnatori erano impegnati nella realizzazione di strisce quotidiane e tavole domenicali pubblicate sui principali giornali a stelle e strisce. Tra questi spiccava Floyd Gottfredson, sceneggiatore e disegnatore delle prime storie di Topolino. Il figlioletto di Walt Disney all’epoca era molto più popolare di oggi. Gottfredson ne fece una caricatura del giovane americano scanzonato, allegro e intraprendente nonostante la durezza della Grande Depressione. Mickey cambiava lavoro tutti i giorni, e si avvitava sempre in escalation comiche di sventure.

La scrittura e il disegno di Gottfredson erano di una freschezza estrema. La profondità con cui il papà fumettistico del Topo è riuscito a caratterizzare la sua creatura non ha mai smesso di ispirare chi l’ha dovuto disegnare in seguito. Il Topolino di Gottfredson era la maschera più dinamica e magnetica che il fumetto Disney aveva, forse ancora più attraente della versione cinematografica. Non è un caso che il professore di filosofia Giorgio Giorello, assieme a Ilaria Cozzaglio, gli abbia dedicato un libro (La filosofia di Topolino). Non è neanche un caso che siano a firma Gottfredson due delle storie più belle di sempre dedicate al Topo, che anticipano la sua doppia anima di giornalista e investigatore: Topolino giornalista (1935) e Topolino nella casa dei fantasmi (1936).

da “L’Inferno di Topolino”

Mediare tra società complesse e lettori semplici è un compito arduo. Ma il fumetto Disney l’ha sempre affrontato con maestria. E se in America era il grande Floyd ad assumersi questo incarico, in Italia un ruolo-chiave l’ha assunto Guido Martina. Il Professore – così chiamavano lo sceneggiatore piemontese – ha firmato storie mai più eguagliate sulle pagine del libretto. Tra queste spicca L’Inferno di Topolino, un monumento di 69 pagine in cui Martina si diverte ad affastellare tutti i personaggi Disney (inclusi i nani del film Biancaneve, uscito nelle sale dodici anni prima) in una delle più raffinate parodie dell’Inferno di Dante. Per rendere l’idea del lavoro martiniano, tutte le vignette sono commentate con terzine di endecasillabi, seguendo lo schema di rima dantesco. Una vetta mai più raggiunta, nonostante un tentativo d’imitazione parecchio posteriore (L’Inferno di Paperino di Chierchini).

Guido Martina si dedicò fin da subito a un genere che ha fatto la fortuna del fumetto disneyano nel Belpaese. E cioè le parodie, per l’appunto. Oltre alla Divina Commedia, il Walt Disney italiano ha sfornato numerosissime sceneggiature a sfondo letterario. Basti pensare a Paperino e il conte di Montecristo, Paperino Don Chisciotte, Paperino e il vento del Sud (da Via col vento). E la passione divulgativa di Martina non si esaurisce qui: il Professore è anche l’autore di Storia e Gloria della Dinastia dei Paperi (a lungo unica fonte “storica” del casato De’ Paperoni). È stato lui a tessere i primi legami tra il libretto e la società italiana – come dimostra la sua firma sulla sceneggiatura di Paperino e l’iniquo equo canone – e ha dato le origini al personaggio di Paperinik, modellandolo su una sintesi originale di tratti imputabili a Diabolik, Arsène Lupin e Fantômas.

Martina dà il «la» alla futura produzione fumettistica disneyana nel Belpaese. Riprende la spassosa satira americana e la sviluppa: la arricchisce di elementi dotti, di un linguaggio ricercato ma sempre esilarante, di riferimenti e tematiche alte magistralmente tradotte in immagini comprensibili a tutti. Però i suoi fumetti sono invecchiati male: pagano un dazio salato ai lettori d’oggi, complice un sarcasmo corrosivo e una violenza sconosciuta ai Topolini del terzo millennio. A dire il vero, sconosciuta anche ai canoni dell’epoca. Passi la serie di insulti e mazzate che paperi e topi si scambiano a vicenda. Ma il papericidio esplicito di Don Papero, padre di Paperino ne El Kid Pampeador, è un episodio unico nella storia Disney.

da “Il papero del mistero”

Nel corso degli anni si è segnata una drastica evoluzione della scrittura Disney, sempre più attenta alla sensibilità dell’infanzia (e dei genitori). Non per questo la godibilità delle (grandi) storie ne ha risentito. Una delle più grandi interpreti della tradizione satirica disneyana è Silvia Ziche, di cui si può ricordare Paperina di Rivondosa, per restare in tema parodie. La Ziche è disegnatrice e sceneggiatrice. Le sue matite sono caratterizzate da un tratto dolce e irresistibilmente comico: i suoi personaggi (soprattutto i suoi paperi) ispirano simpatia a primo acchito, e sono forse i più espressivi (di certo i più estroversi) sulle tavole topolinesche di oggi.

Ma quando oltre alle matite si dedica ai testi, la Ziche diventa irresistibile. Tre lunghe storie a puntate l’hanno consegnata all’immaginario collettivo: Il grande splash (1999), La Papernovela (1996) e Topokolossal (1997). È evidente in questi tre lavori il genio della sceneggiatrice, che accumula gag su gag fino a travolgere la trama e rompere del tutto lo sviluppo della narrazione a favore di un esasperato climax comico. La Ziche è maestra nell’unire una scrittura alta a un’ironia brillante: non è un caso che molte delle frasi più amate del Topolino contemporaneo sono a firma Ziche (p.e. Poffare, cosa veggono le mie fosche pupille), e che a lei sia stato affidato il difficile compito di aprire ogni numero del giornalino con una vignetta comica (la rubrica Che aria tira a…).

da “Paperino e il mistero degli Incas”

Il mondo Disney non ha solo un’anima comica ed esagerata. Esiste anche un fortissimo (predominante, a dire il vero) influsso fantastico e letterario, nel senso più autentico del termine. Ne è  una dimostrazione l’opera di Carl Barks. Il disegnatore americano è chiamato l’Uomo dei Paperi, perché è stato lo sceneggiatore e il disegnatore che ha creato quasi tutti i personaggi di Paperopoli, nonché l’idea stessa di Paperopoli (Duckburg). Anche Barks è stato grandissimo nel riempire le sue storie di ironia e fascino storico. Ma la sua grandezza dipende dall’aver costruito tutto quel su cui si sono basati gli autori Disney successivi. Perlomeno, gli autori dei fumetti.

Cresciuto nel mondo dell’animazione – era stato coinvolto anche nel cortometraggio I nipoti di Paperino di Al Taffierro e Ted Osborne –, si trasferì poi nel mondo dei fumetti. Impossibile parlare di Topolino senza parlare di Barks, perché Barks è la principale ragione per cui su Topolino… ci sono più storie di Paperino! Già l’invenzione del papero aveva offuscato la popolarità di Mickey Mouse in America, assorbendo su di sé tutta la simpatia del pubblico a causa della sua infinita sfortuna. Ma quando Uncle Carl si rese conto di doverlo trasferire in altra città per evitare storie ridondanti a fianco del Topo, per Mickey fu un colpo al cuore. Il genio di Barks arricchì Paperopoli di infinite comparse e comprimari, pronti all’uso in ogni tipo di storia. Un parterre con cui il Topo non poteva competere. Tra tutti spicca Zio Paperone, il papero più ricco del mondo, al cui seguito tutta la famiglia Duck vivrà le più impensabili avventure in giro per il globo.

La produzione barksiana è semplicemente sconfinata. Il fascino che esercita sul lettore è immutato ancor oggi, complici non solo l’abilità con cui sono scritti i testi e caratterizzati i personaggi, ma anche la chiarezza dei disegni, che appassionano il lettore e rendono godibile qualsiasi storia. Non è un caso che in Italia, quando arrivavano le storie da tradurre, prive dell’indicazione dell’autore, in redazione ci si riferiva a lui come «quello bravo». E la sua opera è  stata l’unica ad avere influenza sul versante dell’animazione: quasi solo su Barks si fondano le avventure della serie Duck Tales (1987-1990), da cui è stato tratto anche il film Zio Paperone e la lampada magica (1990).

da “La Saga di Paperon de’ Paperoni”

E da Carl Barks è stato ispirato un altro scrittore tra i più influenti di sempre nel fumetto Disney. Si tratta di Don Rosa, autore della Saga di Paperon de’ Paperoni (1992-1994). La serie fu commissionata dalla Egmont, una casa editrice danese, che chiese a Don Rosa di realizzare una biografia di zio Paperone. Il disegnatore e sceneggiatore italoamericano si dedicò quindi ad assemblare tutti i dettagli contenuti nelle storie di Barks e a fornirli di una dimensione storicamente attendibile. Il risultato è più di una semplice storia Disney: si tratta di una vera e propria graphic novel, un romanzo di formazione che segue Paperone nel suo peregrinare di Paese in Paese, lontano dalla sua Glasgow, nel tentativo di mettere assieme una fortuna. Lo Scrooge McDuck di Don Rosa diventa il simbolo del sogno americano, del self-made man che basa sul proprio duro lavoro tutta la propria esistenza ed è costretto dalla vita a mettere sulla bilancia il proprio denaro e il proprio cuore. Dall’opera di Don Rosa si comprende a pieno il significato sentimentale che ha per Paperone il proprio deposito di dollari: dietro ogni moneta c’è il sudore (e le lacrime) di una vita intera. Al posto delle fotografie, Paperone ha le monete.

La Saga di Don Rosa ha uno spessore magnifico ma è tuttora al centro di accesissime discussioni nel mondo Disney. Una cospicua parte degli appassionati ritiene la bio tracciata da Don Rosa un vero e proprio dogma: il «canon» (così lo chiamano) dal quale i nuovi autori non possono trascendere. Non perché il fumetto Disney debba obbedire a Don Rosa: ma perché negare il riferimento alla Saga significa disperdere le origini del Paperone immaginato dagli attuali lettori del Topo. Un vincolo  un po’ stringente, anche a volerlo allargare. Sarà per questo che Valentina De Poli, longeva e apprezzata direttrice di Topolino, così si espresse sull’opera di Don Rosa in un’intervista rilasciata a Giacomo Sannino: «Per me lui è più un grandissimo narratore, un grande romanziere, ha fatto una cosa straordinaria come la Saga, però il suo non è il mio Paperone. Io sono cresciuta con le storie di Topolino quindi per me la Saga è come se fosse un bellissimo romanzo a fumetti, ma slegato dalla mia visione personale Disney».

Vignetta di Don Rosa

E a ben guardare perfino Carl Barks, all’epoca ancora vivo, non si espresse a favore dell’opera del suo ammiratore (Rosa ha definito Barks «il più grande narratore del Novecento»). A scontrarsi sono visioni opposte del mondo disneyano. Per Barks, i Paperi vivono in una dimensione slegata dal tempo: non invecchiano e non muoiono, cambiano senza cambiare, sempre pronti a nuove avventure. Per Don Rosa invece Paperopoli, come il resto del mondo, invecchia, muta e incide sulla vita dei propri abitanti. Che hanno anche date di nascita e di morte (1867-1967, per il Paperone di Don Rosa). E che vivono le proprie avventure in un certo tempo e in un certo spazio del mondo. Non è un caso che tutti i capitoli della Saga hanno una datazione, e che Don Rosa stesso firmò una chiacchieratissima vignetta in cui Paperino e Paperina anziani, e Qui, Quo e Qua adulti, piangevano vicino alla tomba di zio Paperone. Un caso più unico che raro nel mondo Disney (al quale tra l’altro Don Rosa ha smesso di appartenere da anni). E che ha suscitato un certo fastidio in Barks. Il quale, interrogato sull’albero genealogico dei Paperi da Luca Raffelli, così rispose: «Sarebbe come voler trovare su una cartina geografica Paperopoli e il deposito di Zio Paperone. Anche l’albero genealogico dei paperi è vago e mutabile. Posso però dire che i genitori di Uncle Scrooge sono piuttosto noiosi, così come i suoi tempi prima di Paperino e dei nipotini».

Il mondo Disney è un’altra cosa, insomma. Più varia, più dinamica. Non meno emozionante. La qualità scritturale di Don Rosa possiamo ritrovarla anche in altre produzioni. E noi del Belpaese non siamo secondi a nessuno. Sarà dovuto al fatto che, nel corso dei decenni, siamo rimasti tra i pochissimi Paesi europei che pubblicano settimanalmente storie originali… Ma l’Italia ha coltivato una scuola di talenti sia nel disegno sia nella sceneggiatura. E si vede.

A cavallo tra i due secoli Disney Italia ha rilasciato due esperimenti molto ambiziosi. Anzi, diremmo due vere e proprie sfide al fumetto Disney tradizionale. Non a caso capaci di bucare la solita atmosfera soft di Topolino e Paperino, per calarsi in avventure più impegnative.

Disegno di PK

La prima fu la saga dedicata a PK, una specie di reboot di Paperinik scritta e disegnata dalle future colonne del settimanale. Parliamo di Francesco Artibani, Alessandro Sisti, Tito Faraci e non solo, per quanto riguarda i testi; Claudio Sciarrone, Lorenzo Pastrovicchio, Paolo Mottura, e non solo, nel plotone dedito alle matite. Si tratta della serie che ha avuto successo, forse complice la linfa sempre più vitale a cui attingono da anni i film della Marvel. Super-eroismo e fantascienza si fondono nella serie dedicata al «nuovo» Paperinik (che a dire il vero ha molto poco a che fare col «vecchio»), un autentico trionfo che tuttora segna punti a favore in ristampe e ulteriori (ma sporadiche) storie originali. A fare la rivoluzione non è solo il tratto dei disegni e l’architettura delle tavole – molto più dinamica e ambiziosa della solita vecchia griglia del Topolino libretto – ma anche l’atmosfera più pesante, triste, molto più impegnata della tradizione. Anche l’ironia giocosa che sprizzava dai balloons disneyani cede il passo a un sarcasmo caustico, sempre più amaro, e al tempo stesso capace di impressionare il giovane lettore e indurlo a riflessioni inedite sulle pagine del Topo.

Naufraga invece MMMM, Mickey Mouse Mistery Magazine, nato dalle menti di Ezio Sisti, Alessandro Sisto e Simone Stenti. Nel progetto venne coinvolto un gigante come Giorgio Cavazzano (lo incontreremo più tardi), ma nonostante tutti gli sforzi l’esperimento si arenò all’11° numero. Innumerevoli sono le analisi della sconfitta: ma questo Topolino maturo, che per la prima volta si misura con veri e propri gangster (per di più al di fuori dell’aria tranquillizzante di Topolinia), qualunque sia la ragione, è condannato all’oblio. Forte è il sospetto dell’ordine calato dall’alto, o meglio, da Ovest. E cioè un veto, sempre più opprimente, giunto dai vertici della Disney vera e propria, preoccupata di uno snaturamento eccessivo del personaggio.

Autoritratto di Romano Scarpa

Non mancano insomma storie e sceneggiature di alto livello. La qualità del fumetto Disney, lo scrivevamo più su, dipende dopotutto da una fucina di talenti che l’Italia ha saputo mettere in piedi nel corso di decenni. Tra i capostipiti c’è Romano Scarpa, uno degli animatori più dinamici del Topo italiano del Novecento. È stato lui a strappare il personaggio di Topolino dal marchio di «noioso» (affibbiatogli ingiustamente addirittura da Guido Martina) e a vivacizzare Topolinia con un’infornata di novità. Scarpa è stato definito, da alcuni, «l’uomo dei Topi». E sarebbe troppo lunga la lista di personaggi con la quale ha ridato slancio alla vita topolinese, in una città che gli italiani costruirono a specchio rispetto a Paperopoli, nel tentativo di dare una casa e un palcoscenico alla premiata coppia Topolino e Pippo…

Dai buoni uffici di Scarpa è passata una generazione di disegnatori. Tra cui Giorgio Cavazzano, il disegnatore di riferimento nel panorama europeo in campo Disney. Il tratto di Cavazzano è inconfondibile, pur essendosi evoluto nel corso degli anni. Tutti i personaggi dell’autore di Venezia sono quasi umani, tale è l’espressività e la verosimiglianza dei loro gesti, dei loro corpi, delle loro espressioni. Il Topolino e il Paperino che tutti abbiamo in testa li ha disegnati Cavazzano, e al suo prolifico talento devono molto anche tanti sceneggiatori. La capacità del maestro di entrare nel personaggio (e quindi di disegnarlo proprio come un grande attore interpreta i patemi d’animo della sua parte) dipende da un’estrema sensibilità, grazie alla quale è stato all’altezza dei più sofisticati esperimenti fumettistici che il fumetto Disney ha varato.

da “Topolino e Minni in: Casablanca”

Versatilissimo, ha firmato storie d’azione come Zio Paperone e l’avventura in Formula Uno, ma anche le impegnate Zio Paperone e l’operazione Foglia (dedicata ai temi ambientalisti e “agganciata” a una collaborazione col WWF) e Tip e Tap e la solitudine di Jack (realizzata a promozione del Telefono Azzurro e del suo delicato lavoro di contrasto agli abusi sui minori). Memorabile è anche il suo impegno nel solco fantasy del fumetto topolinesco: ha prestato le sue matite a Topolino e la spada invincibile, ma soprattutto a Dragon Lords, una saga scritta dall’americano Byron Erikson e dal sapore epico difficile da trovare nelle storie Disney (tranne che nella Saga della Spada di Ghiaccio, non a casa scritta e disegnata da un altro asso del fumetto italiano, cioè Massimo De Vita). Ma il panorama delle storie di Cavazzano è sconfinato: sua è Topolino e il mistero della voce spezzata (uno dei gialli più emozionanti comparsi sul Topo), la parodia Topolino e Minni in: Casablanca (un capolavoro, splendidamente colorato come un vecchio film in bianco e nero), o anche La vera storia di Novecento (scritta da Tito Faraci, autore del libro Mickey. Uomini e Topo). Bisogna almeno citare anche Paperino e l’insolito remake, e Zio Paperone e l’uomo dei Paperi, due commoventi omaggi rispettivamente a Floyd Gottfredson e Carl Barks.

La storia di Topolino trasuda esempi di riuscitissimi connubi tra ironia, cultura e spontaneità. A scritture di elevatissimo livello si abbinano spesso disegni all’avanguardia, tra l’altro sempre meglio colorati. Ancora molti autori e molte storie andrebbero menzionati per trarne un quadro completo. Tra i più recenti: Casty, dedito al riscatto di Topolino e firma di sceneggiature stranianti, malinconiche e dense di fascino; Luciano Gatto, vecchia guardia dall’inconfondibile tratto morbido; Lucio Leoni (e sua moglie e collaboratrice Emanuela Negrin), scrittore di sceneggiature gustosissime e disegnatore di personaggi espressivi (ci piace ricordare Paperino e l’operazione sottozero); Marco Gervasio, “biografo di Fantomius” (il ladro gentiluomo, originale proprietario del costume di Paperinik); e Andrea Freccero, disegnatore di indiscutibile talento, che secondo Libero Ermetti (suo più giovane collega) potrebbe addirittura rappresentare il Cavazzano dei nostri tempi. E andrebbero ricordati anche tanti coloristi e inchiostratori! Uno su tutti, Max Monteduro, coinvolto a tempo pieno nelle ultime edizioni di PK, capace di montare una regia cromatica all’altezza dei disegni di Pastrovicchio (pieni di dettagli ma di estremo valore).

Topolino nn. 1, 500, 1500, 2000, 2500

Il valore culturale della produzione disneyana italiana sembra indiscutibile. Quello dei suoi disegni e della sua rilevanza fumettistica, pure. E perfino la funzione sociale che Topolino ha recitato nella storia dell’Italia (basti pensare a quante persone hanno imparato a leggere, e a parlare e scrivere correttamente, grazie a Topolino) è incrollabile. Fa davvero tristezza leggere o ascoltare paragoni svilenti, usati dalla politica (o da chiunque altro si ritiene illecitamente colto) per denigrare gli avversari. Alle ultime sparate la redazione del giornalino ha reagito duramente, con una serie di commenti al vetriolo – e però incontestabili – che hanno ridotto al silenzio Calenda, Zingaretti e perfino Massimo Cacciari, pure lui stranamente incappato nell’errore di sminuire Topolino.

Che sia il giornale (che ha appena compiuto 70 anni) o il personaggio (90enne giovanissimo), il contributo di Walt Disney e allievi alla vita culturale del Novecento e del Duemila è impossibile da descrivere in un unico articolo. Già il nostro – che ora, lo promettiamo, finisce – si è limitato a un mero volo d’uccello sulla produzione fumettistica. Resta ingiustamente fuori l’animazione, specie l’animazione delle origini, affidata a quel «pazzo» di Ub Iwerks (per dirla come la direbbe il disegnatore Federico Franzò).

Insomma, sì, forse il Nobel (della letteratura) è un po’ troppo. Ma solo perché è troppo noioso, per un modo colorato e frizzante come quello in cui ha la fortuna di vivere Topolino. Lasciamo Mickey nella sua Topolinia. Magari sul lungomare che costeggia quel golfo sul quale, secondo alcuni, si affaccia anche Paperopoli. Topolino non ha bisogno di premi: il maggior premio è vivere nelle meravigliose atmosfere in cui i grandi maestri del fumetto lo calano ogni volta. E a noi basta essere al suo fianco.

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Sull' Autore

Direi di scrivere soltanto questo: "Potentino, classe 1997. Mi sono laureato in giurisprudenza a Pisa".

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