Riccardo Achilli
Riflettendo sulla sentenza di ieri della Corte Costituzionale tedesca, credo che non sia stata posta la giusta enfasi su due aspetti. Il primo è giuridico. Rigettando la precedente sentenza della Corte di Giustizia Europea, che dichiarava pienamente legittimi i programmi di acquisto di titoli della Bce, i giudici costituzionali tedeschi hanno di fatto affermato la primazia dell’ordinamento costituzionale nazionale su quello europeo. Nessun rappresentante del Governo o del Parlamento tedesco è intervenuto per contraddire o moderare tale presa di posizione di Karlsruhe. Questo significa una cosa molto chiara. Se, come ci dice Schmitt, che dalle parti di Karlsruhe dovrebbero conoscere, l’essenza delle istituzioni consiste nel potere di imporre e gestire un patto con i sudditi (in questo caso i sudditi sono gli Stati membri rispetto alle istituzioni comunitarie) allora la presa di posizione della Corte Costituzionale tedesca, non messa in discussione dalla politica, distrugge alla radice la base giuridica e politica dell’esistenza dell’Unione Europea. Dopo che la base economica e sociale, che prometteva solidarietà e benessere ai cittadini, è stata polverizzata anni fa dalla distruzione della Grecia, oggi viene meno anche la base normativa. La sentenza di ieri è come un colpo di grazia ad un moribondo. Poi sappiamo bene che le organizzazioni hanno una sorta di istinto di sopravvivenza, e che, anche private di ogni legittimazione, possono continuare ad esistere formalmente anche per lungo tempo (quanto tempo durò il Sacro Romano Impero, dopo essere stato svuotato di ogni senso?) Ma da ieri è stato inoculato nel corpo comunitario un principio di sovranità nazionale che avrà conseguenze devastanti a lungo termine. Secondo aspetto: la Corte Costituzionale, chiedendo alla Bce di presentare una analisi costi/benefici del suo programma di acquisti di titoli, di fatto, per la prima volta negli ultimi 40 anni, rende una Banca centrale politicamente “accountable”, violando il principio, sinora ritenuto sacro, di indipendenza assoluta delle banche centrali dal potere politico e quindi anche da ogni valutazione politica del suo operato. Adesso si risconosce che una banca centrale può, forse deve, avere limiti al suo agire, derivanti dal complesso sistema socio-economico in cui opera. Questa affermazione colpisce al cuore il modello ordoliberista tedesco, nel quale l’indipendenza della banca centrale è fondamentale per garantire una politica monetaria antinflazionistica scevra da pressioni politiche. E se nell’immediato gli ordoliberisti, come Weidmann ed il Presidente dell’IFO, gioiscono, perché la sentenza di Karlsruhe prevede una condizionalità politica sulla Bce soltanto in una direzione (ovvero sulle politiche monetarie espansive, potenzialmente foriere di inflazione) è chiaro anche che, in un periodo più lungo, l’aver riportato la Bce sotto il cappello della valutazione politica non potrà non sollevare anche richieste di minore discrezionalità nella direzione opposta, ovvero quando e se si tornerà a politiche monetarie restrittive. Complessivamente, quindi, riaffermando il primato dell’ordinamento costituzionale nazionale e rimettendo in questione la discrezionalità della Bce, da Karlsruhe esce fuori una sentenza sovranista che più sovranista di così non si può, che colloca una mina pronta a scoppiare nelle fondamenta dell’edificio europeo.