LA MIA BASILICATA: SALANDRA E GLI ALTRI

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Margherita Marzario

Salandra, paese che ne ha passate e superate tante scrivendo una storia comune di cui essere orgogliosi! Salandresi: residenti o non residenti, ma sempre resistenti! Compaesanità: anche la partenza non cancella il senso di appartenenza, quel senso di paese descritto magistralmente dal grande Cesare Pavese.Parenti che se ne sono andati precocemente, infanzia in paese, rapporti di vicinato…: non riesco a non ricordare ciò che è stato davvero bello come non più!

Storia di Salandra: tra i ciottoli del torrente Salandrella e i viottoli del rione Castello; in ogni casa il fuoco del camino a terra rendeva buona ogni pietanza più di un abile cuoco; ci si conosceva tutti nella via e si chiamava ogni anziana vicina di casa col titolo affettuoso di “zia”, come “zia Maria”, la minuta donna che faceva, su commissione, calze di lana usando più ferri; in casa i pochi mobili erano fatti di tavole e attorno alla “buffetta” (lo stretto tavolo su cui si mangiava da un unico piatto messo al centro o davanti al capofamiglia) era tutto un narrare di paesane favole (popolate di “monacielli” e spiriti); il vetusto rione Grotte fatto di casupole di pietre e frotte di ragazzini che giocavano nelle strade con le pietre organizzando anche sassaiole tra squadre di rioni diversi (di su e giù); tante le zappe che non hanno più tracciato solchi nelle terre perché quelle braccia hanno preparato i bagagli per intraprendere altre strade di altre mappe esistenziali; oggi chiuse molte porte e morte le persone che hanno costruito e scritto quella storia cominciata dalla lontana e forse persa Magna Grecia.

1° maggio: festa in paese, festa del paese, mettendo da parte ideologie partitiche e fazioni politiche perché si era accomunati dalle stesse idealità e dalla paesanità. Gara degli spaghetti mangiati tenendo le mani dietro la schiena, corsa degli asini, corsa con i sacchi, l’albero della cuccagnaissato sul selciato con cui hanno coperto lo sterrato del “largo San Rocco” negli anni ‘50, tiro della fune, gare canore, esultanza generale, bambini scorrazzanti senza adulti vigilanti… atmosfera di festa che è rimasta non solo in testa ma nel cuore dove ogni bella cosa conserva il suo ardore anche se ha perso il suo vivo colore.

Ultima domenica di maggio, bosco verdeggiante, festa della Madonna del Monte, effige nata da una leggenda, come tante legate a apparizioni mariane. Non una semplice festa di paese, campestre, di devozione popolare, di tradizione secolare, di bancarelle, di giostre, di picnic… ma una festa di paesi confinanti (in primis Grottole e Ferrandina con cui si “condividono” agri e matrimoni), del parentado che si ritrovava, di coloro che facevano ritorno apposta, dell’infanzia libera e autentica, della forza e della fede delle donne che andavano scalze in processione in qualsiasi condizione, di emozioni e relazioni, che sono le cose che contano e che restano in mano quando tutto il resto scivola come sabbia tra le dita…

Quando qualcuno ti chiede come sia il tuo paese di nascita o cosa ci sia di bello, non riesci a rispondere perché il paese di nascita è come la famiglia d’origine: ti ha dato la vita, fa parte di te e, nel bene e nel male, ha fatto sì che tu sia la persona che sei, anche se ti allontani per decenni o non vi fai più ritorno.

La Lucania diventata Basilicata: rupestre la profonda natura della regione, dai Sassi di Matera alle grotte di Maratea; rupi su cui si ergono castelli o altre costruzioni o altri simboli, dal castello di Brindisi Montagna alla croce di S. Maria de Idris nel Sasso Caveoso di Matera, dal Cristo imberbe di Maratea alla Madonna del Carmine scolpita nella rupe sul Monte Carmine; rugose le fronti e i volti e ruvide le mani dei lucani veraci di una volta per la durezza della terra e della vita, espressivamente ritratta da Carlo Levi (seppure fortemente criticato); Ruoti e Ruvo del Monte, tra i piccoli paesi che hanno conservato le peculiarità del territorio; “Rutunna”, il nome dialettale di Rotonda, paese noto per la melanzana rossa e per il rito arboreo in onore di S. Antonio da Padova che, si narra, essersi fermato nel bosco vicino; “Rumita” (eremita), la maschera del carnevale di Satriano di Lucania, uno dei carnevali lucani più antichi e caratteristici; ruspanti le galline che, come membri della famiglia, si facevano dormire sotto il letto matrimoniale e nessuno le schivava o schifava; ruminanti gli animali nelle stalle per chi poteva permettersi animali mammiferi e stalle (perché prevalevano pennuti e parassiti) e “u rumat” (il letame) che veniva usato come concime e le cui esalazioni erano salutari per i bambini con pertosse o altri problemi respiratori; ruggine delle piante, uno dei timori dei contadini (la cui vita era cadenzata da immani fatiche e estrema frugalità) e che cercavano di prevenire o debellare caricandosi la zolfatrice sulle spalle all’alba per spruzzare lo zolfo ramato sulle piante prima che il sole diventasse alto; rumorosi, nei tempi che furono, i torrenti che scorrevano lungo ghiaia e massi levigati dal tempo e ricchi di storia, come gli antichi Greci saliti lungo il Cavone fino a fondare Salandra e Garaguso o come le scorribande dei briganti scesi dal nord della regione; rumori delle professioni esercitate in strada o all’aperto, come lo “stagnaro” o il “capellaro”; ruspe il cui passaggio o la cui azione in lavoro attirava lo sguardo e suscitava la fantasia dei maschietti, come attualmente i film sui “Transformers”; rulli di tamburo nelle feste di paese o negli annuali spettacoli circensi sotto i tendoni allestiti nelle piazze centrali dei paesi in un’epoca in cui non c’erano preoccupazioni per la sicurezza o polemiche sulla presenza degli animali nei circhi; ruotanti i mulini, da quelli lungo le cascate di san Fele a quelli di Salandra; “ruote” di persone sedute dinanzi ai pochi televisori esistenti in paese nei bar, nelle sezioni dei partiti (del Partito Comunista Italiano e della Democrazia Cristiana, antagonisti come il diavolo e l’acquasanta, come Peppone e don Camillo) o nelle case dei vicini più facoltosi; ruote di biciclette o di carrozzina riciclate per creare giochi rudimentali da usare in strada; “rustici” gli appartamenti rimasti vuoti e destinati a figli mai più tornati dagli studi o dalla ricerca di lavoro fuori regione; ruderi di casolari, casupole, case cantoniere, caselli ferroviari, cantine che originano un paesaggio emozionale da fotografare; rudimentale tutto e rurale non solo l’economia ma tutta la cultura radicata in tutti senza vergogna delle proprie radici ma con tanta umiltà e dignità.

Quell’umiltà e dignità ridestati anche dalla morte di qualche paesano. Perché quando muore qualcuno rimasto solo in paese si chiude per sempre la sua porta, si spegne la luce di casa, non si vedranno più i colori del suo bucato steso, non si sentiranno più gli odori pregni dei sapori della sua cucina. E, anche se non l’hai mai conosciuto di persona né salutato, provi dispiacere perché sai che quando farai ritorno al paese ci saranno meno rumore, meno cose da chiedere e da fare, meno persone da incontrare semplicemente lungo la strada, meno ricordi e meno valori da condividere. In paese, anche senza parentela, ci si sente legati dallo stesso filo di ragnatela che si allunga e ti segue anche quando te ne vai e ti accorgi della sua esistenza quando si crea il buco per il vuoto di qualcuno.

Paese di nascita: più che Salandra (che oggi non riconosco più e che, forse, non ho conosciuto a fondo), mi manca quel poco o tanto che è stato grazie a quelle persone che non ci sono più. È così per qualsiasi paese di nascita perché sono proprio il paese e la nascita, lontani nella memoria, a essere forieri di nostalgia e depositari dell’ineffabile.

“Ma un conto è essere tristi e stanchi, e un altro è perdersi d’animo, facendo della nostalgia uno stato abituale” (cit.). “Nostalgia”, letteralmente “dolore del ritorno al paese, a casa”: farsi prendere dalla nostalgia ma non farsi travolgere, altrimenti si perde l’ardire e l’ardore per il presente.

Nei piccoli paesi di una volta avevamo tutto (autenticità, semplicità, genuinità, vitalità…) ed è quello che ci fa superare ogni momento brutto che non è vedere la luce in fondo al tunnel ma procedere comunque nel tunnel, qualunque esso sia.

 

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Sull' Autore

Insegnante, giurista, con la passione della lettura, della scrittura, della fotografia e di ogni altra forma di arte e cultura. Autrice di tre libri per Aracne Editrice (Roma) – fra cui “La bellezza della parola, la ricchezza del diritto” (2014) menzionato nel sito dell’Accademia della Crusca –, di oltre 150 pubblicazioni giuridiche citate in più sedi (testi giuridici, convegni, università, siti specializzati, tesi di laurea) e di altri scritti, già operatrice socioculturale nel volontariato (da quello associativo a quello penitenziario). Nata a Salandra (MT), vive a Matera.

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