
LUCIO TUFANO
Agli inizi del Novecento i poeti si ritirarono a vita privata, facevano del proprio ambiente e della loro dimora un punto di osservazione privilegiato. “Consapevoli del peso e del ruolo che aveva ottenuto il poeta nel passato, essi lo assumevano su di sé con esitazione.
Perché il mito di D’Annunzio? Quell’enormità di successo? Eppure nei suoi versi non vi è mai stata ironia.
Tra Ottocento e Novecento si sono visti i poeti segregati nel loro pathos, ritirati a vita privata, come se loro intimo desiderio fosse quello di rimanere sconosciuti, lasciati in pace a giocare con la metrica, con gli endecasillabi, i versi e le suggestioni, le rime. Il poeta non era più maledetto come Rimbaud e Baudelaire, né pare che volesse essere un protagonista del proprio tempo, come Manzoni, Foscolo, Carducci, ed altri …
Si chiudeva l’epoca augustea della gloria e dell’alloro ed esaurita appariva l’era del ruolo sociale del poeta.
Ma l’ultimo poeta in grado di fregiarsi di tutto questo è stato Gabriele D’Annunzio, che si impone per tutto il Novecento fino al 1938, anno della sua morte, con un suo habitus di poeta che esercita il suo repertorio all’aperto, tra il pubblico, convinto che il suo comportamento di poeta sia inimitabile.
Egli visceralmente si medesimò nell’epopea della guerra 15/18 per quei molteplici rivoli di sangue lungo gli aspri e scoscesi pendii del San Marco, del Monte Grappa, dell’Adamello e del Sabotino; senza eroi, con massacri cruenti: quella immensa carneficina, il coraggio e l’eroismo individuali che non poterono totalmente manifestarsi negli scarsissimi riferimenti nella letteratura, nella cronaca e nei bollettini di guerra; tra assalti e ritirate nell’illusione della attesa, della tregua e della vittoria.
Ciononostante tutto la vittoria sopraggiunse, afferrando le coscienze. Il mito scaturì dal breve proclama di Armando Diaz, ad elettrizzare scrittori, poeti, pittori in una retorica apoteosi di celebrazioni, riti e monumenti.
D’Annunzio fu il poeta più legato a quegli eventi. Come aviatore, come marinaio e come fante fu pervaso di euforia esaltante. Già il 5 maggio 1915, acceso assertore dell’intervento, dallo scoglio di Quarto lanciò il discorso della Sagra dei Mille, seguito da altri con la medesima enfasi. Autore del messaggio lanciato a Vienna nell’agosto del 1918, comandante dello squadrone che aveva rischiato per “la bella figura”, per esibizione e narcisismo, legato a quelle vicende in maniera indissolubile, sovrastando per spavalderia ed istrionismo il deprimente ed orribile spettacolo delle stragi infime ed anonime, snobbando i reggimenti di contadini, quei fanti cui furono inflitte sofferenze e mutilazioni, ivi comprese le truppe specializzate ed i corpi d’assalto.
Finita la guerra, poiché Fiume sembrava perduta, la occupò con 287 legionari (dicembre 1919), improvvisando per due anni la sua reggenza.
Preso da mitomanie foscoliane e da estasi liriche e patriottiche, bombardando dal cielo Pola ad agosto e Cattaro nell’ottobre del 1917, lanciando volantini, andando all’assalto delle trincee nel cuore delle notti con pistole e pugnali, “avvolto da uno svolazzante mantello”, guidando motosiluranti nel bel mezzo della flotta austriaca e facendo saltare un cacciatorpediniere, coronando il tutto con il successo e l’aureola di grande poeta-soldato.
Eppure si è trattato dell’autore di “La pioggia nel Pineto”, di “L’onda”, di Alcione, con il suo esordio Primavere (1879), Canto Nuovo (1882), Terra Vergine (1882), Intermezzo di Rime (1883), Il piacere (1889), l’Invisibile o Trionfo della morte (1894), con un passato non certamente corredato da imprese militari, se non da quelle non sporadiche avventure nella letteratura e nella cronaca, di grande amatore, uomo di mondo, poeta, commediografo e romanziere “decadente, e fiorito”[1].
Pochi sono i poeti che hanno ottenuto fama in occasione di conflitti e di moti armati. Il giovane Orazio racconta della tragica vicenda di Filippi, al di là della poesia epica in cui si ravvisano l’elegia guerresca di Callino di Efeso nell’esortare i cittadini a respingere gli invasori Cimmerti, di Tirteo di Afidna, nel tempo di Sparta e della guerra Messenica (640 a. C.). Attiva fu anche la partecipazione dei poeti agli inizi del Novecento come Kurt Eisner, guida rivoluzionaria della repubblica di Baviera nel 1919, e come Mayakosky nella rivoluzione di ottobre del 1918.
È nel contesto degli eventi già nominati che si annota il ruolo drammatico svolto da D’Annunzio nel XX secolo.
Così si è tentato di spiegare il prodigio, “quello eminentemente latino che a Thomas Mann sarebbe apparso niente altro che un buffone («questo pallone gonfiato, avido di ebbrezze») e che avrebbe visto crescere e diminuire le proprie quotazioni presso i critici ed i lettori, disorientandoli quasi sempre.
«… l’alluvione di libri, di versi, di teatro; la serrata attività giornalistica, la presenza politica (è deputato dal ’97), la vicenda mondana che lo impone come personaggio oltre che come poeta e scrittore. C’è di che giustificare un certo fastidio, per l’invadenza, ed insieme il diffondersi di un mito». Ezio Raimondi, apre l’indagine sul nesso artista-società di massa, attento “fabbro” delle proprie fortune, anche nel senso tecnico dell’attenzione al mercato[2].
«È difficile immaginare D’Annunzio senza il corredo delle sue stanze, dei suoi Vittoriali e Capponcine è altrettanto difficile sopportare le sue cose senza di lui».
Ancora nel Novecento il Fascismo arruolò diversi poeti per esortare gli animi alla guerra d’Africa e li coinvolse nell’epopea del grano, la battaglia antarchica, l’impero e le altre guerre …
«I poeti che hanno fissato il linguaggio della politica hanno esercitato un grande potere, e portato un grande carisma».
«D’Annunzio acquistò autorità sulla retorica politica dell’Italia in tempi di caos e di crisi, signoreggiando le emozioni di coloro che affollavano le piazze d’Italia per ascoltare i suoi discorsi. Perciò gli fu possibile colmare le distanze tra intellettuali e masse giacchè la “sua spavalderia era qualcosa di più che una facciata retorica. Le folle amarono il poeta che voleva far rivivere i giorni gloriosi della Roma Augustea, e che si poneva a capo di una missione civilizzatrice nel mondo occidentale. Difatti pochi altri poeti furono altrettanto credibili nell’arena politica dell’Italia del dopoguerra».
Come tante entità della fine del Novecento, anche D’Annunzio sentì due forti emozioni che lo caratterizzarono per tutta l’esistenza, quello spirituale e quello dei sensi. La sua voluttà non si estrinsecò solo nella frenetica attività erotica, bensì nella direzione del possesso di beni, oggetti, e cose d’arte.
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Chi si accinge a salire su per la collina di Gardone Riviera a visitare l’ultima dimora del Vate più coronato del ‘900, si trova al cospetto di una alterigia e di una arroganza monumentale ed antiquaria che sono i simboli di una “passione profonda e rovinosa”.
Ecco gli spazi e gli ambiti dove una grande confusione di cimeli, tappeti, quadri, medaglie, statue, damaschi, bronzi, vasi e soprammobili, tappezzerie alle pareti ed ai soffitti, tende e mantovane, broccati, scritte varie, massime, slogan, versi e frasi scultoree … costituisce l’apoteosi del superuomo, l’ambiente e l’atmosfera cupi ed oppressivi, dove nembi d’incenso e fumi odorosi alimentavano una sorta di eden privato il giorno e la notte specialmente in cui fino all’alba il poeta componeva i suoi poemi[3].
È stato tutto questo uno dei suoi più intensi esercizi, la più intensa attività oltre al suo frenetico attivismo, il suo protagonismo come esplosione potente di vita, un esempio di energia prorompente. Una vita insomma spesa in tutte le sue spettacolari manifestazioni, una smisurata “volontà di potenza”, più esattamente “il massimo quantum di potenza che l’uomo riesce ad incorporare, “secondo i dettami di Federico Nietzsche, dovuto anche ad una erogazione consueta di successo a lui destinata.
«…: il sistema dannunziano è un sistema chiuso all’interno del quale tutto funziona: … è un sistema che tutto brucia per autoalimentarsi. Si pensi a D’Annunzio che divora Nietzsche o Wagner; un sistema – come lo definisce Paolo Mauri nel suo saggio critico “Voci per D’Annunzio”[4] – che, sottoposto ad una verifica, mostra come la voce “ironia” sia assente».
“E come mai essa è assente, mentre è vistosamente presente in aree cronologicamente contigue? In Montale ed in Gozzano?”
“Non solo D’Annunzio non contempla l’ironia, ma è sfornito di autoironia.”
«Una verifica «enciclopedica» sul poeta ci porterebbe lontano, forse anche ad una griglia psicoanalitica; non ha cultura psicoanalitica, ma è – scrive Mauri – un soggetto interessante da sottoporre (quanto alla vita ed all’opera) ad una seria indagine psicoanalitica. D’altro canto non è lo stesso dannunzianesimo una specie di «complesso» già abbastanza diffuso e contagioso?»
[1]Nicola Merola. D’Annunzio e la poesia di massa. Universale Laterza. 1979.
[2]E. Raimondi. E. Cecchi e N. Spegno. Storia della letteratura italiana. Garzanti, Milano, 1969 – nuova edizione 1987.
[3]Tom Antongini, per molti anni segretario di D’Annunzio: “Vita segreta di Gabriele D’Annunzio”. Verona, 1943.
[4]Paolo Mauri. L’opera imminente. G. Einaudi, 1998.