di Gianfranco Blasi
A dieci anni dalla morte non è sbagliato tornare sul ricordo di Emilio Colombo. Tenerne viva la fiammella della memoria.
Deputato alla Costituente, parlamentare, sindaco, sottosegretario all’agricoltura, sette volte ministro, presidente del Consiglio dei Ministri, presidente del Parlamento europeo e senatore a vita.
Il suo cursus honorum è stato così ampio e alto, dalla fine della guerra fino a noi, che di fatto, Emilio Colombo rappresenta non solo se stesso, con quella sua incredibile storia politica e con i prestigiosi incarichi nazionali e internazionali. No, Colombo rappresenta in uno: L’Europa, L’Italia, Il Mezzogiorno, La Basilicata, la città di Potenza. Una rappresentazione lunga e vasta, durata per più di mezzo secolo a cavallo fra il novecento e il nuovo secolo.
L’aver saputo interpretare un mondo in transizione fra società rurale e modernità industriale è un altro dei fattori che segnalano la qualità del politico e del cattolico impegnato nelle istituzioni. Soprattutto se il punto di partenza è la provincia meridionale del dopo guerra. Un luogo dove le trasformazioni sarebbero state più lente e decisive. La cifra del bravo politico è nella comprensione dei tempi e nella tempestività delle scelte. In questo, Emilio Colombo fu precursore degli avvenimenti. Se esiste un cunicolo della storia dove iscrivere anche la profezia per una classe dirigente, non dobbiamo negare che quella profezia e il senso della storia erano ben presenti nel giovane Colombo che poi, anche per questo, sarebbe diventato uno statista.
Ma procediamo per ordine.
La nostra idea, che qui proviamo a sviluppare, è nella modernità di Emilio Colombo, nella sua atipicità rispetto ad altre leadership a lui contemporanee.
Nella sua capacità di servire, attraverso la politica, la proprio comunità. Che, di volta in volta, è diversa. Donne e uomini che vivono il proprio mondo manifestando idee, bisogni, attese, desideri. Che la comunità si chiamasse Europa, Italia, Mezzogiorno, Basilicata o Città di Potenza, Colombo era capace di mediare fra società e scelte della politica, fra comunità e governo dei processi sociali ed economici.
Per queste ragioni, “il presidente” è stato un politico diverso. Un democristiano non omologabile all’idea tradizionale del potere. C’è una differenza fra fine e mezzo, fra utilità personale e strumento d’azione. Il potere non è puramente servizio, spesso è lotta, conflitto, antagonismo. La straordinaria educazione di Colombo alla gentilezza, la sua capacità di elevarsi ne ha fatto sempre un leader mite, forte nella interpretazione, la più consapevole possibile, del ruolo che ricopriva.
Indichiamo di seguito alcuni degli elementi che ne hanno delineato l’immagine dell’ innovatore e che tracciano l’originalità del profilo politico di Emilio Colombo.
Molti dei suoi contemporanei hanno scelto di dedicarsi, per esempio, ad un esercizio più stretto del potere. Attraverso il controllo del partito, attraverso la codificazione delle clientele sui territori, attraverso l’organizzazione del consenso elettorale. Bisogna sottolineare questo punto. Tutto a favore dello statista potentino. Per Lui il consenso si legava agli interventi legislativi, di politica economica e sociale. Per esempio alle pensioni, piuttosto che all’intervento pubblico. Magari attraverso la realizzazione di opere strategiche. Così come sempre forte fu il suo legame al laicato cattolico e alla dottrina sociale della chiesa. In questi ambiti maturava la relazione elettorale, il voto suo personale e quello che, conseguentemente, andava alla Democrazia Cristiana lucana. Certo, va ricordato che esiste una differenza fra Colombo e i colombiani, alcuni dei quali furono fautori di un modello politico di assistenza dipendenza, diventato nei decenni a venire persino un esempio perverso.
Colombo vive il partito e il territorio con due precise idee. La centralità del partito, che è la cinghia di trasmissione fra il mondo cattolico – nelle sue diverse articolazioni, dall’obbedienza fino ai corpi sociali – ed il primato della politica, anche dentro le istituzioni (parlamento e governo).
Non teme le commistioni, l’ingerenza, l’influenza culturale. Anzi, la persegue con ostinazione. Il suo anticomunismo è sincero. Motivato da un’urgenza storica. Difendere lo stato liberale e la democrazia da un vero e proprio pericolo. In quel conflitto politico e culturale lui è schierato con nettezza, più di Aldo Moro, dalla parte del suo mondo. Non dimenticherà mai, infatti, gli insegnamenti di Papa Montini.
Colombo dedica molto del suo impegno politico ed istituzionale all’Europa. Anche in questo egli è diverso. Diverso da Andreotti e Moro, da Forlani e De Mita.
Colombo percepisce che l’Europa può essere una strada attraverso la quale affermare i principi che lo hanno formato su una scala più adeguata alla modernità e alla stessa storia della cristianità.
Lo statista legge che anche il futuro degli stati nazionali si gioca su una scala di riaggregazione degli interessi economici e strategici dei singoli paesi. Tiene sempre insieme il pentagramma dei suoi valori con le scelte che la politica deve compiere. Non predilige una delle due cose. Non lo farà mai nella sua vita. Ricordiamo ai più giovani che è stato davvero un grande europeista. Nel 1981 fu il “piano Genscher-Colombo”, sottoscritto da Germania e Italia a definire i capisaldi dell’integrazione politica con la nascita, cinque anni dopo, grazie all’Atto Unico Europeo, della CEE.
Ma è nel governo, a Roma, che trascorre molti anni, particolarmente intensi, del suo impegno politico.
Ogni volta che viene chiamato ad un incarico studia i dossier più importanti. Individua le priorità, lavora ad una legislazione che potremmo oggi definire di problem solving. Colombo non siede in ciascuna delle poltrone ministeriali, compresa quella di capo del governo, tanto per dire che ha avuto un incarico. Non lascia mai nulla di intentato. Dalla riforma agraria, ai temi del bilancio dello stato, della nuova finanza, dell’indebitamento pubblico, della lotta all’inflazione, delle spese di welfare, delle infrastrutture strategiche, del Mezzogiorno, di cui fra un po’ ci occuperemo, fino alla politica estera. Emilio Colombo è persino maniacale nella sua dedizione alla causa italiana.
Negli anni al Tesoro introduce il tema della “congiuntura”.
Mi preme sottolineare questo punto, essendomi occupato in Parlamento di Finanza Pubblica e di Bilancio. Avendo, dunque, contezza della materia.
Colombo nei cicli economici coglie il segno di uno dei difetti del capitalismo. Capisce che le crisi che si susseguono indeboliscono sempre di più il ceto medio, sul quale era stato ricostruito il paese nel dopo guerra. Lo statista lucano vede lontano anche rispetto al debito pubblico. Spesso si sente assediato anche dai suoi stessi amici. Famoso l’incontro con il sindaco santo di Firenze, Giorgio la Pira, che lo insegue per chiedere contributi pubblici per la sua città. Colombo proverà a spiegare a Lui e al suo stesso partito quanto la spesa pubblica debba essere orientata a percorsi virtuosi, d’investimento, non solo a spesa corrente o, peggio, assistenziale. “Chiedetemi i soldi per un ospedale, per una strada, per un’area industriale” era solito dire ai propri interlocutori, soprattutto ai questuanti. Il Mezzogiorno è un punto irrinunciabile dell’esperienza di governo di Emilio Colombo. 
La Riforma Agraria e la Cassa del Mezzogiorno due stelle polari, due chiavi di lettura del suo impegno. Il feudalesimo rurale era rimasto in piedi, se pure modificato nei secoli. La proprietà terriera inchiodava i contadini del Sud alla povertà, all’ignoranza, alla marginalità. Il popolarismo di Emilio Colombo emergeva nei comizi remoti, quelli tenuti nelle piazze dei paesini lucani, calabresi, pugliesi. Il riscatto, il risarcimento sociale, la capacità di ricucire società e territori, di meglio distribuire la ricchezza, di dare ai figli un futuro diverso dai padri. L’interclassismo sturziano, il riferimento valoriale irrinunciabile. La grande riforma della terra, dopo le lotte, non era per Colombo un’utopia rivoluzionaria. No! Per lui doveva nascere una società equilibrata, inclusiva, moderna e libera. La nuova economia del Mezzogiorno trovava i suoi spazi anche con il cambio dei volti. Era molto amico, Colombo, di Sergio Zavoli. Ma non amava i suoi documentari sui contadini dalle facce scavate e i borghi remoti. Immaginava, già la percepiva, una modernità risarcitoria dell’antica oppressione. In questo senso la Cassa del Mezzogiorno doveva portare i soldi per l’intervento straordinario. Per urbanizzare, costruire strade ed impianti industriali, ospedali e tribunali. Per edificare le dighe. L’acqua, bene comune, per un democristiano doc, come Lui, doveva irrigare i campi, fortificare la riforma e la bonifica. Arrivare in tutti i paesi e nelle città, da Potenza a Bari, da Matera a Lecce.
Emilio Colombo avviò anche il regionalismo che partiva dalla Carta Costituzionale, della cui approvazione fu giovanissimo protagonista.
Più che credere nell’autonomismo, nel suo caso possiamo parlare di una convinzione. Quella che il decentramento amministrativo sarebbe stato utile alla comunità lucana. D’altronde il principio di sussidiarietà è uno dei fondamenti della dottrina sociale della Chiesa. Colombo, da quel presupposto, comprendeva la necessità di avvicinare il potere democratico alla periferia, ai cittadini. Lui aveva talento nello scegliere le persone giuste, quelle necessarie a guidare i processi di cambiamento. Fece rinunciare alle legittime aspirazioni nazionali al migliore dei suoi uomini. Convinse un cattolico dei più specchiati e ricchi di carica umana e spirituale come l’allora senatore, Vincenzo Verrastro a dedicare tutta la sua vita politica alla Regione Basilicata. Fu una scelta vincente e la Regione di Verrastro divenne un modello per almeno due decenni.
Nel 1994/95 Colombo scelse, dopo tangentopoli e alla fine della così detta prima repubblica di schierarsi con le forze tradizionali di centro sinistra. Non con Berlusconi.
Fu quello un momento particolarmente drammatico della vita politica del nostro paese. In pochi si aspettavano che Colombo si spostasse a sinistra, che decidesse per una collocazione politica che sembrava contro la sua storia personale e culturale. Molti di noi scelsero diversamente. Un incrocio che ancora oggi non è stato chiarito in tutta la sua portata. Forse toccherà agli storici svilupparlo meglio. Qualcuno addebita questa opzione a sinistra di Emilio Colombo ad una presunta antipatia nei confronti di Berlusconi. Più che di una antipatia si trattava di una incompatibilità culturale sull’idea generale di politica. Ma, secondo altri osservatori, non secondaria fu la necessità di Colombo di mettere a riparo (se stesso?) e buona parte della sua classe dirigente, quella lucana, dalle indagini di una certa magistratura che stava “contribuendo” politicamente e mediaticamente al cambio del sistema di potere anche in Basilicata.
Colombo, quando ha parlato di questa fase storica lo ha fatto manifestando una certa reticenza, mostrando sempre una difficoltà di comprensione del fenomeno politico che è stato il berlusconismo. Non ha mai fatto menzione a forzature o peggio a preoccupazioni giudiziarie. Fatto sta che Lui scelse, non senza sofferenza sua e di molti altri, di mettersi da parte, mentre in Basilicata, per alcuni decenni, il potere fu saldamente nelle mani di una piccola parte dei suoi vecchi e giovani amici di partito e più compiutamente della sinistra che era stata comunista.
Ad ogni buon conto, Emilio Colombo divenne, quasi dieci anni dopo, senatore a vita, proprio mentre era in carica, incredibile a dirsi, il secondo governo Berlusconi. Sono orgoglioso di essere stato parte attiva insieme al collega Antonio Boccia, ad altri parlamentari lucani come Peppino Molinari e al presidente della Camera di allora, Pierferdinando Casini, in quella vicenda. Presidente della Repubblica era un ineccepibile, Carlo Azeglio Ciampi. Berlusconi, interpellato dal Presidente della Repubblica per un parere non vincolante, nonostante le incomprensioni anche personali, ebbe a dire che “la scelta era perfettamente coerente con la storia politica e i servigi che Colombo aveva fedelmente reso al paese”.
Tornò in parlamento, il luogo che gli era più congeniale e visse molto di quell’ultimo suo tempo a Roma. Avendolo conosciuto e frequentato, soprattutto negli ultimi vent’anni della sua vita, sono certo che Colombo amasse in particolare due città. Parlo proprio di Roma e naturalmente di Potenza. E due vie, le sue preferite, Via Veneto e via Pretoria, così diverse, così profondamente convergenti nel suo cuore. Ce ne accennò, in particolare, in una cena, in un ristorante potentino, mentre festeggiavamo con alcuni amici, fra i quali l’allora europarlamentare, Gianni Pittella, l’ex presidente della Geocart di Potenza, Antonio Colangelo e il presidente del Movimento Azzurro, Rocco Chiriaco, il compleanno dei suoi novantanni.
Enry Kissinger lo definì “Il dandy italiano”. Colombo lo corresse: “al massimo, sono il dandy lucano”. Kissinger era colpito dal brio estetico e dall’eleganza di Emilio Colombo. Via Veneto e via Pretoria sono due strade simbolo di due città signorili. Brio, gentilezza e signorilità coniugano il carattere di Emilio Colombo con la strada de “La dolce vita” e con la flessuosità elegante del percorso più aristocratico della “Città verticale”.
Proprio la parabola di via Pretoria è anche nella parabola della vita di Emilio Colombo.
La chiesa della S.S. Trinità è la metafora di una ferita che attraversa Potenza e coglie l’immagine del suo uomo simbolo. La chiusura del luogo di culto che fu culla della formazione di tanti giovani cattolici all’impegno politico, primo fra tutti, proprio Colombo, è coincisa con una devastante vicenda di cronaca nera che ha colpito in profondità la coscienza civile della città.
In pochi hanno potuto cogliere la sofferenza profonda di Emilio Colombo davanti a questo declino di Potenza e all’odio sociale che stava montando. Una sottile macchina del fango si è mossa per più di un decennio anche contro le fragilità dell’uomo. Non un attacco politico frontale. Ma un subdolo teorema per sfiancarne le energie residue. Di tutta la straordinaria storia dello statista Colombo restava una caricatura, farcita di falsità, che rendeva esplicite solo le sue debolezze.
Colombo, in quel periodo, ha dovuto fare outing. Confessare pubblicamente la sua dipendenza da droghe. Lo ha fatto spiegandone le ragioni e chiedendo scusa alla comunità nazionale. Un atto di gigantesca dignità personale, compiuto alla soglia dei novant’anni.
Ecco, la sua umanità è un altro degli elementi costitutivi della originalità del personaggio pubblico e privato.
Tenere insieme quello che lui è riuscito a tenere insieme è stato complicatissimo. Lo è stato in termini di rinunce nella vita privata, nella sfera affettiva, nel bisogno di avere spazi alternativi. Emilio Colombo ha retto l’urto di un impegno e una dedizione totale alle cose che più amava. La politica, il popolarismo, il laicato cattolico, la democrazia, la libertà, l’Europa, l’Italia, Il Mezzogiorno, la Basilicata e la sua città, la sua casa, via Pretoria. Colombo, un grande uomo politico e di stato, ci lascia anche questo insegnamento che non è morale ma valoriale. Rispettare le debolezze, la diversità, la sfera privata delle persone consente alle stesse di esprimere il meglio di loro stesse. Invaderne il campo, devastarne gli equilibri è, invece, un atto ignobile, miserabile, di prevaricazione rispetto non alla gratitudine o alla riconoscenza, ma, se volete, rispetto al concetto stesso di umanità e di storia.