Fanno riflettere le dichiarazioni di alcuni turisti milanesi giunti a Potenza che affermano di non aver potuto fotografare diversi monumenti perché i muri sono imbrattati di scritte che li deturpano, vergognosamente.
Queste semplici dichiarazioni raccontano molte più cose di quelle che sembra. Intanto raccontano che noi del villaggio, molte delle nostre attrattive, anche quelle semplici, non le sappiamo vedere. È vero, infatti, che in molti campi della vita abbiamo bisogno che ci sia un parere terzo, oggettivo e distante, che ci fa vedere alcune cose che non vediamo più. Non mi va di citare il consumato adagio che “al brutto ci si abitua”, ma siamo su quel versante lì.
Come conseguenza a questo fatto, siamo piuttosto – anzi l’avverbio giusto è: “totalmente” – incapaci di tutelare i nostri palazzi, le nostre piazze e non riusciamo in alcun modo a dare un senso, né tantomeno delle risposte, al vecchio problema del decoro urbano. Siamo indecorosi al punto che più pezzi della città sono diventati terreno di guerre silenziose (e per questo ancor più subdole) tra gruppi di cittadini che se ne prendono cura di giorno, e bande di idioti che continuano a deturparle di notte. Per una parte del centro storico, per un breve periodo, ci sono state iniziative lodevoli anche lì da parte di cittadini con tanto di progetto esecutivo, permessi, eccetera, ma dopo qualche mese di pulizia tutto è tornato al solito stato di abbandono.
Ora più che mai occorre passare, senza ulteriori esitazioni, dalle parole ai fatti, e stilare un patto di collaborazione tra associazioni e amministrazione, nel quale si dovrebbe convenire quanto segue:
le associazioni continuano a prendersi cura, ciascuna per la propria area di competenza, di zone specifiche della città, come già stanno facendo, ma incentivando ancor di più quest’azione virtuosa e incessante che si sta propagando ad aree sempre più vaste, tirando in ballo anche i comitati di quartiere esistenti (e quelli da andare a creare (a proposito: che fine hanno fatto i comitati di quartiere dove decaduti?). L’amministrazione cittadina deve curarsi, invece, minuziosamente, particolareggiatamente, amabilmente ed efficacemente, soltanto del centro storico, provvedendo a mantenerlo pulito, tutelando e valorizzando solo la zona centrale della città.
“M’ pare bbuon”, direbbe Troisi, nel senso che in questo modo si ottengono due importanti risultati: si darebbe alla città una “mappa del decoro” con precisi assetti organizzativi e geolocalizzati e si assegnerebbe alle associazioni e ai comitati una specie di “riconoscimento” ad effettuare la loro azione di sentinelle e di valorizzatori di parti del tessuto urbano.
Tra le scritte che deturpano i muri, tuttavia, ce ne sono alcune che raccontano delle emozioni vere di un luogo. Intanto la “Street art” è un’arte che va ad abbellire e decorare spazi urbani lasciati abbandonati, ma capisco che nel villaggio in cui ci troviamo siamo molto lontani dal poter praticare un’azione simile. E tuttavia, alcune scritte sui muri cittadini raccontano malesseri antropologici ed esistenziali di un popolo più attento di quello che sembra a quello che succede intorno.
Come non ricordare quella scritta che riassumeva un intero modus vivendi del villaggio che campeggiava al lato dell’ingresso dell’Ariston e che diceva, senza mezzi termini: “Potenza città dell’apparenza”?
Cito a memoria ancora due scritte piuttosto emblematiche: la prima che denuncia un evidente mal d’amore, una scritta che forse ancora oggi si può ammirare all’inizio di Via Crispi: “Io c’ho messo l’anima, te solo le parole”, ed un’altra, piuttosto nascosta, che invece evoca delle responsabilità occultate ma che al popolo non sono sfuggite, che si trova sulla parete posteriore del capannone attrezzi dello scalo di Potenza centrale: “Don Mimì sapìa”. A volte la storia di un popolo la puoi leggere sul muro.