Mi ricordo di una scena di uno dei film della serie “Amici miei”, non so dire quale, i soliti 5 amici guardano la Firenze alluvionata ed uno dei tre esclama “Questa alluvione ci ha alluvionato dentro”,
la sensazione che lascia il terremoto è un po’ questa, ci lascia terremotati, fratturati, lesionati, in qualche misura crollati e sepolti dentro un po’ tutti.
Ciascuno reagisce a suo modo, c’è che si commuove, chi avvia raccolte di denaro o abiti, chi maledice e bestemmia, chi è ironico, chi amaro, tutti accomunati però da un sentimento di frattura, di lesione, magari e fortunatamente, solo temporaneo che però è la cifra di un sentimento misto di cordoglio e paura.
La paura.
E’ forte, specie in quelli di noi che il terremoto, quello del 1980, lo hanno vissuto, che ricordano il rumore, la vibrazione, il senso di impotenza, il lento sfilare di lenzuola bianche nei nostri paesi, nelle nostre Chiese: Tito, Balvano, le fotografie che sono in mostra nelle scale mobili che da Via Dante portano al XVIII agosto ci raccontano di facce tristi, in bianco e nero, di fazzoletti funebri, di pietre disarticolate e sparse per i vicoli, per le strade.
Ho letto l’articolo che ha scritto ieri Giuseppe Lupo sul Sole 24 Ore, un percorso appenninico di sentimenti e ricordi, un periodare lento, sistematico, come la marcia di una corriera lungo i tornanti che portano su al paese. Molto bello.
Il viaggio
Siamo gente di collina e quell’orizzonte sempre chiuso da qualche monte ce lo portiamo dietro, non aspiriamo neanche allo spazio aperto del mare che anzi, in qualche misura ci sgomenta, anche la pulsione al viaggio è diversa.
Siamo migratori di vita, cercatori di lavoro che magari anche dopo 30 anni di vita in un’altra città al nord o al centro, o magari all’estero, quando vediamo casette di pietra e archi ci viene in mente il paese, la piazza, le facce e spira forte un vento di nostalgia e una voglia di ritorno.
Il viaggio per conoscere il mondo non ci appartiene, quello è connaturato a chi ogni giorno respira gli spazi aperti del mare, che si chiede sempre cosa ci sarà dall’altro lato, noi no.
Noi siamo abitatori del monte, ci piace risalirlo e, dall’alto, riguardare in basso le nostre valli, i nostri paesi, piccoli e cercare la nostra casa tra le altre, gustandoci il momento come una sospensione dalla vita normale.
E’ questo che ci rende più vulnerabili, più provati di fronte ad una tragedia come quella di un sisma, ci colpisce alla radice, al cuore, rende i monti insicuri, le case insidiose, ostili e ci ribalta addosso tutto il nostro mondo.
Guardo le foto di Amatrice, il corso come era prima e le foto di adesso e mi colpisce il pensiero di quel campanile, testimone muto del disastro che ha intorno, si erge come una sentinella che fa la guardia sul ritorno e sembra da guardare da lontano, oltre le macerie e i morti, verso le tende dei sopravvissuti con una promessa di ritorno.
Il silenzio.
La cosa che più impressiona è il silenzio.
C’è una descrizione che l’ingegnere Roger Mallet fece nel corso di una spedizione scientifica fatta in Italia meridionale dopo il sisma del 1857 per la Royal Society of London, una descrizione di Montemurro –Il paese dei morti- completamente devastato e distrutto dal sisma, nella sua descrizione colpisce in maniera particolare il silenzio che era calato, postumo, sulle rovine.
Il silenzio è una condizione oggettiva, fisica, legata all’assenza della vita, nei paesi colpiti oggi il sottofondo è di macchine, di scavatori, di pale, ruspe, di pietre smosse e detriti rimossi alla ricerca di una sia pur flebile speranza di vita ma, al di fuori di questa cacofonia tecnologica, anche lì il silenzio è il padrone dei luoghi.
Il silenzio invita al silenzio, alla riflessione, al sussurro, anche i più chiacchieroni e chiassosi, entrando in una Chiesa vuota abbassano il tono, indipendentemente dall’essere religiosi o meno, è il silenzio che incute rispetto, come tutti gli esseri sociali percepiamo il silenzio come una frattura delle nostre abitudini e lo rispettiamo con deferenza.
Poche cose sono silenziose come un uomo davanti al suo computer, al di là del ticchettio dei tasti, intorno a lui c’è silenzio, non c’è conversazione verbale altrimenti diventa difficile scrivere, eppure è proprio in questa condizione che, nei nuovi mezzi di comunicazione digitali, questa regola si sovverte.
I social network sono chiassosi, spesso beceri, la comunicazione avviene per colpi di scena e annunci, le discussioni sovente e con grande facilità virano al litigio, all’offesa, al sarcasmo che è cosa assai diversa dall’ironia.
Mentre osservo l’affannarsi di tanti alla discussione, alla necessità di lanciare un messaggio, fosse solo un’immagine, un “bravi!” oppure uno “Stronzi!” all’indirizzo di qualcuno, ripenso alle atmosfere appenniniche dello scritto di Lupo e mi viene una gran voglia di prendere su il mio zaino e risalire, lento, verso la Serra di Calvello per sedermi in cima al monte e lasciare che la mia mente si sgombri dai sentimenti indotti e sia libera di celebrare, in silenzio, il mio sincero dispiacere.
Giampiero D’Ecclesiis
