IL SARACHELLA, IL SARACHEL, IL SARAKE’

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LUCIO TUFANO

Il nome proviene dalla saraca, espressione dialettale data alla “salacca”, a quel genere di pesce affumicato o in salamoia che recava ai nostri poveri contadini, manovali e braccianti e alle loro famiglie – dentro la darsena dei vicoli – un lieve ristoro dalla fame, il sapore di lontanissimi mari, quelli del Nord, dalle cale di salsedine e di avventura. Il giorno in cui Sarakè entrò nella fiaba, tutto il vicinato gli fece gran festa. Le cinque vecchie di Febbraio gli recarono un vecchio pastrano usato e un tascapane, la madre, una coppola grigia e un paio di pantaloni con le toppe, la carbonella per la brace dello scaldino, altri, una manciata di “ossi di morto” ed una ‘nzerta’ di fichi secchi. Con tutta quella neve i suoi compagni Calandriedd, Peppelecca e Paccatedda giocavano a paddaroni. I camini accesi nelle case diradavano il buio della sera e del nevischio. Tutti sapevano come “sotto la neve c’è il pane e in casa di pezzenti non mancano stozze”. Il vento gelido, il pulvino, sferzava le porte e le finestre e stalattiti di ghiaccio lungo le grondaie decoravano i muri e le finestre. Le fontane di ferro barocche erano ghiacciate e il Carnevale in piazza e nelle vie offriva maccheroni al sugo fumanti, fiaschi di vino rosso e di moscato e coriandoli che davano bagliori colorati ai diversi e posticci costumi. Nel turbine di neve e di risate s’intravedeva un palo “cuccagna”. La buffa pattuglia delle maschere percorreva i vicoli al chiasso delle voci, al sonno delle case dal sentore di stalle e di letame, dal tepore di strazzo e di groppe, le botole da granaio al riverbero dei camini accesi. È da tale gremitissimo mondo che veniva l’esibitoria del mangiare: le maschere della fame elegiaca e della sazietà picaresca, la gioia del pane ai forni dai tepori fragranti, dal filone ottenuto per qualche servizio, alle scodelle di sedano e verze, di patate e ceci, i nostri girovaghi di vicoli e feste. Danza e risate per mortadella di cavallo e pane nero. Una lunga storia di vagabondi e pitocchi che spesso riusciva a muovere il riso come divertimento o buffonata. Un dramma millenario attinto da un copione di fame e stenti. Di qui le lunghe tavole grigie e le loro gozzoviglie, le bandiere di stracci, la corte dei miracoli di stamberghe e sottani. Una moltitudine d’infelici sbattuti dal destino sul palcoscenico di un teatro anche crudele. Hanno abitato la città e la campagna, hanno celebrato le cantine, i sensitivi del gusto e del bisogno, con la vorace tensione di deglutire. Queste le maschere del nostro teatro. Come nasce una maschera naif? Non dalla commedia dell’arte e neppure dalla commedia d’ambiente, forse dalla commedia civile. Tutto ciò che è letteratura dell’infanzia e dell’adolescenza potentina, dovrà rientrare in un profilo piuttosto scherzoso e grossolano del Sarakè, assieme ai suoi compagni, alle cose della vecchia città, che per tutto quanto se ne dice, di arcaico, di originale e di curioso, può ben meritare l’appellativo di “città antiquaria”. Da dove viene il Sarakè? Viene dai giorni grigi di Sant’Antonio Abate, quando nei vicoli afflitti da rigidi inverni soffiava la tramontana e i contadini dovevano faticare per poter uscire dai loro abituri interamente sommersi dalla neve. Con la voce stridula, blasfema, a volte euforica e a volte irritata, viene dalla terra di nessuno, da quella linea di confine tra la vecchia città e la campagna. Le sue danze, i suoi salti, le sue piroette e acrobazie, il suo frasario volgare e spregiudicato risentono dell’antichissimo gergo extraurbano. La sagoma, appena disegnata dal pittore Donato Latella negli anni ’50, ci è utile per farcene un’idea. L’esile corpo, la scheletrica figura, risale alle tradizioni mascherate della fame da tozzo di pane e aringa, sfarzoso condimento di gusto e sapore per miseri contadini e manovali. Col naso gocciolante per catarro permanente, la gobba leggera e appena pronunciata, la testa quasi calva, come una parvenza di tutulus pulcinellesco, una sorta di Maccus, di Stenterello o di Zanni nostrani, la camicia a brandelli, i calzoni alla zumbafuosse, rappresenta l’era dei sottani, delle ragnatele e degli oscuri fetidi antri, le crisi epiche di esistenza popolaresca. Così il Sarakè, maschera esile e buffa, sciocca e furba, lenta e stolta, ilare e mesta, rozza e allegra, bonaria e ingorda, mansueta e irascibile, inoffensiva e violenta, socievole e scontrosa, indaffarata e pigra, rappresenta la corretta possibilità di porre la nostra città, nel corso dei decenni a venire, nel novero di quelle città che si sono dotate da secoli di una maschera della commedia dell’arte. Una maschera, non un carattere, non un’espressione di digiuno e di satisfazione, bensì una maschera sottoproletaria del sottomondo urbano, che gironzola attorno all’osteria dell’“antica panza”, catturata dall’odore della trippa al sugo e delle braciole, delle pietanze che la padrona ha posto a cuocere per gli avventori, di quelle pentole borbottanti di peperoni all’agro che friggono attorno alle bistecche. Sguscia dai vicoli per entrare in altri vicoli appena rischiarati da radi lampioni e dai riflessi delle luci delle cantine dove si beve e si sgranocchiano duri taralli. Assorto con i compagni allo spettacolo dei contadin che ammazzano il maiale e che consiste nella festa più ricca della frugalità rurale. È felice se le donne gli offrono un pezzo di ruccule ai cigoli. Soffia violenta la tormenta tra i muri delle case e le porte e Sarakè beccheggia tra un punto e l’altro delle strettoie dei vicoli, fragile vela di rattoppi. Indossa panni sdruciti, alla testa un cenciotto di berretto. Un fuscello in balia degli spruzzi di vento e neve che raccolgono monterozzi di ghiaccioli e fanghiglia. Cerca riparo presso lo sfiatatoio del forno, al tepore caldo che ha odore di pane. Oscilla nei suoi stracci come un impiccato che penzola dalla fame, dal sonno e dallo sgomento. Abita in una ròdda tra stalattiti di ghiaccio che adornano l’uscio della stamberga e il vicolo dai canaloni alle  grondaie a squarci. Negli spiazzi spazzati dal Municipio, i ragazzi giocano allo scivuglio una lunga e levigata striscia di ghiaccio dove poter scivolare tenendosi ritti e in equilibrio, e con le palle di neve, i paddaroni. Spesso individuano Silvio Provolone e Miseria che imprecano quando sono facile bersaglio dei monelli. La neve è una compagna abituale degli inverni duri e ventosi.  –

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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