Non sono un virtuoso dell’alimentazione, ma mi piace mangiare lucano. La mattina il mio toast è fatto da due fette sottili di pane di Pignola o di Abriola o di Sant’arcangelo, due fette sottili di scamorza di Ruoti o di Lavello, una fettina di prosciutto crudo di Picerno.
La scamorza l’ho sostituita alle sottilette, dopo che mi hanno spiegato il processo industriale che porta alla stesura finale del foglio di formaggio. La Gabanelli poi ha svelato il retroscena della grande produzione di massa dei salumi, ed io mi sono deciso a ripiegarmi sulle cose che conosco. Che poi è anche un modo per omaggiare i produttori lucani e la qualità che assicurano. Carni e latte qui in Basilicata sono eccezionali per qualità e caratteristiche. Da anni, e l’ho scritto più volte, il latte lucano viene preso per miscelarlo con latte straniero meno pregiato; la stessa cosa fanno con l’Aglianico del Vulture nelle grandi cantine italiane. Adesso,con l’obbligo di tracciare l’origine del prodotto sulle etichette, dovremmo essere tutti un po’ più orgogliosi di leggere il nome di una fattoria di Basilicata. Basta tutto questo per fare del cibo lucano il sette di denari di una partita per lo sviluppo? No che non basta. Siamo pochi, si
amo piccoli, siamo nani nei confronti dei pezzi grossi dell’imprenditoria alimentare e corriamo il rischio di fare i braccianti per conto loro, cioè di lavorare la terra il tanto che ci consente di campare, vendendo i prodotti a quelli che ci fanno i profitti nella trasformazione, nel trasporto, nella vendita. Ci sono imprese del biologico che lo vengono a fare dalle nostre parti; me se vuoi visitarle è come se volessi penetrare alla casa Bianca, anzi è più difficile ,visto che qualcuno lì è riuscito a sorprendere le guardie armate. Proteggono i loro metodi e i loro brevetti, ma li vengono a mettere in p
ratica su un terreno che considerano ideale.
Allora , la grande sfida per questo Governo regionale è riuscire a chiudere il cerchio e a fare sistema tra tutte queste piccola eccellenze. Un solo marchio lucano, una forte incentivazione a chi si mette insieme, un processo di ringiovanimento imprenditoriale, la certificazione obbligatoria , il controllo dei processi , la pubblicità fatta in maniera consorziata. Conoscendo la ritrosia dei lucani a mettersi insieme, il modello da incentivare è la società di scopo per tutti i processi a valle della produzione e raccolta , e cioè la trasformazione, il confezionamento, il controllo del prodotto, la commercializzazione. La filiera verticale , dalla produzione alla vendita, lascia poco o niente in regione, perché tutti i passaggi che fanno fare soldi sono in mano agli altri. Prima di salire in questa filiera, bisogna mettersi insieme, consolidarsi in maniera da diventare un pilastro del sistema alimentare di qualità. Cominciamo dalle piccole cose, dalla colazione, dal vino a tavola, dall’olio del vulture o del metapontino, dal pane, dalla pasta di una volta. Cominciamo d
ai camion della frutta che portano sopra scritto il cartello percoche di Tursi e vengono da Foggia, fragole di Policoro e vengono dal napoletano. Cominciamo dagli agriturismi e da tutti quelli che, per l’attività, prendono soldi regionali e andiamo a controllare se rispettano l’obbligo di utilizzare i prodotti della fattoria o del territorio.Chiediamo a qualcuno perchè tiene esposti i vini del Friuli, oppure serve a tavola il vino bianco del salento, invece di quello di Matera.. Se ha goduto dei soldi di tutti per farsi bello il locale, si faccia un pò l’esame di coscienza.oppure glie lo facciano fare i Sindaci , cui compete il rispetto della legge. r.r.