Sembra impossibile, ma gli amministratori delegati, i manager illuminati e i revisori contabili, non vanno più a ruba come un tempo nonostante i compensi e i benefit a loro riservati.
Le aziende faticano a trovare professionisti disponibili ad assumere responsabilità manageriali di questo genere. Financo i grandi gruppi industriali che creano posti di lavoro e business di successo, faticano a trovare manager Italiani disponibili a sottoscrivere contratti da amministratori perché, dietro quella firma, si nascondono insidie che colpirebbero la sfera personale e non più solo quella professionale. Nella sola Milano, la capitale economica d’Italia, secondo il presidente dell’ordine dei commercialisti Lombardi, Marcella Caradonna, almeno 10 mila aziende operanti nei più disparati settori, faticano e non poco a trovare manager e revisori contabili disponibili ad assumersi i rischi impliciti nella nuova legge sulla crisi d’impresa.
La cosa vale solo per quelli residenti sul territorio nazionale, ovviamente. Infatti, il governo Conte I°, quello giallo-verde, per intendersi, ha revisionato il Codice della Crisi d’Impresa inserendo un codicillo (il 378) con il quale si dispone che: << gli amministratori rispondono verso i creditori sociali per l’inosservanza degli obblighi inerenti alla conservazione dell’integrità del patrimonio sociale. L’azione può essere proposta dai creditori quando il patrimonio sociale risulta insufficiente al soddisfacimento dei loro crediti>>. In linea di principio questa norma sembrerebbe scritta a tutela di chi intraprende un’attività di scambio tra società con capitale sociale di poche migliaia di euro. Ma non è così perché, far ricadere la responsabilità di un eventuale contenzioso sugli amministratori – nonostante l’esclusione accertata di colpa grave e/o distrazione ingiustificata di fondi destinati al pagamento dei debiti societari – è una mannaia che colpirà indiscriminatamente tutte le piccole e medie aziende che faticheranno addirittura a intessere rapporti commerciali tra loro.
Con l’art.378 del CCI, infatti, nessun amministratore troverà conveniente (per tutelare i propri beni) contrarre debiti con una banca, accendere un mutuo per spingersi oltre il consueto approvvigionamento di materia prima per far crescere il proprio business, investire in nuove tecnologie perché basterà non pagare una o due rate per incappare nella maglia del fallimento con quel che ne conseguirà rispetto alla responsabilità personale e pecuniaria dell’amministratore stesso. Il fatto di vantare eventuali crediti verso la pubblica amministrazione, la buonafede, l’impegno a pagare i debiti rateizzando le somme, fare accordi transattivi, ecc., non saranno più ritenuti garanzie sufficienti ad evitare il fallimento dell’impresa, soprattutto in presenza di una norma che trasferisce gli impegni economici societari in capo agli amministratori i quali sarebbero perseguibili per sempre, fino a estinzione del debito, vita natural durante.
Una contraddizione in termini se si considera la natura stessa dell’impresa che si nutre d’investimenti lavorando grazie alle anticipazioni di capitale. Financo verso lo stato che chiede in anticipo le tasse sul fatturato non ancora realizzato.
Il governo Giallo Verde, però, bontà sua, stabilendo la successiva decorrenza dell’articolo, ha voluto offrire un chances ai grossi gruppi societari prevedendo per loro un’eventuale via d’uscita rendendo la norma applicabile esclusivamente agli amministratori e ai revisori residenti in Italia. Per quelli residenti all’estero, pur se amministratori di azienda con sede in Italia, vige la vecchia norma che stabiliva, invece, che l’azione fallimentare poteva essere proposta solo dalla società e che il capitale sociale garantiva la consistenza patrimoniale della società stessa (salvo casi di fraudolenza o distrazione di somme punibili con pene più severe).
Un occhio di riguardo per i grandi manager, dunque, che possono permettersi di stabilire la propria residenza all’estero pur lavorando in Italia e che possono decidere di non pagare i propri fornitori (come spesso accade), per i più disparati motivi, costringendoli al fallimento lasciando che il problema del recupero del credito degli eventuali incolpevoli terze parti ricada esclusivamente sul manager residente in italia.
Strano Paese il nostro. Da un lato si finanziano progetti e incubatori d’impresa, dall’altro si creano condizioni ostative agli investimenti. Con questa spada di Damocle nessuno più vorrà investire in Start Up (le più a rischio fallimento dopo la fase di lancio sul mercato), nessun imprenditore vorrà rischiare il proprio patrimonio per sperimentare soluzioni innovative per il proprio business. E, soprattutto, nessuna impresa vorrà continuare a fare produzione sul territorio nazionale se la cosa può mettere a rischio i propri beni personali. Un paese che continua ad essere sempre meno appetibile per gli investitori incentivati piuttosto a delocalizzare le sedi all’estero che continuare ad investire in Italia.
- Nei prossimi mesi inizieranno i processi contro amministratori pubblici e privati incappati nelle maglie dell’articolo 378. E quando saranno sequestrati i loro i beni personali, emesse sentenze d’interdizione dai pubblici uffici e radiazioni dagli albi professionali per aver amministrato una società incappata in una crisi debitoria, la questione si presenterà al paese in tutta la sua triste drammaticità. Allora scopriremo perché alcuni manager, pur potendo continuare ad operare con le proprie sedi in Italia, non lo fanno preferendo trasferirsi in Paesi meno belli del nostro ma certamente più accoglienti per loro.
Per maggiori informazioni citofonare a chi è solito girare le piazze raccontandosi come un difensore delle imprese, delle partite iva, e del made in Italy.