AL CAFFE’ DEL TEATRO

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LUCIO TUFANO

Commendatori del Regno, discorsi, applausi vivissimi, colonnelli leggeri e gravi, cavalleggeri, baroni e baronesse, intendenti e conservatori, procuratori, tempi maliziosi ed ingenui, cattiverie e pomeriggi noiosi, facili entusiasmi, toilettes di primavera e d’estate, congiure del tempo per le signore en petit drap blanc, en golie ducesse noire, en petit drap satin grossvert, en gris elettrique, sfilano in passerella. Una sfilata lunga in un popoloso avanspettacolo della microstoria. Sindaci, onorevoli, consiglieri provinciali, funzionari dei lavori forzati, ispettori, uomini d’altri tempi, inguaribili per la loro mania di essere teatro, di essere paglia, fieno, ciniglia, polveroso edificio che si è restaurato 14 anni or sono.

Diseuse, soubrette excentrique, chanteuse, macchiettisti e fini dicitori, comici duettisti, trapezisti, imitatori, equilibristi, mangiatori di spade, lanciatori di coltelli, velocipedisti. Lì accadde di tutto! E venne l’operetta, la rivista. Lì s’insediò il cinematografo e la gioiosa risorsa del cinevarietà, lì si celebrò il caffè concerto e i festival con le riffe. Terza magistrale, convittori del Nazionale, sogno di celluloide, primo, secondo e terzo violino del “Circolo del Pubblico Impiego”. Moviola e zoomate per tutti, il segretario generale o il direttore del Banco di Napoli, amaretti e rosolii, pasticciotti alla crema collocati a raggiera nella guantiere, signorine del secondo piano e del terzo, nipoti di sacerdoti o di avvocati, suonatrici di flauto, farse recitate nel cuore delle serate e delle stanze dai mobili austeri. Attori, attrici, capocomici venuti da Napoli, col pennacchio di fumo, ma anche arte di casa, geni del ridere e tanti, tanti altri. Talenti sciupati nelle comiche goffe, fautori della battuta e del pernacchio, commedia del Plauto locale, sogni a sghimbescio, rovesci, scrosci, calosce, grilli parlanti, mezzo soprano del piano di sotto, occhi bistrati della manicure. Infimo l’esito del mancato successo, olocausto di talenti, difficoltà e dispetti, invidia dei parenti, orgia inesauribile di stenti, disfattori/disfattisti, organisti del malessere, tacchi e punte, risuolature e passi perduti, scarponi chiodati dentro le raffiche degli anni. Ma al caffè del Teatro, tra le grandi brocche di caramelle infiocchettate, sbuffa la macchina “espresso”. Nessuno più potrà, dopo tutto, togliere dall’ombra degli anni i nomi, le facce, e le imprese, felici o miserande, di quelli che hanno creduto di incarnare la stabilità, la perpetuità, l’autorità in un solo spicchio di realtà. Un curioso mosaico di reperti. Arnesi del sipario, attrezzi, fibre, nervi, tendini, meccanica che trascina la gente a diventare ingranaggi, perni, parti essenziali in organiche pause di reminiscenza e patriarcato. Qui si parla di quel che sovrasta i destini, agita i fili e i corpetti, volteggia tra le quinte, i mossi tendaggi del palcoscenico che sbanda, confonde il senno e il sentimento dei corifei. Il coro riecheggia i lamenti, i pensieri che derivano dalla origine, per magnetismi che fanno della scena, tra vibrazioni e segnali, le vertiginose dinamiche della esistenza. Ecco qui riascoltati e rivissuti i tempi, i rumori, i silenzi, il pubblico e il privato nei padiglioni auricolari della città. Dentro di questa scorre una fiaba collettiva e urbana che fa scoccare le ore, le mezze ore, negli orologi delle tasche e della piazza. Discorsi e trombe hanno travalicato l’atrio, il fumoir, hanno pervaso il balteo della civiltà teatrale. Eppure sono partiti gli oggetti, i motteggi, i fraseggi, le ilarità, schegge e “scherde” del vulgaris, l’euforia di chi si schiera dalla parte dei “nostri”. Rigori degli inverni, giudizi, assurdi servizi, il teatro monotono delle giornate piovose, l’assenza di fischi validi per una modifica nel sipario, un cambio di scena e di attori, il bisogno di cose più grandi e diverse, una produttiva agricoltura, un più leale e cordiale rapporto fra cittadini, la maledetta mania di sparlottare. Era proprio necessario che la città si fosse spostata in direzione dei tropici, verso il mare, perché vi fosse un più profondo amore? C’è stato chi ha suggerito l’altoforno, la sirena, la catena di montaggio, le industrie che fioriscono all’alba, negli spazi di rugiada in vapore. E’ questa anche la storia della città: storia tradotta in umore, ironia, critica, prisma che sfaccetta le luci e le ombre, subito rimosse dalla luce dei riflettori. Teatro universale e vivente, carroccio di battaglie e di bandiere, di pace e di guerre, parti sceneggiate, montaggi e assonanze, inquadrature, susseguirsi delle gags, degli aspetti curiosi ed esilaranti, dei non senses, dei trucchi surreali, accelerazioni ed inversioni che fanno della materia trattata una struttura che a volte disgrega il filo narrativo e corrode gli stereotipi della logica. Povero, antibarocco, privo di particolari eccezionali nella messinscena. Ma dentro lo ” Stabile” si rappresentarono i fascismi, le guerre d’Africa e quelle mondiali, i miti della patria e della rivoluzione, i dogmi dei partiti e delle utopie, le trame che sfidano ogni specificità, mimiche e pantomine del realismo piccolo-borghese, effetti comici, acrobatici, delle roboanze e delle azioni politico-sociali. È stato proprio per questo che il Teatro Stabile è diventato metateatro e poi nell’ambito dello stesso racconto urbano torna ad essere teatro. Nella metamorfosi perde un po’ della sua innocenza e, da specchio della società, diventa metafora e quindi legge del contrappasso. Le maglie del tempo si sono lacerate per le orchidee di Singapore in mano alle signore che anni fa assistettero alla solenne inaugurazione, restaurato e rinnovato nella sua struttura. Un depliant del centro storico circolò negli ambienti dell’ingresso e del nuovo foyer. Sguardi e saluti incrociati. Ponte tra passato e presente, per le generazioni future, lontane dalla storia, discrepanza di stili tra il vecchio corpus teatrale e il contesto urbanistico immediato. Una identità teatrale di cui si è voluta sempre dotare la realtà urbana. Ecco perché ci viene di ripensare alla lunga funzione storico-politico-culturale esercitatavi per più di un secolo. Ragioni di divertimento e di svago ne avevano occasionato l’esestenza, ma soprattutto il prestigio regionale e nazionale, di effusioni e attestazioni di fedeltà alla monarchia sabauda. Un centro di attrazione musicale e culturale nell’impervio scenario di boschi e montagne. Tentare una rassegna delle sue rappresentazioni è come ripercorrere le tappe della sua storia, le chiusure, le aperture, le stagioni liriche, le interruzioni lunghe o brevi, la vita dei regimi, il pulsare delle generazioni. I palchi del boccascena oggi non sono più riservati e chi siede sulla poltrona di Umberto I è il nuovo direttore della città, il new sindaco, il borgomastro del nostro borgo ormai ingrandito. Pare che il pubblico abbia invaso il palcoscenico. Nessuno più sale in “piccionaia”. Tutti sono attori, intenti ed assorti a scovare il talento dentro di sé, nella folle, frenetica orgia di spartiti e copioni. È mai possibile che tutte le metamorfosi sociali abbiano un tale risultato? Le uscite di sicurezza sono aperte. Occorre sfollare! Lasciare il posto ad altri, ai “nessuno” che entrano ed hanno occupato la poltrona col cappello.

 

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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