AL PRESIDENTE GRAVINA MANCA UN PO’ DI CORAGGIO

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rocco sabatella

Al presidente della Figc Gabriele Gravina va indubbiamente riconosciuto il merito di essersi tenacemente speso quotidianamente per far riprendere il calcio in Italia. Anche nei momenti più bui della pandemia quando le autorità sanitarie nutrivano più di qualche dubbio sul fatto che il pallone potesse ricominciare a rotolare sui tappeti erbosi. Con pazienza, con fiducia, con non malcelata speranza ha tenuto aperti i canali di contatto con le altre componenti del mondo calcio e soprattutto con il governo e con il ministro Spadafora per arrivare al tanto sospirato traguardo di far terminare regolarmente la stagione sul campo. Si è speso non solo per far ripartire la serie A che è la componente trainante del calcio italiano, ma, dinanzi a tante perplessità e voci contrarie, non ha mai abbandonato l’idea di ottenere che anche gli altri due tornei professionistici, B e C, potessero seguire l’esempio del massimo torneo. Probabilmente, anzi quasi sicuramente, non la pensano in questo modo i dirigenti delle 36 formazioni della serie D, tra le quali le lucane Francavilla e Grumentum, che sono state condannate alla retrocessione dalla decisione del Consiglio Federale di decretare lo stop di tutti i campionati dilettantistici cristallizzando le classifiche al momento della sospensione nel mese di marzo. Ma su un punto non ci troviamo per niente d’accordo con il presidente della Federcalcio. Quando, nella giornata di venerdi scorso, partecipando alla riunione del Consiglio Direttivo della Lega Pro, ha evidenziato la portata interpretativa dell’articolo 218 del Decreto Rilancio del Governo che consente alla Figc di adottare “ anche in deroga alle vigenti disposizioni dell’ordinamento sportivo provvedimenti relativi alla prosecuzione e conclusione dei campionati professionistici e dilettantistici ma non di attuare la riforma dei campionati” ribadendo l’esigenza di ripensare al format dei campionati “già dalla stagione sportiva 2021/2022”.  E’ questo “ già” che non ci convince perchè rimandare tutto alla stagione 2021/2022  significa solo ritardare di un anno la riforma dei campionati che è invocata da tutte le componenti del mondo calcio e che faceva parte del programma elettorale dello stesso Gravina quando si è candidato alla presidenza della Figc e non può essere considerato come un titolo di merito per dire che è stabilita una data per la riforma. La grave crisi economica della serie C, acuita dal covid 19, avrebbe preteso un atto di maggiore coraggio del presidente Gravina che avrebbe dovuto accorciare i tempi e provvedere fin dalla prossima stagione alla riduzione delle società professionistiche da 100 a 60. Procrastinare ancora gli interventi e tenere in piedi la C a sessanta squadre avrà solo l’effetto di allungare l’agonia di molte società della terza serie che faranno fatica, per usare un eufemismo, ad iscriversi al prossimo torneo. Non accorgersi delle elevatissime difficoltà economiche, accresciute a dismisura dalle conseguenze che provocherà la pandemia al mondo della serie C, è da miopi e non degno di un manager illuminato come Gravina. Aldilà di qualsiasi interpretazione dell’articolo 218 del decreto Rilancio che peraltro non vieta di fare le riforme adesso anche per la stagione che prenderà il via a settembre prossimo. Il sospetto è che rinviare la riforma alla stagione 2021/2022 significa aspettare la selezione naturale con la prevedibile e certa scomparsa di tante società che avrebbe l’effetto di consegnare alla Figc una riforma già bella e fatta fra poco più di un anno. Ha ragione il presidente Caiata quando dice che” il malato andrebbe curato quando è ancora vivo, intervenire quando è morto non serve”. Non si tratta qui di fare il tifo per la cosiddetta riforma Caiata o per altre idee sul modo di salvare la serie C che è questione che spetta a tutte le componenti del calcio, ma di affermare un concetto logico. Sarebbe colpevole non sfruttare questo particolare e gravissimo momento storico per intervenire subito e salvare il salvabile.  Come dice il proverbio a mali estremi, estremi rimedi. Ci domandiamo e domandiamo al presidente Gravina: non sono sufficienti i prossimi mesi pieni di giugno, luglio e agosto per aprire il tavolo delle riforme, lavorare e trovare le soluzioni più idonee per risolvere i problemi? Prendiamo, a mo’ di esempio, la riforma propugnata da Caiata e appoggiata da tante altre società. Creare una B a 40 squadre e, a scendere, una serie C semiprofessionistica con altre 40 società. Pensiamo davvero che sia cosi lungo approvare, da parte del Parlamento, il ritorno al semiprofessionismo o le norme che prevedono un migliore trattamento fiscale per queste 40 società? E altre normative di provenienza Figc per ridurre i costi di gestione di una stagione? Quando c’è la volontà politica, tutto diventa possibile. Se mai il problema che appare di non facile soluzione riguarda le risorse economiche derivanti dai diritti televisivi che dovrebbero essere raddoppiate per soddisfare 40 società. Perché appare chiaro a tutti che le attuali società di serie B che prendono 6 milioni all’anno ciascuna di diritti televisivi, non accetterebbero mai e poi mai di dimezzare l’introito per favorire la B a 40 squadre. E su questa problematica deve lavorare il tavolo delle riforme per creare idee creative adatte alla bisogna. Come per esempio indurre Dazn, titolare dei diritti della serie B ad aumentare l’offerta per il raddoppio delle gare da trasmettere, reperire fondi dalla Legge Melandri o chiedere un aiuto anche dalla serie A.Giusto per citare qualche intervento possibile. Se proprio diventassero insormontabili gli ostacoli per fare adesso qualsiasi tipo di riforma, allora sarebbe logico rinviare ma avendo il vantaggio di essersi già portati avanti con il lavoro e di essere sulla strada buona per trovare le soluzioni più giuste. Il presidente Gravina ci ripensi e faccia tutto il possibile per la riforma dei campionati dalla prossima stagione

    

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Rocco Sabatella

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