Balvano: il ricco patrimonio linguistico e il forte sentimento religioso

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1.Il ricco patrimonio linguistico di Balvano

Balvano, Valvanë [val’vanə] o Valvãnë [val’vænə] in dialetto locale, è un paese di circa 1800 abitanti sito nell’area nord-occidentale della Basilicata, in provincia di Potenza. Il centro è di origine longobarda e fu eletto a contea in epoca normanna.

Il toponimo “Balvano” è una formazione prediale dal personale latino Balbius. Caratteristico dei toponimi prediali è il suffisso -anus da cui Balbanus che successivamente è diventato Balvano.

La situazione linguistica di Balvano è particolarmente interessante e possiamo analizzarla attraverso i dati raccolti sul campo mediante la somministrazione di questionari mirati finalizzati alla compilazione dell’A.L.Ba. (Atlante Linguistico della Basilicata) e la registrazione di spaccati di conversazione libera.

Tra i fenomeni linguistici e i tratti morfologici del dialetto balvanese si annoverano:

la palatalizzazione della A tonica sia in sillaba libera che in sillaba implicata (si registra solo nella parlata degli informatori più conservativi): A diventa ã: tãta [ꞌtæta] ‘papà’, mã [ꞌmænə] ‘mano’, mãmma [‘mæmːa] ‘mamma’, pãnza [‘pænʣa] ‘pancia’;

l’indebolimento della (-)G- iniziale di parola o in posizione intervocalica: (-)G- diventa (-)(g)-:(g)amma/(g)ãmma [ꞌɣamːa]/[ꞌɣæmːa]‘gamba’, a(g)ustë [aꞌɣustːə] ‘agosto’, la(g)ënaturë [laɣənaꞌturə] ‘matterello’; la fricativa velare sonora, (g), può essere anche prostetica ovvero non etimologica e aggiunta in posizione iniziale di parola: (g)unë [ꞌɣunə] ‘uno’, (g)òttu [ꞌɣɔtːu] ‘otto’, (g)uttanda/ (g)uttuanda [ɣuꞌtːanda]/[ɣuꞌtːwanda] ‘ottanta’;

il rotacismo della (-)D- iniziale di parola o in posizione intervocalica: (-)D- diventa (-)(r)-: rèndë [ꞌrɛndə] ‘dente’, uirëvë/-a [ꞌwirəvə/-a] ‘vedovo/-a’, sura [ꞌsura] ‘egli suda’.

la fricativizzazione della (-)B- : (-)B- diventa (-)v-: vasë [‘vasə] ‘bacio’, varrile [va’rːilə] ‘barile’, vócca [‘vokːa] ‘bocca’;

l’evoluzione di -LL- in -dd-: cuòddë [ꞌkwoə] ‘collo’, stadd[ꞌstaa] ‘stalla’, cangiéddë [kanꞌʤjeə] ‘cancello’;

l’evoluzione di G+E/I iniziale di parola e all’interno di parola in (-)i-: iënnarë/iënnãrë [iəꞌnːarə]/ [iəꞌnːærə] ‘gennaio’, iénnërë [ꞌjenːərə] ‘genero’, frijë [‘frijə] ‘friggere’;

la metafonia: le vocali finali atone -I, -U determinano il cambiamento di timbro della vocale tonica. Nel dialetto balvanese in cui si registra l’indebolimento delle vocali finali, eccezion fatta per la -a (in perdita, ma non ancora persa), la metafonia assume particolare importanza perché oggi ci consente di distinguere il numero singolare da quello plurale e in un futuro non troppo lontano ci consentirà di distinguere anche il genere femminile da quello maschile:  pè [ꞌpɛrə] ‘piede’ e p [ꞌpjerə] ‘piedi’, rèndë [ꞌrɛndə] ‘dente’ e rndë [ꞌrjendə] ‘denti; surdë [ꞌsurdə] ‘sordo’ e sórda [ꞌsorda] ‘sorda’, pëccëninnë [pətːʃəꞌninːə] ‘piccolo’ e pëccënénna [pətːʃəꞌnenːa] ‘piccola’;

il raddoppiamento fonosintattico (RFS): la consonante iniziale della parola che segue un articolo femminile plurale o altri determinatori femminili plurali si raddoppia:  mmamë/rë mmãnë [rə ꞌmːanːə]/[rə ꞌmːænːə] ‘le mani’ ma a manë/a mãnë [a ‘manə]/[a mænə]‘la mano’; stë mmachënë [stə ꞌmːakənə] ‘queste macchine’ ma sta machënë [sta ꞌmakənə]‘questa macchina’, quéddë ccriaturë [kwedːə kːrjaꞌturə] ‘quelle bambine’ ma quédda criatura [kwedːa krjaꞌtura] ‘quella bambina;

il genere neutro: si pronuncia raddoppiata anche la consonante iniziale di una parola che segue l’articolo neutro: ru/rë mmuèlë [ru/rə ꞌmːwɛlə] ‘il miele’, ru/rë lluattë [ru/rə ꞌlːwatːə] ‘il latte’, ru/rë ppuanë [ru/rə ꞌpːwanə] ‘il pane’.

la propagginazione in sillaba iniziale: la proiezione nella prima sillaba della vocale velare originaria -U dell’articolo o di un determinatore. Gli esempi: ru/rë mmuèlë [ru/rə ꞌmːwɛlə] ‘il miele’, ru/rë lluattë [ru/rə ꞌlːwatːə] ‘il latte’ e ru/rë ppuanë [ru/rə ꞌpːwanə] ‘il pane’ presentano la proiezione della vocale etimologica -U dell’articolo neutro; u puèrë [u ꞌpwɛrə]‘il piede’ e u nuasë [u ꞌnwasə]‘il naso’, invece, presentano la propagginazione della vocale dell’articolo maschile;

la propagginazione in sillaba interna di parola: la proiezione nella sillaba tonica della vocale velare originaria -U in posizione protonica: cuggiuinë [ku’dːʒwinə] ‘cugino’, cumbuarë [kum’bwarə] ‘padrino’, auruécchia [au’rwecchia] ‘orecchio’.

 

2.Uno sguardo all’A.L.Ba.

L’Atlante Linguistico della Basilicata (A.L.Ba.) è prettamente, ma non esclusivamente, un atlante lessicale.

Attraverso la raccolta dati sul campo avvenuta nel corso degli ultimi tredici anni, il Centro Internazionale di Dialettologia ha potuto registrare e fermare su carta, proprio attraverso le pagine dell’Atlante, la grande varietà lessicale presente in Basilicata. Lo stesso referente, infatti, nei 131 comuni della Basilicata può essere designato anche con sette o otto tipi lessicali differenti (e con tipi lessicali, naturalmente, si intende parole diverse e non parole che presentano solo varianti fonetiche).

Nella varietà linguistica lucana alcuni tipi lessicali sono stati registrati solo a Balvano, p.d.r. 36 dell’A.L.Ba., e questo è un dato significativo perché evidenzia la peculiarità e l’unicità del dialetto balvanese.

È il caso di zzinnë [‘dːzinnə] per “grosso vaso per l’olio” (come mostra la carta 20 della III sezione del III volume dell’A.L.Ba.) e di nëputëmë [nə’putəmə] per “mio cugino” (come mostra la carta 16 della I sezione del I volume dell’A.L.Ba.). A tal proposito, per completezza di informazione, occorre fare una precisazione: il tipo nëpòtëmë [nə’pɔtəmə] per “mio cugino” è stato registrato, nel 2007, anche a Rionero in Vulture (p.d.r. 9 dell’A.L.Ba.), ma era forma considerata molto arcaica e infatti oggi se ne ha solo conoscenza passiva. A Balvano, invece, la forma non si registra nella parlata delle giovani generazioni, ma si conserva nella parlata degli informatori di età superiore ai settant’anni.

 

3.La devozione di Balvano per Sant’Antonio e San Vito

Il periodo di pandemia che stiamo vivendo sta mettendo a dura prova tutti noi: siamo stati privati della libertà, di un abbraccio, dei momenti di aggregazione, della condivisione. Siamo stati privati della nostra quotidianità. Quando ho chiamato i cittadini di Balvano per chiedere ciò che più ritenevano caratteristico della loro comunità la risposta è stata, con un sorriso velato da un leggero rammarico, : “La festa del nostro Santo Patrono che purtroppo quest’anno non vivremo come al solito”.  Questa piaga che ci ha travolti ha, infatti, portato delle conseguenze anche sulle feste patronali che non si potranno celebrare come da tradizione. È un grande piacere quindi, in questa circostanza, parlare della festa di Sant’Antonio che a Balvano, come in altri paesi lucani, si celebra il 13 giugno. Nel piccolo borgo il Santo Patrono risiede nel convento di Sant’Antonio u cummuéndë rë Sand’Andónië  [u kuˈmːwendə rə ˈsand‿andonjə] che sorge  poco distante dal centro abitato in luogo ameno e solitario dove fu costruito nel 1591 dai frati minori osservanti. La parte più rilevante del convento dal punto di vista artistico è il chiostro, interamente decorato da un ciclo pittorico , secondo la consuetudine che fa dei chiostri veri luoghi di meditazione e divulgazione didattica.  Gli affreschi del chiostro furono attribuiti in un primo momento a uno degli artisti locali più attivi Giovanni de Gregorio detto Pietrafesa . Anche se  Pietrafesa morì nel 1636 mentre pare che gli affreschi furono terminati nel 1693, quindi sembra invece che siano opera di Girolamo Bresciano da Pietragalla,  che è senz’altro , tra i numerosi discepoli del Pietrafesa, quello che stilisticamente gli è più vicino. La prima festa in onore di Sant’Antonio cade tradizionalmente la prima domenica di maggio : in questa occasione, dopo la celebrazione della messa, il Santo viene portato in processione prëggëssiónë [prədːʒəˈsːjonə] per le strade principali del paese. Finita la prëggëssiónë [prədːʒəˈsːjonə] viene riportato al convento. Dall’ultimo giorno di maggio, poi, inizia la cosiddetta trërëcina [trərəˈʧina]: fino al 12 giugno tutte le messe della sera sono dedicate al Santo Patrono. Durante la tredicina, tutte le sere i bambini piccoli vengono vestiti da munaciéddë [munaˈʧjedːə] ossia viene fatto indossare loro il saio francescano, l’abito con cui è raffigurato sempre Sant’Antonio per semplice devozione verso il Santo o perché la mamma o un parente ha fatto al Santo un voto che riguarda il bambino. Alla vigilia della festa patronale, il 12 giugno, si faceva un tempo il pranzo dei poveri: si riunivano le persone povere magari nel chiostro del convento e si offriva loro il pranzo. È questa però un’usanza che, purtroppo, è andata spegnendosi. Il 13 giugno, la mattina si celebra la santa messa e poi si fa la prëggëssiónë [prədːʒəˈsːjonə] per le strade del paese. Prima della processione, però, si fa la tradizionale stanghétta [stanˈgetːa]. Si tratta di un’asta: si porta il Santo fuori dal convento e si fa un’asta per aggiudicarsi le quattro staffe che lo sorreggono. La gente, quindi, offre dei soldi che poi restano in chiesa in onore di Sant’Antonio, per aggiudicarsi il posto per trasportarlo durante la processione. Davanti al convento ci sono dei gradini e, durante l’asta, ogni volta che viene aggiudicato una staffa, la statua viene fatta scendere di un gradino finché non arriva nell’atrio principale del convento da dove parte la processione. Tradizionalmente queste offerte venivano fatte dalle famiglie. Ogni famiglia offriva una somma e poi, una volta aggiudicata la staffa, tutti i componenti della famiglia si alternavano nel trasporto del Santo durante la processione. Poi si fa un’asta anche per il sèië mazzë [ˈsejə ˈmatːsə] ossia un telo retto da sei mazze portate da altrettante persone, tre da un lato e tre dall’altro,  che va sopra la statua, la copre, come un ombrello, durante la processione. Davanti al Santo ci sono delle ragazze che portano rë ccéndë [rə ˈtːʃendə] ossia delle strutture fatte di candele, di ceri. Dopo la processione si ritorna al convento: qui nel cortile la gente si mette in fila per prendere la pace pëglià a pacë [pəˈʎːa a ˈpaʧə] ossia si va a salutare il Santo e si ritorna a casa a festeggiare. Il convento resta aperto per tutta la giornata in modo che durante per tutto il giorno fino a sera chi vuole può recarsi a salutare il Santo.

Il periodo di festa non finisce con la festa del Santo Patrono ma continua con la festa di San Vito il 15 giugno. Questa festa è molto sentita dagli allevatori, infatti la mattina presto verso le 08.00/08.30 si fa la cosiddetta bënërëziónë rë l’anëmalë [bənərəˈt:sjonə rə l‿anəˈmalə] “benedizione degli animali”: gli allevatori portano il loro bestiame in giro per il paese, fanno una sfilata per le vie del borgo fino ad arrivare al convento. Si fermano nel cortile dove è collocata una croce in marmo intorno alla quale girano per tre volte con il loro bestiame. Intorno alla croce c’è un basamento dove si colloca il  sacerdote che benedice con l’acqua santa gli animali e anche le persone e, di recente, anche i mezzi agricoli e le autovetture. Gli animali (ovini, caprini, bovini e equini), vengono addobbati con nastri e fiori. Addirittura c’è chi dipinge le corna, oppure, durante la tosatura di maggio, si tosano in modo da creare dei disegni o delle scritte sulla lana che poi magari vengono dipinte. La circumambulatio (ovvero il rituale del camminare in circolo tre volte) viene effettuata in senso antiorario intorno alla croce del convento di S. Antonio. I massari di campo a Balvano costituivano il ceto più ricco ed erano devoti a S.Vito. Oltre agli animali, questi tre giri vengono fatti anche da altre persone tra le quali delle donne che portano   pane rë ppuanë [rə ˈpːwanə], biscotti i vëscuóttë [i vəˈskwotːə], taralli i tarallë [i taˈralːə] e formaggi che ricevono la benedizione e, quindi , c’è l’offerta simbolica del cibo sacrificale che si sostituisce all’ uccisione degli animali. Si diceva che se  durante i tre giri un animale fosse salito sul basamento da dove il prete effettuava la benedizione allora doveva essere donato alla chiesa. Gli allevatori, inoltre, fanno delle donazioni in denaro sia per San Vito che per Sant’ Antonio. Dopo la benedizione c’è la messa e poi la prëggëssiónë [prədːʒəˈsːjonə] di San Vito che però, a differenza di quella di Sant’ Antonio, non è preceduta dall’ asta.

Ringraziamo l’amico balvanese Alfonso Simone, giovane innamorato della sua terra, per averci fornito preziose informazioni.

 

4. ADL_ Balvano

 

1.Il ricco patrimonio linguistico di Balvano: Giovanna Memoli

2.Uno sguardo all’A.L.Ba.: Giovanna Memoli

3.La devozione di Balvano per Sant’Antonio e San Vito: Teresa Graziano

4. ADL_Balvano: Irene Panella

 

 

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