
Marco Di Geronimo
Il mondo cattolico ha qualcosa da dire alla sinistra di oggi? Il sì pare inevitabile. La Chiesa cattolica di papa Francesco sembra concentrata su tutte le tematiche interessano la sinistra contemporanea. Parliamo di lavoro, ambiente, uguaglianza, giustizia, solidarietà. E di fronte alla pochezza intellettuale dei dirigenti progressisti, solo la vastità della teologia cattolica appare in grado di fare da sfondo alle proposte dei progressisti.
È inutile negare che l’Italia si sente orfana della Democrazia cristiana. Dalla scomparsa del glorioso partito di De Gasperi, Fanfani e Andreotti, i cittadini italiani non hanno più saputo a chi votarsi. Con queste elezioni europee hanno rottamato l’unico strumento conservatore che hanno usato negli ultimi trent’anni (Forza Italia). E si è consumata una frattura politica tra Nord e Sud (Lega maggioritaria al settentrione, 5Stelle al meridione) difficile da sanare.
Il ruolo centrista e conservatore che giocava la Democrazia cristiana non è occupato da nessuno nell’odierno panorama politico. Manca quel partito camaleontico, capace di coprire quasi tutte le posizioni dello spettro politico (e di sgonfiare i bacini elettorali dei partiti laici). Di fronte a una gamma più tradizionale di partiti politici, crolla la casa comune dei cattolici italiani. Crolla così anche l’interlocutore legittimo della Chiesa cattolica nelle istituzioni politiche nazionali.
La DC non è mai stato un partito conservatore o popolare nel senso «normale» del termine. Cioè un partito di centrodestra, capace di guardare sia alla propria destra sia alla propria sinistra. E con un elettorato per vocazione formato da lavoratori autonomi, artigiani, contadini, piccoli imprenditori e perfino sottoproletari. Quell’elettorato in antitesi con l’ampia schiera di lavoratori subordinati (a vario titolo), con la federazione di colletti bianchi e blu sulle quali si basa il centrosinistra di stampo europeo. No, la DC ha attinto a fasce trasversali dell’elettorato e per motivi spesso ideologici, a volte schiettamente religiosi e prepolitici.
Questa fu la chiave che la rese potente nel corso della Prima Repubblica e che, grazie a una gestione corale del potere, garantì la convivenza tra le anime di destra e di sinistra presenti nel partito. Ma dopo Mani pulite, tra queste due sensibilità interne alla DC si è consumato un divorzio. E le anime di sinistra sono state attratte prima dall’Ulivo e poi dal PD. Con tanti anni di ritardo si realizzava il sogno del compromesso storico tra la tradizione comunista e quella democristiana-sociale. Oggi non c’è nessuno nel centrosinistra (e perfino nella sinistra) che sia disposto a rinunciare all’elettorato cattolico. Paradossalmente, proprio quando quell’elettorato non è più organizzato.
E come non esiste più un partito di riferimento per i cattolici (e per i soli cattolici progressisti in particolare), non esiste nemmeno un partito in senso stretto per i progressisti. Sia il Partito democratico, sia il boschetto di formazioni sorte attorno a esso, difettano delle capacità necessarie per fare politica, cioè elaborare una visione del mondo, darle voce e gambe e diffonderla nella società. Si sprecano i richiami a papa Francesco (tranne quando se la prende con la comunità LGBT), perché i dirigenti del centrosinistra non hanno più un’ideologia di riferimento.
Ma se ricostruire una DC (anche una mera DC di sinistra, come fu la Margherita) è antistorico, viceversa è necessario ricostruire un partito progressista che parli a tutti. Anche all’elettorato cattolico (progressista). Per farlo serve una classe dirigente che interpreti il mondo, anziché farselo spiegare dagli esperti. Bisogna tessere la bandiera politica dietro la quale far avanzare tutte quelle rivendicazioni che servono a costruire un futuro migliore. Bisogna farlo perché oggi l’elettorato che potrebbe votare il centrosinistra (cattolico e non) non ce l’ha. E la chiede a gran voce.