MASSIMILIANO SELVAGGI
Manca una settimana ad Halloween – verosimilmente una contrazione di All Hallow Eve/La Vigilia di Tutti i Santi – la celebrazione di un antico capodanno agrario legato simbolicamente alla “fine e al ricominciamento del tempo” quando, cioè, terminavano tutte le attività di raccolto e si ripartiva con le semine.
Come in ogni Capodanno, anche durante questo particolare momento rituale, in cui, come ricorda Mircea Eliade, ”Le barriere dei due cosmi sono temporaneamente annullate”, anticamente si realizzava una specie di sospensione del calendario, un intervallo di tempo “festivo” (non necessariamente “festoso”) che “sfuggiva alle regole della normalità e della quotidianità e si apriva al ritorno dei morti ed alla circolazione di entità provenienti dell’aldilà”.
“Non è né estate né inverno – afferma l’archeologo Kleinmartin – e quando i confini di un momento o di una condizione sono indistinti, le persone sono più propense a pensare che possano manifestarsi eventi soprannaturali”.
Credenza, questa, che con tante varianti è presente anche nella tradizione folkorica italiana, compresa quella pisticcese: un esempio giunto fin quasi ai nostri giorni è rappresentato dalla processione dei morti che andava in scena per le strade del paese la notte tra il primo e il due novembre.
Momento altamente rischioso per i vivi che erano (quasi) al sicuro solo se utilizzavano una bacinella d’acqua/filtro per guardare l’invisibile corteo dei trapassati.
Quegli stessi trapassati sono i numi tutelari che, in questo tempo speciale dell’anno, ritornavano alle loro antiche dimore. E che venivano accolti e gratificati: con doni, preghiere e rituali di accoglienza, tutti dispositivi necessari ad ingraziarseli.
Nelle antiche credenze pre-cristiane, infatti, i morti, che giacevano sotto terra, erano i custodi dei semi e garanti dei futuri raccolti. “In quel momento i semi, il pane e i foraggi erano sotto la giurisdizione dei defunti” i quali, come dice Propp “Dalle viscere della terra potevano inviare un raccolto buono o cattivo, potevano obbligare la terra a dare frutti o a trattenere le forze”.
Proprio nei momenti più delicati, quelli dell’incertezza e del vuoto vegetale successivo alla semina, quindi, “i defunti vanno maggiormente pregati, celebrati, fatti oggetto di particolari attenzioni” come sostengono gli studiosi di folklore Baldini e Bellosi che una decina di anni fa scrissero “Halloween, nei giorni che i morti ritornano” un viaggio gotico-rurale nella cultura popolare italiana sul tema del ritorno dei defunti.
È proprio in questo momento critico dell’anno che “bisogna sostenere i defunti, dando loro da mangiare e da bere e di che scaldarsi (e illuminarsi)…bisogna banchettare con loro, lasciare cibo sulle tombe, fare libagioni di vino”.
Quelle stesse libagioni che, fino a non molto tempo fa, le nostre nonne usavano portare sulle tombe dei loro cari nel cimitero del paese.
Tuttavia, il rapporto con i trapassati non è mai privo di rischi: per questo occorre mettere in atto una serie di riti difensivi capaci di combattere il clima di inquietudine causato dal loro possibile ritorno, dal fatto, cioè, che essi possono approfittare del varco magico rappresentato dal momento di passaggio tra un ciclo agrario e l’altro per tornare sulla terra.
Passaggi spazio-temporali, rituali agrari di propulsione, defunti come sindacalisti del raccolto.
Un affresco sincretico che affonda le radici in tempi remoti e, pur con mille sfaccettature, coinvolge la cultura europea nella sua interezza.
Per lo più ignorando questo retroterra culturale, ogni anno all’approssimarsi di Halloween, in molti sui media così come sui social mettono in scena “un grande festival della disinformazione e dell’approssimazione” che spesso assume le forme del bigottismo quando non della scomunica.
Umilmente mi permetto di dire che, rispettando le posizioni di tutti, bisognerebbe accettare serenamente un fatto culturale: Halloween é una festa buona che, nel corso dei secoli e a più riprese, ha accomunato tutti i popoli del vecchio continente, non solo i Celti, ai quali viene attribuito, non senza controversie, il copyright di questa antica celebrazione, versione moderna di Samhain (fine dell’estate in gaelico) “una festività del raccolto” celebrata a fine ottobre, a metà strada tra l’equinozio di autunno ed il solstizio di inverno.
È chiaro che gli isterismi che proliferano in questi giorni siano il frutto della mancata conoscenza della storia culturale di questa festività e delle sue infinite connessioni con il nostro passato. Se si aggiunge, poi, che laddove questa tradizione era sparita, è tornata di moda sotto forma di relitto culturale, prodotto di consumo e quasi completamente svuotata dei suoi significati più profondi, il gioco è fatto.
“Halloween é la festa del male”. Tanto più che è tornata in Europa passando dall’America, dove, in verità, molto tempo prima l’avevano portata gli emigranti francesi e, soprattutto, irlandesi i quali, “già in epoca carolingia, durante la vigilia d’Ognissanti esponevano fuori dalle loro case rape intagliate e illuminate dall’interno, e sfilavano per le strade sbattendo rumorosamente pentole e padelle. Se le rape illuminate servivano ad onorare le anime bloccate nel Purgatorio, le pentole e le padelle servivano a “tenere alla larga” le anime dannate”.
Parole dell’antropologa cattolica Giovanna Jacob, la quale sostiene che “Con ogni probabilità nel Medioevo in Europa, non solo in Irlanda, si celebrava la festa della vigilia d’Ognissanti. Dopo la fine del Medioevo, questa festa cominciava ad estinguersi in Europa mentre rinasceva nel Nuovo Mondo. Nel dettaglio, la festa americana di Halloween (che letteralmente significa “Festa della vigilia di Ognissanti”) fu elaborata nel secolo XVIII dagli immigrati cattolici irlandesi e dagli immigrati cattolici francesi: i primi ci misero le rape illuminate (presto sostituite con le ben più capienti zucche americane) mentre i secondi ci misero le sfilate in costume sul tema della “danza macabra”. Poco tempo dopo, gli immigrati cattolici inglesi vi aggiunsero la domanda: “Dolcetto o scherzetto?” Le origini della richiesta scherzosa di dolci in cambio di benevolenza devono essere cercate nella tradizione del Guy Fawkes Day, che tuttora si festeggia in Gran Bretagna ogni 5 novembre, e nell’usanza medievale inglese, ancora viva ai tempi di Shakespeare, di dare ai poveri cibo in cambio di preghiere per i cari defunti proprio nei giorni dei santi e dei morti”.
Seppur nella consapevolezza che questa festività sia tornata in auge in seguito a suggestioni narrative, letterarie, cinematografiche, artistiche, musicali ed a malcelati intenti commerciali, non mi dispiace vederla celebrare.
E non perché io sia un satanista, uno stregone o un mago. Ma perché, nonostante tutto porti a pensare il contrario, Halloween non è una “festa americana”, ma è una festa (di origine pagana ma con successivi chiari riferimenti cattolici) inventata da noi europei nella notte dei tempi per ragioni molto pratiche: propiziare il ritorno della abbondanza, della luce, della vita.
Perciò, come dice la Jacob: “Fatela festeggiare ai vostri bambini”.