Anche in Basilicata un centro dedicato agli “hikkikomori”

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DONATO MARCHISIELLO

Siamo abituati ad affrontare il tema della ludopatia, pensando principalmente alle vittime (perché si, sono vittime) del gioco d’azzardo. Un male troppo spesso dimenticato e che in Italia produce migliaia e migliaia di casi, alle volte drammatici, al costo di enormi guadagni intascati da aziende e attività commerciali che, nemmeno lontanamente, sentono il dovere “morale” di arginare un fenomeno sociale dilagante e distruttivo. Ma la ludopatia, specialmente con l’evolversi della tecnologia, diviene più “sottile” e spesso sintomo collaterale di nuove “frontiere” per sindromi e malanni di natura via via più complessa. Ed è il caso degli hikkikomori: una condizione di “totale ritiro” dalla vita sociale e reale che ha assalito e assale sempre più giovani. Il termine è di origine giapponese e potrebbe esser tradotto come “stare in disparte”. Ed è proprio in terra nipponica che il fenomeno, da un paio di decadi, è purtroppo in fortissima ascesa: le indagini ufficiali condotte dalle Istituzioni giapponesi parlano di un milione di casi, con una fortissima incidenza anche negli over 40. Ma chi sono gli hikkikomori? Nella cultura giapponese, un hikkikomori è una persona che sceglie, più o meno volontariamente, di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi (da pochi mesi ad addirittura anni), auto-escludendosi e tagliando ogni contatto umano, persino con la propria famiglia sotto lo stesso tetto.

Il fenomeno, secondo i dati riportati dal sito Hikkikomori Italia, riguarderebbe principalmente giovani in età comprese tra i 14 e i 30 anni, principalmente maschi anche se, purtroppo, il fenomeno non “esenta” anche ragazze e donne anche se, secondo il citato sito, in questo caso i numeri sarebbero sottostimati perché, per “cultura” errata e retrograda, spesso è considerato socialmente “normale” che le donne non fuoriescano dalle mura domestiche. Al momento, è bene specificarlo, questo fenomeno non è ancora stato ufficialmente introdotto né nel manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, né nella classificazione internazionale delle malattie formulata dall’Oms.

Il fenomeno in Italia

Una prima e “potente” analisi del fenomeno in Italia, la si deve a Marco Crepaldi, presidente e fondatore di “Hikkikomori Italia”, e al suo libro “Hikikomori, i giovani che non escono di casa”. Secondo Crepaldi, ad originare il fenomeno sono l’esposizione e la vulnerabilità alla pressione sociale, la qual cosa porta alcuni ragazzi a scegliere, in modo arbitrario, il ritiro assoluto dalla vita reale. Ed è un fenomeno molto serio, seppur lo stesso scrittore ritenga che non si tratti di una vera e propria malattia e che serva, al contrario, «un supporto e non una cura», così come dichiarato da Crepaldi al sito Psicoterapia Scientifica. Ma, definizioni scientifiche o meno, il dato che emerge dalle pubblicazione di Crepaldi è allarmante: lo scrittore ha coinvolto in una indagine statistica circa 300 genitori appartenenti all’associazione Hikkikomori Italiana Genitori Onlus. Dalla ricerca, è emerso che «l’87,85% del campione selezionato ha un figlio in isolamento sociale di sesso maschile». In aggiunta, l’indagine ha confermato come «la durata dell’isolamento si conferma essere tendenzialmente lunga: la maggior parte dei figli risulta infatti ritirato da oltre tre anni, con un’età media che si attesta intorno ai 20».

Anche se, secondo Crepaldi, vi sarebbe una netta differenza tra il fenomeno italiano e quello nipponico: in Italia, «l’età media in cui si manifestano i primi evidenti segnali di hikikomori è intorno ai 15 anni, a testimonianza del fatto che il periodo più delicato in assoluto è quello che segna il passaggio dalle scuole medie alle scuole superiori». Mentre, al contrario, in Giappone il fenomeno colpisce ragazzi tra i 20 e i 29 anni, nella transizione tra scuole superiori e università. Infatti, sottolinea Crepaldi, più del 40% degli hikkikomori giapponesi iniziano il proprio isolamento forzato dopo aver fallito l’esame d’ammissione universitaria. Crepaldi, al contempo, parla del fenomeno nel libro come «uno status rigido della persona, bensì come condizione che può avere diversi gradi di intensità e gravità». In modo particolare, l’autore individua tre stadi differenti, con una “profondità” del fenomeno via via più acuta: nel primo stadio, secondo Crepaldi, «il ragazzo o la ragazza comincia a percepire la pulsione all’isolamento sociale, senza però riuscire a elaborarla consciamente. Si accorge di provare malessere quando si relaziona con altre persone, trovando maggiore sollievo nella solitudine». Di lì, l’entrata nella seconda fase, ovvero quella in cui si troverebbero la maggiorparte dei soggetti descritti nel libro: in questo frangente, dice l’autore, «la pulsione all’isolamento sociale è già stata interpretata razionalmente dal soggetto ed ha costituito una motivazione valida alla scelta del ritiro». In questa fase, avviene l’abbandono di quasi tutti i contatti sociali diretti. Nella terza e ultima fase, (la più rara, secondo lo scrittore e che avrebbe colpito circa il 7% dei soggetti analizzati), vi è l’isolamento completo e che coinvolge anche parenti prossimi e contatti virtuali. Solitamente, la fase dell’isolamento è accompagnata da patologie psicologiche di notevole peso, quale depressione, schizofrenia ecc.

Il ruolo della Basilicata

Al momento, in Italia, il fenomeno è ancora relativamente sconosciuto. Così come, razionalmente, sono pochissimi i centri riabilitativi che hanno individuato i margini del problema ed hanno avviato un percorso di “recupero” specifico dei soggetti che presentano determinate caratteristiche. Se nei casi più gravi, ove la condizione è poi sfociata in patologie croniche devastanti e riconosciute, le modalità di intervento sono più “classiche” e sfociano nella consultazione ed utilizzo di strumenti psicoterapeutici, in tutti gli altri casi è possibile intervenire in modi meno “invasivi” e “pesanti”. Così come riporta il sito Psicoterapia Scientifica, nelle prime fasi dalla nascita della condizione, l’obiettivo è “riattivare” la volontà di socializzazione dei soggetti, spronandoli alla frequentazione di ambienti condivisi da altre persone nella stessa situazione al fine di condurre diverse attività svolte in gruppi di varie dimensioni.

Ad esempio, in Giappone sono addirittura sorte negli ultimi anni delle associazioni no profit e supportate dalle Istituzioni nipponiche, impegnate nel supporto di tanti giovani attraverso le “rental sister”, letteralmente “sorrelle in prestito”, professioniste formate del settore che cercano di stabilire un contatto con i soggetti, sfruttando al contempo anche gli ultimi ritrovati della tecnologia (come ad esempio, la realtà aumentata o i più classici social). Per questo, così come già fatto in passato con il Centro per la Cura dei Disturbi del Comportamento Alimentare e del Peso “G. Gioia” di Chiaromonte, una delle migliori realtà italiane sul tema, un centro riabilitativo potrebbe sorgere in Basilicata, sfruttando al contempo le tante professionalità lucane d’alto livello, in campo sanitario ma anche artistico e artigianale, oltre che le variopinte bellezze naturali e la “quiete” di tanti angoli della nostra regione. La nostra regione potrebbe farsi “portabandiera” in Italia di una condizione estremamente rischiosa, visto e considerato che il fenomeno parrebbe colpire poco più che adolescenti, spesso “schiacciati” dalla pressione sociale e che, in modo involontario, decidono di isolarsi spesso fomentati da una sempre più consistente dipendenza virtuale. Oltre che, magari disponendo un piano al cui interno vi siano condensate diverse micro-realtà di recupero, creare lavoro ed un non trascurabile attrattore economico regionale. La domanda, dunque, è questa: perché non provarci?

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