ANTONIO LOTIERZO: “DETRITI CHE RINTRACCIO SUL CRINALE”

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AGGROVIGLIATO APPENNINO

LE DIALETTALI: EPICHE COMICHE E SAPIENZIALI

DI ANTONIO LOTIERZO

 

( Antonio Lotierzo ha autopubblicato “ Aggruvegliate –Arrapizze” (Youcanprint,2020), una raccolta di poesie nel dialetto dell’Appennino Lucano- Salernitano, in cui affiora l’intercettazione di ‘detriti’ linguistici, provenienti dall’inconscio ma anche dalla satira sociale e dalla forma del racconto epico di situazioni quotidiane.  Intorno a queste tre forme emanative, si svolge il tema del ‘groviglio’, di vita e di pensiero, che da C.E. Gadda si dipana fino a P. Celan. Presentiamo l‘introduzione e due testi. E’ acquistabile on line -9,00 o 3,90 eb.-.  NdR)

 

Un poeta non passa al dialetto, se lo ritrova nella mente a galleggiare come un tappo di sughero. Non è l’alta “lingua che viene” (il Lògos reincarnato nella lingua veneta, fra A. Zanzotto e L. Meneghello) ma si tratta del linguaggio riaffiorante dai depositi vettoriali dell’inconscio. Sosteneva J. Lacan che “la pratica della letteratura converge con l’uso dell’inconscio (…) in cui ciò che è inconscio è qualcosa che viene detto senza che il Soggetto vi sia rappresentato (anche perché) il dire ambiguo è solo il materiale del dire” (in Autres Ėcrits). Allineare qualcuno di questi sugheri o detriti è, per ore o per ora, il suo destino necessitante. Non vi è lacerazione nella sua produzione; il bilinguismo , o più, è una condizione intellettuale, oltre che sociale. La lingua dei crinali, qui dei paesi dell’Appennino, fra il Pollino e il Vesuvio, affiora dalle casse memoriali e chiede che i panni vengano distesi al sole. Paesi interni, adesso illuminati nella paesologia di F. Arminio e illuminati dagli scrittori della ‘Civiltà Appennino’ (Donzelli). Pochi, sgualciti, eterodossi, comici, congruenti, amicali, ammiccanti. Producono coesione sociale. Fanno gruppo, se intercettano sparuti e complici lettori. Il dialetto è intelligente, si muove con gli artigli dell’ironia, richiede la comprensione ammiccante. Non sono poesie di cose minime (il minimalismo non può abbassare il tragico della storia). Sono oggetti inutilizzati ma che si animano qualora li si riprenda in mano, funzionano. Detriti, parole rimosse, veloci battute abbandonate. Fatti ascoltati e che, nel tempo, si allineano in un senso, discoprono i valori di una vita sociale. La pateticità della vita, la feroce educazione fornita dai padri, il risentimento dei contestuali, il saper ridere delle incongruenze dell’esistenza, che non è colta nel sogno, in uno stato di oniricità smembrante ma nel terso linguaggio delle azioni, che si svolsero così, una o più volte, davvero.

Non vi è paesaggio in questi versi, non una o più verdi valli (fra l’Agri, il Tanagro e il Sele). Vi è la lingua dei vicini. Parole ascoltate nell’aria del vicinato o in un rito o in un ritrovo e che si trasformano in detti memorabili o idiozie socializzanti. La pressione di quelle battute richiede che il poeta ne raffermi quelle parole in un testo, rielaborato ma non classico, dal respiro colloquiale, calco del coro di voci, franto, a spezzoni, “a muzzzeche e petazze”. Frantumi di un discorso, senza veli di nostalgie né di ebraico vissuto d’esilio o di inappartenenza gnostica. Le battute sono più vicine ai marginali, agli umili che la religione raccomanda. Una venatura critica è onnipresente verso la bestia borghese, le scimmie dell’aristocrazia, lo sventolìo della distinzione sociale che offende lo spirito comunitario e che vorrebbe tirarsi fuori da una storia che una sua animalità, una sua carnalità furiosa. Quelle battute d’una volta sono semenza che è cresciuta come albero il quale aspiri ad essere riconosciuto in piani più alti. La poesia è l’orecchio delle voci che ritornano, degli estinti che, in quanto enti eterni, si fanno risentire, ma con miti sorrisi per la propria e altrui pochezza o stupidità.

Il nucleo primitivo ed esile della raccolta è costituito dai testi di “Revuote” (1992-1997), toponimo, paternese, di area non coltivabile e abbandonata, presso gli argini acciottolati del fiume. Ho aggiunto il gruppetto di “ M’è fatte na fattura”, che , a volte, sono semplici traduzioni in dialetto (1996-2005). Questa espressione è la frase amicale (con carica d’ipocrisia?) che mi rivolgeva un anziano, per mostrarmi, con ridondanza, il suo affetto : “ Tu m’è fatte na fattura, bellezzone mije”  – Mi hai affatturato, conquistato, mio bell’amico – e mi spingeva a bere del vino bianco, a digiuno nel suo casino, dove, se, al contrario non voleva essere disturbato, qualora lo andassi a trovare e lo chiamavo, lui non rispondeva, pur essendo lì, dietro la finestra spalancata, forse con una donna, buon per lui. Da noi la ‘sc’ suona come ‘sci’. Célan risulta, è evidente, modificato ed impoverito ma mi è caro e ho voluto piegarlo ad un pacifismo cosmopolita, che poté al più ipotizzare, lui tanto intriso di alta sofferenza. La sezione “Arrapizze” è stata composta fra 2016 e 2019.Per mesi il titolo giusto mi sembrava “Gulìa”, sempre per esprimere la forza psichica che ci agisce nel “desiderio”. Poi si è presentato alla mente il più usato “Arrapizze”, che era anche più basso, voce da cantina, con cui dei giocatori, in un intermezzo, celebravano le appetite parti del corpo femminile, oggettivizzato. E’ la situazione in cui N. Machiavelli diceva, non solo per sé, “io mi ingaglioffivo”. Uno sosteneva che “ le cosce, beninteso, sono l’inizio dell’arrapizzo” e, a ricalco del ‘volgare eloquio’, ho ritenuto di poter qui proporre questo termine, certo più basso, ‘per fargli acquistare un poco d’onore’(direbbe un’altra voce della partita). Il lettore potrà cogliere questo legame fra corporeità, sessualità e forza economica della specie, di cui tanto discute Umberto Galimberti, vettore che agisce attraverso gli uomini e perciò è la forza sacra e divina, dionisiaca, che si estinguerebbe solo con l’ascensionale Nolontà di A. Schopenauer, qui, in terre di sangue cattolico, non utilizzato. Molte parole ed espressioni costituiscono un ricalco della colloquialità. Il poeta trascrive ciò che ha sentito ed apprezzato come un aspetto vitalistico e comunitario da non censurare e non rimuovere. Tale è l’alternarsi a coro, di chi esplode in un “ ille, ille”, pura vocalità, che induce l’altro a rispondere pronto :” u cicille”. Che è, ad esempio, anche lo sfottò che si esercitava verso gli ultimi “don” dei paesi, per cui, incontrandolo, il primo, sornione, salutava con un “don Giovanni” ma l’altro rispondeva lesto “ e don cazzo”. L’intera sezione è composta da pezzi di colloquialità, da frasi della malmaritata o dello sbruffone ubriaco (lo ‘Squarcione’) che minacciava o auspicava una penetrazione su due orifizi. Fin dal1986, su suggerimento di Domenico Scafoglio, ho cercato e tentato di raccogliere frasi del folclore erotico, proseguendo lo studio con la raccoltina di ‘canti eleuterici’, di tipo ironico-comico. M. Bachtin e il suo Rabelais restavano alti modelli, ripresi a flash. La poesia, in fondo, cerca di innalzare, nella sua tessitura, il basso quotidiano. Come dialogava P. Roth con M. Kundera: ”Il riso ti è sempre stato caro. I tuoi libri provocano il riso attraverso l’umorismo o l’ironia. Quando i tuoi personaggi soffrono è perché si scontrano con un mondo che ha perso il suo senso dell’umorismo” (conversazione del1980, ora in Roth, Perché scrivere?).

 Frammenti di quotidiano per frantumi di paesi, appollaiati sui crinali ed ora scolanti nelle vallate cementificate, con strazi capitalistici d’efficienza globalizzata. I frammenti di parlato sono realistici, a volte ad imitazione di aneddoti, in partenza, ma poi vanno a ritramarsi in un linguaggio ironico e in incastri quasi espressionistici e deformanti, come certi specchi fanno con la realtà.

Che delusione e spreco, il lavoro poetico: nasce già con due connotazioni, è un fare per una nicchia di lettori! Eppure quelle frasi, le relazioni, le massime della vita esperita, ritornano e ribollono nella memoria, cercando una sosta nella scrittura. Non importa quanti leggeranno questi lacerti di riflessione. Al poeta spetta di esperire la vita e, come sosteneva Giorgio Orelli, “Bisogna vivere, per poetare”.  E il poeta resta nell’atteggiamento dell’osservatore partecipante, che compie i suoi accertamenti fonico-semantici. Poi va a dipanare la sua ironica accettazione dell’esistenza. Il poeta del frammento parlato vuole comunicare un’esperienza, dalla quale non possono emergere dei concetti ma con cui si può assistere ad un flusso vitale che è comico e tragico ad un tempo. Quelle frasi o termini, che rimuginano nella mente, sono l’incontrovertibile.              

In primo luogo, il dialetto assume forme deformanti perché evidenzia aspetti negativi di quella ricca umanità (l’invidia, la sfrontatezza, la scaltrezza per sopravvivere, il maschilismo, l’arrivo del consumo di droga dove per secoli esisteva una cultura del vino, il consumo edilizio del territorio montano, l’aspettativa di una speranza mentre si è attorcigliati nel capitalismo predatorio).

In secondo luogo, il dialetto si sposa bene con la forza del comico, da cui emerge anche la sessualità, come componente sacra per la continuità della specie. Sessualità che è enucleazione del corpo; rivelazione del legame anima-corpo. Per questo richiami sessuali e riso socializzante vanno insieme: costituiscono l’accettazione della sacralità della vita. Un mondo appenninico, altro rispetto alla pornografia, che appartiene al presente della connettività.   

         

            A.L.                                                           (04/04/2020)

                                                                              

Nota grafico-fonetica, con ringraziamenti. Nella trascrizione del dialetto del crinale appenninico lucano, dove parlano anche i Marsicensi, ho studiato di attenermi agli studi ed all’ Atlante Linguistico Basilicata, prodotto da Patrizia Del Puente (ed. Calice), che mi ha suggerito sapienti correzioni. Notevole apporto mi ha fornito anche “Il dialetto di Paterno” di Carmela Lavecchia, che ha arricchito le mie poche conoscenze, ferme al glossario di Michele G. Pasquarelli.

 

NA FACCIA RË CUORNË

Na furèsa busciàrda, na pëntìta venìɤë

addò mamma mia tutta rësëntìta.

“ Vùi nun c’avìta crèrë a i malalénghë

ca vë vénënë a rìcë ca ‘ìjë e u sìnnëchë

amma fattë cazzë e cucchièra “.

( E s’infucàva e muvìja nu rìscëtë

nnanzë e ddurètë nda l’aria ).

Mamma, ca ngiavìa fattë u callë,

facìa a ciota pë nun z’appëzzëcà

cu na cëvéttula ca puzzava rë lattë muntë

ma tenìa rùje casëcavaddë tuostë assàje.

 

 

UNA SFRONTATA.

 Una campagnola bugiarda,

 un’addoloratella venne

 da mia madre tutta risentita.

 “ Non dovete credere alle malelingue

 che vi vengono a dire che io e il sindaco

 abbiamo fatto cazzo e schiumarola”

(E s’infuocava e agitava un dito

davanti e di dietro nell’aria) .

 Mia madre, che c’era abituata,

 si faceva stupida per non litigarsi

con una civettuola che puzzava di latte munto

ma aveva due seni assai duri.

 

     Pìrëtë pë galantuomë

        Tromba rë culë, sanità rë cuorpë,

        proverbiàvanë, sémpë rirennë.

      Súlë a jastèma è cumm’a lu pìrëtë.

      E faciènnë pìrëtë, a gara lìbbëra,

      cu sanguigna dedica r’ammëria:

      “Alla faccia rë Nabbàsë!”

      E, mentrë së sciucàva a sóttë e patrònë,

     trònëtë r’aria, a gara lìbbera.

    “A  la faccia rë chi në vólë malë!”

      E sarannë parècchi, purë qua,

     ssi stéssë cumpaisànë mmirjùsë

     e i ciùtë a ssëffùnnë.

     Quant’è bellë u ciutëcòne

     ca së paparèja, drittë, ca zéppa ngùlë,

     cumme facièmmë cu i lucèntë miecurìnë.

     Ciutò!

     Ma cummë së vólënë bbènë, stë paisanë!

 

                      II

      E facìa bòna a vëcchiarèdda,

     appressànnësë  nda cucìna

      e cu nu scaffëtièddë sopa a u culë:

     “Abbóttëtë rë spirëtëjà a la cása tua”.

 

      Tienë a mméntë:

     fucularë mijë, përëtàrë mijë!

 

 

 

 

                   Peti per galantuomini

                    I

       Trombette di culo, sanità di corpo,

        proverbiavano, sempre ridendo.

       Emettévano, in libera gara, peti,

      con sanguigna dedica ad un invidiato:

       “Alla faccia di Nabbase!”

      E, mentre giocavano a sotto e padrone,

      tuoni d’aria, liberamente.

      “Alla faccia di chi ci vuole male!

      E, anche qui, saranno parecchi,

     questi stessi compaesani invidiosi,

     anzi un diluvio di stupidi.

    Quant’è bello lo Stupidone

         che s’esibisce, dritto,

        quasi avesse un rametto nel culo,

        come facevamo con le lucenti farfalle.

        Stupido’!

        (Ma come si vogliono bene, questi paesani!)

 

                                  II

       E faceva bene la vecchietta,

       affrettandosi verso la sua cucina,

      che con uno schiaffetto sul culo:

      “Sàziati di spetare a casa tua!”

      E si dice anche:

     “focolare mio, piritaro mio”.      

 

                              

      INDICE

Cronologia

Bibliografia e interventi critici

Premessa.  Detriti che rintraccio sul crinale

AGGRUVIGLIÁTË              (AGGROVIGLIATI)

 

Rëvuòtë                                          Rivolti

Ndàcchë                                   (Intaccature)

Llàvij                                        (Elogi ipocriti)

Na faccia rë cuôrnë                    (Una sfrontata)

L’uòmmënë nun so’ cilòrfa       (L’uomo non è neve sciolta)

Paisë a dóppië                            ( Paese raddoppiato)

A fundàna ndo voschë               ( La fontana nel bosco)

Ncë sannë fa lë  fémmenë           ( Ci sanno fare le donne)

Áɤërë                                          (Agri)

M’e fattë na fattura                                 Mi hai fatto una fattura

Mò e tannë                                               Ora e allora

Esercìzië in “sc”                                        Esercizio in ‘ sc’

Sièrpë                                                                  Serpi

Rosa r’austë                                            Rosa d’agosto

Aggruvigliàtë cummë nda nuttata     Aggrovigliati come nella notte

Li gattë rë Giuvanna                             I gatti di Giovanna

Graziella nda tomba                             Graziella nella tomba

U sculaturë                                            Lo scolatoio

(Nota dell’autore)

 

ARRAPÍZZË                                              ( DESIDERIO)

Pérëtë  pë galantuomë                           Peti per galantuomini

Ngùla                                                     Oddio

Cionna                                                   Fica

Cicillë                                                    Cazzo

Ciucculatìnë pë lë maestrinë                 Cioccolatini per le insegnanti

Ngë vôlë misura purë nda ciutìa           Elogio della misura (anche nella stupidità)

Fémmëna rë cantina                             Popolana di cantina

          Interventi critici di TITO SPINELLI (2001)

  • Stratigrafie linguistiche nella seconda stagione poetica di A. Lotierzo
  • Leggendo Lotierzo fra lingua e dialetto salernitano-lucano

 

 

 

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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