ASCESA E CADUTA DEL PCI

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LUCIO TUFANO

CANTAVAMO BANDIERA ROSSA (2)

Non solo quelle che hanno compimento, ma anche per ogni rivoluzione che fallisce, per quelle che, sempre promesse, non si sono mai fatte, per tutte le vigilie inutilmente allestite è necessario un poeta, come Majakovskij, rovesciato. Un poeta che pianga sul “latte versato”, sul tempo perduto, sulle esercitazioni logorroiche, sulle macchinose strategie di attacco, sulla valanga delle rivendicazioni soddisfatte e non, su tutta la ideologia del diritto sottratta alle rivoluzioni fatte altrove, alle pandette ed ai codici di esse, ai mai soddisfatti bisogni delle masse, su quella del dovere affidata ormai agli scaffali ed agli archivi, sulla disciplina e sulla laboriosità tumulate nei romantici testi delle buone letterature nazionali e di famiglia, sul mito della buona educazione e del rispetto per gli anziani, e per gli “uomini” specie quelli onesti. È necessario insomma un “Majakovskij rovesciato” che recuperi quei valori annientati dalle iattanze, delle prosopopee pseudo rivoluzionarie, che maledica il “Partito” come tempio e come dogma. E giunse il tempo di un “mea culpa”, una lezione di umiltà nel riconoscere l’entità di errori commessi nella foga di chiedere il potere in nome del socialismo, di quel socialismo già da tempo deteriorato dalla prassi virtuale dei meccanismi e dei misteri congressuali, degli artifizi, delle demagogie elettorali, volgarizzato dalla ipocrisia e dal paternalismo, dalla povertà dei luoghi comuni, dalla perfida, teoria del linciaggio morale tra gruppi e compagni, reso ancora più utopistico dalle attività manovriere per acquisire ruoli più esponenziali o conservare incarichi, sconsacrato ed invocato da quegli altri opportunisti della “base per l’altezza” e dai trasformisti a seconda delle situazioni politiche e della convenienza.

Sin da allora la visione si andava sbiadendo nei partiti di sinistra e gli “equilibri più avanzati” premevano nei consessi della dialettica contrita come il teorema di Euclide: un criterio di similitudine di triangoli e di “vie nazionali” in un’aula di ripetenti. Le forzature esasperate per operaismi, manovalismi e contadinismi facevano parte del gioco, di quello che avrebbe inculcato nelle masse solo l’adrenalina della protesta e la convinzione di tutto poter ottenere senza sforzo eccessivo.

Con i “primi” di maggio, vi furono marce, cortei, parate di facce e d’insegne, fustagni e cappotti, tute e bluejeans. Per una sommossa latitudinale e che non doveva essere solamente locale, un evento di sollevazione storica e sociale … una vasta, capillare azione di presa della Bastiglia.

C’è stato il tempo in cui gravitava a sinistra e appariva mistificatorio un voler a tutti i costi assumere posizioni di sinistra, dovunque e nell’ambito di ciascuna formazione politica.

Perciò, al di là degli onesti convincimenti, vi è stato un modo anfibio di far politica, una felpata furbizia. Poi ci accorgemmo che la “sinistra” era essenzialmente un fatto fonico, gutturale, diverso da un’effettiva tradizione programmatica e operativa. Era il falso ruolo di chi aveva sempre in animo di rivestire ruoli vergini, smalti d’intransigenza e di censura, rimanendo al di sopra del sospetto.

Ogni partito ebbe le sue statue scolpite nei congressi, la sua numismatica: la verità è che Tayllerand ha una sua ragione, diversa da quella di Marat, o di Robespierre. Forse per questo, Occhetto e Craxi celebrarono insieme i fasti della rivoluzione francese e s’inviarono segnali unitari, rendendo omaggio alla rivoluzione borghese dell’89, criticando i giacobini e i loro estremismi. Segnali unitari a sinistra “per espropriare la Dc di quella sua funzione onnivora e volendola cacciare all’estremo, e farla diventare solo un polo conservatore”. Un’unità a sinistra non più all’insegna del fronte popolare, antiliberale e antioccidentale, come fu per Nenni e Togliatti, quanto piuttosto un fronte neo-borghese, pienamente assunto nella logica occidentale e moderna.

Intanto la collaborazione di una parte della sinistra con una Dc “forte e totalitaria” nel Mezzogiorno e in Basilicata, si rivelava non del tutto positiva, specie perché in essa si era scatenato da tempo l’opportunismo, la politica come mediazione, con una marea di richiedenti in posizione di partenza o in lista di attesa per incarichi e supplenze.

Qualcuno chiese di riflettere, di tornare indietro. Forse si trattava di un equivoco, di un inganno ordito ai danni delle generazioni. Altri riconosceva che la politica di alternativa alla Dc si era andata attenuando, logorata dai centro-sinistra, dal compromesso storico, dal pentapartito, dalle lottizzazioni e dal consociativismo. C’è chi riconosceva che non si poteva rimanere socialisti, né tantomeno comunisti: piuttosto diventare liberali. Norberto Bobbio ammonì che socialismo e liberalismo non sono conciliabili e Vittorio Foa sostenne che la sinistra era l’espressione compiuta del moderno nei suoi aspetti progettuali e utopici ormai realizzati, non in crisi, bensì completamente defunta, avendo da tempo esaurita la sua funzione.

PIETRO VALENZA

Si, è vero, Majakovskij non c’entrava più. C’entravano ormai le attese deluse e le contraddizioni abnormi, c’entrava la memoria degli anni Sessanta, dalla mobilitazione degli edili ai concitati discorsi sulla “distensione”, c’entravano i tempi di Pietro Valenza, e delle prospettive, dei progetti degli intellettuali e della cultura, del vecchio operaio Di Tolla e della sua amica guercia che giravano per le cantine, così come si gira per i sepolcri nella sera del giovedì santo, aspettando la rivoluzione.

Ma la verità è che il Pci già partecipava al potere con un dito o un dito e mezzo, e faceva parte dell’articolata mano del potere, dal governo di lottizzazione al governo di partecipazione, alle larghe intese, fino al “governo ombra”. Agli occhi dell’immensa platea allestita con cura dai mass-media, vi era una classe politica tutta responsabile, chi più chi meno, della gestione programmatica e legislativa regionale. La Regione, anzi il governo regionale non poteva governare senza, le leggi alla cui formazione avevano partecipato anche i comunisti.

Poi i piccoli uomini hanno fatto grandi ombre ed è arrivato il tramonto, grandi partiti avevano bisogno di piccoli uomini per piccoli governi. Certo che nella lunga storia dei partiti nati e mossi da sentimenti di “rivoluzione e di protesta, ce ne sono stati di esemplari propensi all’abnegazione e alle lotte, ma anche …

Tutto è dipeso da come i tempi mutavano il disagio e la condizione di sottosviluppo in benessere per classi e masse che nel lavoro trovavano il loro unico sostegno e la ragione della propria esistenza.

Man mano la politica divenne la condizione di benessere e di agiatezza, guadagnando posizioni di potere e di prestigio con notevoli forme di privilegio.

C’è stato chi ha lottato per perseguire i più nobili fini, quelli di migliorare la condizione sociale; c’è stato chi ha approfittato per potenziare posizioni proprie e familiari, raggiungere traguardi di potere, entrando nel novero del Parlamento, del Governo e delle istituzioni e consolidando rendite, prestigio e fama. Ecco che vi sono individui che si sono collocati a cavallo di più poltrone, altri che hanno perseverato nel tramutare posizioni di sacrificio e di lotta in permanenti ruoli di onorevolato, altri si sono ficcati nei meandri di enti e sottogoverno, godendo per lunghi tratti della loro vita di appannaggi e … ora non appaiono più, neppure in via Pretoria, percorsa un tempo per chiedere voti e stringere mani. Ora non compaiono perché la gente non faccia loro i conti in tasca, non comprenda come la più forte rendita sia ormai costituita dal reddito dei politici, di quelli in servizio permanente effettivo, o di quelli in pensione con forte rendita. Eppure, quando il partito si limitava alle militanze di opposizione, si usava il termine di “compagno” con spirito di rispetto e solidarietà tra militanti e capi, specie quando il 1° maggio si risolveva in una manifestazione freddolosa, in una sparuta presenza di bandiere rosse e in un discorso nella piazza più importante.

 

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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