ASCOLTARE IN FAMIGLIA

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Dott.ssa Margherita Marzario

“Ascoltiamo i nostri figli. Impariamo ad amare le loro fragilità, che sono anche le nostre. PIù  pazienza e meno paura”: così don Antonio Mazzi, “ri-educatore”, esperto di problematiche giovanili. Altrettanto significative le parole dello scrittore Bruno Ferrero scrive: “Un marito ascolta la moglie al massimo per 17 secondi e poi incomincia a parlare lui. Una moglie ascolta il marito al massimo per 17 secondi e poi incomincia a parlare lei. Marito e moglie ascoltano i figli per…”.
Si parla sempre (ma si pratica poco) di diritto all’ascolto del bambino, quel diritto disciplinato nell’art. 12 par. 2 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia (in inglese Convention on the Rights of the Child, da cui l’acronimo CRC) ove si dice che “verrà offerta al fanciullo la possibilità di essere ascoltato in qualsiasi procedimento giudiziario o amministrativo che lo riguardi”. In tal senso si è impegnato il nostro legislatore novellando alcuni articoli del codice civile con la legge 219/2012 e il decreto legislativo 154/2013.“È interessante notare che l’articolo 42 [Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia] recita: «Gli Stati [che ne fanno parte]si impegnano a far largamente conoscere i princìpi e le disposizioni della presente Convenzione, con mezzi attivi e adeguati sia agli adulti che ai fanciulli». Occorre, dunque, che la conoscano gli adulti, perché non si dimentichino di rispettarla e di assolvere agli obblighi che impone e ai diritti che promette; ma pure che la conoscano i bambini, perché possano rivendicarne l’osservanza, e protestare ogniqualvolta gli adulti se ne dimentichino” (lo storico gesuita Giancarlo Pani in “I diritti dell’infanzia”, 2019). I primi a ignorare la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia sono i genitori, a cominciare proprio dal diritto all’ascolto che è cosa diversa dal sentire ciò che dicono i figli e, se mai, accontentarli in tutto pur di non sentire i loro capricci o le loro richieste.
L’ascolto, ancor prima di essere un diritto, è un atteggiamento naturale che si dovrebbe rendere esperibile nelle situazioni quotidiane e non solo in quelle procedurali. Bisogna “mettersi in ascolto” (perché è anche una questione di posizione e predisposizione) dei bambini, quell’ascolto che bisogna garantire non solo nei procedimenti giudiziari (ai sensi dell’art. 336 bis cod. civ., la cui rubrica “Ascolto del minore” è discutibile perché mette in risalto la minore età e non la persona), ma soprattutto come procedimento interiore da coltivare ogni giorno da parte delle figure adulte di riferimento.
L’ascolto non deve essere riconosciuto solo come diritto dei bambini e dei ragazzi in ogni procedimento che “li riguardi” (verbo usato nell’art. 12 par. 2 CRC e che richiama l’altro verbo da applicare, ovvero “rispettare”), ma principalmente come processo vitale nello svolgimento della personalità (mutuando l’espressione dell’art. 2 Cost.). Per l’ascolto ci vuole quella stessa sacralità riservata al processo in tribunale per il quale si suole dire “celebrare un processo”. “Ascolto” ha la stessa origine etimologica di “culto” e “cultura” e richiama l’auscultazione. Infatti, l’ascolto dei bambini può essere paragonato all’auscultazione, per cui richiede silenzio, tempo, pazienza, prudenza, orecchio esperto: beni preziosi nella e per la vita familiare. In difesa dei
bambini, a seconda dei casi, bisogna farsi da parte o prendere parte ma senza fare “la parte” (in tribunale o altra sede). “Ogni decisione familiare, amministrativa o giudiziaria che si riferisca al fanciullo dovrà essere ispirata in modo prioritario alla difesa e salvaguardia dei suoi interessi; a questo fine, e sempreché ciò non implichi alcun rischio o pregiudizio per il fanciullo, questi deve essere ascoltato fin da quando la sua maturità e la sua età lo consentano; allo scopo di favorire la decisione da parte delle persone competenti, il fanciullo deve essere ascoltato specialmente in tutti quei procedimenti e decisioni che implichino la modifica dell’esercizio della patria potestà, la determinazione della tutela e dell’affidamento, la designazione del suo tutore legale, il suo affidamento in adozione o l’eventuale collocamento in un’istituzione familiare, educativa o di reinserimento sociale; a questo proposito il rappresentante dello Stato o il suo equivalente dovrà essere parte in causa in tutte le procedure con il compito principale di tutelare i diritti e gli interessi del fanciullo” (punto 8.14 Carta europea dei diritti del fanciullo del 1992). Ascolto: da mettere in pratica non solo nei procedimenti che riguardano i bambini ma nel più importante procedimento che riguarda tutti, la vita. “Ogni bambino ha diritto a essere ascoltato quando ha bisogno di sfogarsi, confidarsi, proporre le sue idee, raccontare le sue esperienze. Questo quando è con gli amici, in famiglia e a scuola, senza essere giudicato. Non è bello essere ignorati o interrotti quando si parla. Quando gli altri lo ascoltano, gli danno importanza e valore. Se non lo fanno, lo fanno sentire escluso, come se non esistesse. Tutti i bambini hanno diritto a esprimere le proprie emozioni. Gli adulti si impegnano a rispettare i bambini quando hanno bisogno di piangere, essere tristi o malinconici. Tutti i bambini hanno diritto a esprimersi perché tutti sono uguali, ma meravigliosamente diversi al tempo stesso. Nessun bambino deve avere paura di esprimere il proprio parere, senza avere timore di essere preso in giro o escluso dagli altri” (da “La Convenzione in parole semplici. Versione riscritta dai ragazzi”, dopo il progetto Diritti in crescita, 2019). “Nell’accezione dell’Autorità garante il diritto a essere ascoltato implica il non giudizio, l’attenzione all’altro, il riconoscimento dell’importanza e del valore dell’altro come garanzia di esistenza dell’altro. L’esprimersi si lega all’unicità di ciascuno e al riconoscimento di questa unicità” (da “I diritti dei bambini spiegati ai bambini”, Istituto degli Innocenti 2021). L’ascolto è una sorta di bolla spazio-temporale necessaria per lo sviluppo dell’autonomia e dell’armonia (termine musicale che si riferisce proprio a qualcosa che va ascoltata) del bambino in linea con quanto scritto in testi pedagogici e fonti normative. “Sviluppare l’autonomia significa avere fiducia in sé e fidarsi degli altri; provare soddisfazione nel fare da sé e saper chiedere aiuto o poter esprimere insoddisfazione e frustrazione elaborando progressivamente risposte e strategie; esprimere sentimenti ed emozioni; partecipare alle decisioni esprimendo opinioni, imparando ad operare scelte e ad assumere comportamenti e atteggiamenti sempre più consapevoli” (da Annali della pubblica istruzione – Numero speciale 2012). Per esempio nella Carta dei diritti del fanciullo al gioco e la lavoro (Roma 1967) si legge che “La personalità del bambino è sacra” (incipit dell’art. 1) e che “in sostanza occorre che la famiglia si renda conto della autonomia del fanciullo e carattere decisivo che ha per il suo sviluppo e fin dai primi mesi di vita, il fatto di non essere subordinato alle esigenze di vita dei genitori” (art. 3). Ada Fonzi, esperta di psicologia dello sviluppo, precisa: “I nostri piccoli, per esempio, se da un lato
dimostrano chiaramente di voler stare in compagnia, di aver bisogno sia degli adulti che dei coetanei, dall’altro manifestano con gli anni sempre più spesso il bisogno di uno spazio che sia tutto per loro, senza interferenze di alcun tipo. Uno spazio che può essere non soltanto fisico, un territorio privato, ma che implichi anche la non ingerenza altrui nel proprio ruolo. Una sorta di linea di difesa nei confronti della propria identità, la necessità di una stanza tutta per sé nella quale sentirsi, anche se per breve tempo, veramente se stessi, autonomi e lontani da ogni tutela”. Il bambino ha sì diritto all’ascolto ma è anche necessario che sia educato ad ascoltare e ascoltarsi. La Fonzi aggiunge: “[…] pare che il numero delle parole conosciute dal bambino all’inizio della scuola elementare faccia addirittura prevedere con molta fedeltà il successo all’università e nel lavoro. C’è solo da augurarsi che la rigidità dei programmi scolastici non inaridisca questa ricchezza! Stimolazioni visive, uditive, tattili dunque, che non riguardano solo i bambini, ma tutti coloro che sono preposti alla loro cura. Anche gli adulti potranno beneficiare di questa esplosione di creatività e curiosità, se sapranno interagire con i bambini con gioia ed entusiasmo, liberandosi degli stereotipi di cui spesso la loro vita è gravata”. I bambini non hanno bisogno e non devono essere oggetto di programmi scolastici, programmi televisivi o altri programmi (parola che deriva dal greco “scrivere prima”), ma hanno bisogno e devono essere soggetti di ascolto, in altre parole hanno l’esigenza di una relazione di ascolto. Lo psicologo e psicoterapeuta Fabrizio Fantoni suggerisce: “Anche nei casi in cui i figli ci chiedano consiglio, è meglio prima provare a chiedere loro cosa ne pensano, sondare la loro capacità di valutare i pro e i contro, anziché suggerire risposte adulte, complete e argomentate, che tolgono loro la possibilità di mettersi alla prova e di imparare a fare chiarezza”. Anziché essere consigliati, i figli hanno soprattutto bisogno di essere ascoltati in modo tale che si abituino ad ascoltarsi e ad ascoltare per darsi e dare risposte. “[…] occorre preparare appieno il fanciullo ad avere una vita individuale nella società” (dal Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia). “I bambini si trovano spesso “incastrati” tra parole che vengono dette su di loro, ma non a loro – dichiara lo psicoterapeuta dell’età evolutiva Alberto Pellai –. Parole che li riguardano, ma rispetto alle quali l’aspettativa di molti è che loro ne siano ignari. Forse molti adulti pensano che il bambino non possa capire. O peggio ancora, che per il bambino sia meglio non sapere. Ma il bambino ha un corpo, un cuore e una mente e tutte e tre queste sue dimensioni sono in gioco”. Nell’art. 12 par. 1 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia si parla del diritto del fanciullo di esprimere liberamente la propria opinione e successivamente, nel par. 2, di essere ascoltato, che significa che ci deve essere qualcuno che parli con lui, lo metta al corrente della realtà in modo tale che il bambino possa averne contezza, manifestare una sua reazione e formulare una risposta. Ancor prima del diritto, il bambino ha un bisogno vitale della comunicazione espresso sin dal primo vagito. Il problema dell’ascolto e della comunicazione si fa più pressante nell’età adolescenziale come
spiega lo scrittore Alessandro Cristofari: “I ragazzi hanno il problema che si muore e che il papà o la mamma ti abbandonano. Che la ragazza che ti fa impazzire se ne va con un altro. Che si sentono fatti per cose grandi e si trovano intorno adulti cinici e disillusi che li incitano a non credere ai loro sogni. I ragazzi hanno bisogno di qualcuno che dica loro che è possibile vivere all’altezza del proprio desiderio, provare a costruire un mondo un po’ più giusto e un po’ più buono. Che c’è qualcuno che ti vuol bene così come sei, che è disposto a giocarsi la vita per te e con te, perché il desiderio con cui sei stato messo al mondo possa essere realizzato”. I ragazzi hanno un bisogno esistenziale e coesistenziale di assistenza morale (artt. 147 e 315 bis cod. civ.) che si concretizza in ascolto, attenzione, accompagnamento, appartenenza. Nell’art. 570 cod. pen. rubricato “Violazione degli obblighi di assistenza familiare”, al comma 1 si parla di abbandono del domicilio domestico e di condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie proprio perché in famiglia ci si aspetta quella rete relazionale, emozionale e solidale, quella sinergia, quell’atmosfera caratterizzanti la famiglia e non le altre “formazioni sociali” (dall’art. 2 Cost.).
I bambini e gli adolescenti esposti a eventi avversi e situazioni traumatiche hanno un rischio maggiore di sviluppare malattie cardiovascolari da adulti: lo ha dimostrato un gruppo di ricerca dell’American Heart Association, guidato da epidemiologi dell’Università Emory di Atlanta (Georgia) e coordinato dalla professoressa Shakira Suglia, che ha condotto uno studio di revisione su numerose indagini dedicate al tema (documento pubblicato sulla rivista “Circulation” a fine 2017). Tra gli eventi negativi messi in evidenza dagli studiosi vi sono diverse forme di violenza viste e subite, come quelle psicologiche, fisiche e sessuali, ma non mancano anche altre condizioni difficili da affrontare. Il documento puntualizza: “Per «avversità» intendiamo tutto ciò che il bambino può percepire soggettivamente come una minaccia per la sua integrità fisica, per la sua famiglia o la sua struttura sociale”. Fra esse, i ricercatori hanno indicato la separazione dei genitori, l’essere vittime di bullismo, l’abuso di sostanze da parte dei genitori, la discriminazione, l’essere trascurati e la perdita di una persona cara. È necessario, perciò, dare ascolto e imparare a dare ascolto alle esigenze (bisogni e sogni) dei bambini, anche perché un’infanzia felice è una vita adulta più sana (su tali concetti si basa altresì la teoria delle costellazioni familiari, secondo cui alcuni disturbi o problemi affondano le loro radici in grovigli sistemici familiari e il singolo non è tale ma rappresentante di un sistema). Guerra: mancanza del silenzio intimo e dell’ascolto reciproco e tanto frastuono travolgente, come quando nelle relazioni familiari s’interrompe la comunicazione e la normalità dei conflitti degenera in un’esacerbata conflittualità. Si cominci dalla famiglia, da ogni famiglia, a costruire la pace, a crescere nella pace. Conoscere il proprio mondo interiore per conoscere e rispettare ogni mondo esterno, a cominciare dall’altro, che è altro di sé e non da sé. La vita è un talento musicale: scegliere lo strumento, il maestro con cui prepararsi, metterci la passione, impegnarsi, esibirsi… o, viceversa, niente di tutto ciò. Come inizio del “percorso musicale”, ai genitori e agli altri adulti tocca ascoltare il bambino, come dal primo vagito, per, poi, educarlo all’ascolto. 

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Sull' Autore

Insegnante, giurista, con la passione della lettura, della scrittura, della fotografia e di ogni altra forma di arte e cultura. Autrice di tre libri per Aracne Editrice (Roma) – fra cui “La bellezza della parola, la ricchezza del diritto” (2014) menzionato nel sito dell’Accademia della Crusca –, di oltre 150 pubblicazioni giuridiche citate in più sedi (testi giuridici, convegni, università, siti specializzati, tesi di laurea) e di altri scritti, già operatrice socioculturale nel volontariato (da quello associativo a quello penitenziario). Nata a Salandra (MT), vive a Matera.

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