L’ATTIMO DI UNA NOTTE

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TERESA LETTIERI

TERESA LETTIERI

La sigaretta si era consumata senza che la toccassi. Dal vasetto della marmellata quasi vuoto, assaltato durante la notte per trovare ristoro alle mie  lacrime, solo un lieve scìa di fumo saliva solitaria verso il soffitto per dileguarsi in pochi attimi. Erano le tre del mattino e a nulla era servita la compressa che avevo  preso per dormire mentre le notti insonni ormai si susseguivano senza tregua. Essersi ingozzata di zuccheri pareva non servire e dietro la finestra della cucina guardavo la strada in attesa di vedere comparirei soliti abitudinari. Lo spazzino che puliva il marciapiede molto prima dell’alba. La prostituta che sbatteva la portiera della sua auto dopo aver lasciato l’ultimo cliente. La signora del secondo piano, anche lei insonne, che apriva la sdraio sul terrazzo per cercare sollievo nella frescura della notte. Era agosto e l’afa complicava le ore notturne, diventate difficili anche per chi regolarmente aveva scelto di dormire. Da qualche giorno non vedevo il ragazzo del condominio difronte che verso le tre, dopo aver lasciato gli amici, saliva a casa giusto il tempo per prendere i suoi due cani e portarli a giocare. Mi divertivo ad osservare quella strana coppia di labrador che saltavano e correvano come se fosse pieno giorno, ma forse i cani non sono come noi. E infatti, un pomeriggio  al rientro dal lavoro li avevo trovati nell’aiuola mentre facevano le stesse cose della notte e mi ero fermata a chiedere al loro padrone con fare scherzoso come mai fossero così irrequieti. Laconicamente mi aveva risposto “sono cani”, interrompendo peraltro qualsiasi forma di dialogo che da lì a poco sarebbe potuto partire, fosse solo per cordialità tra vicini. Lui sapeva che io abitavo di fronte al suo appartamento e mi sarei aspettata che potessimo scambiare due parole in più oltre i “cani”. Ma non fu così. E dal quel giorno, quando capitava che l’incontrassi tiravo dritto mentre lui sollevava appena gli occhi ammiccando un flebile saluto. Veramente non capivo come tutte le notti, alle 3, riuscisse, dopo la serata con gli amici o con la fidanzata ad uscire con quella buffa coppia, sebbene fosse una abitudine necessaria. Rimanevano lì almeno tre quarti d’ora e fino a che i cani, quasi sincronizzati al suo fischio accorrevano felici per rientrare. Nel mentre, lui sedeva sull’unica panchina presente, dipinta dai writers di passaggio con colori fluorescenti che lo rendevano scintillante, quasi una lucciola in una sera d’estate. Fumava e smanettava con il telefonino ignorando completamente i due, impegnati  a rincorrersi in attesa del richiamo . La sua assenza mi faceva pensare ad un periodo di vacanze che abitualmente in agosto trascorreva al mare con i suoi genitori nella casa di famiglia. Sugli spostamenti dei vari condomini del palazzo e nientemeno dell’isolato, la portiera era ampiamente informata disponendo anche delle chiavi di alcuni appartamenti che al momento della partenza necessitavano della classica assistenza alle piante del terrazzo. La signora Amalia, la portiera, quindi sapeva vita, opere e miracoli e laddove le mancasse qualche informazione, le anziane che ormai non si muovevano più da casa ma che operavano come vedette dalla loro postazione, fungevano da vere e proprie “spie” belliche. Stavo pensando di rimettermi a letto, almeno per impegnare le poche ore rimaste all’alba in un posto più accogliente ed invitante della sedia della cucina quando un messaggio sul cellulare mi scosse inaspettatamente. Non so perché ma un timore circolò intensamente per tutto il corpo impedendomi di guardare lo screen,sebbene incuriosita. L‘ora, chi potesse cercarmi e perché avevano creato una sorta di briglia ai miei pensieri congelati in un attimo da quella suoneria “sconosciuta”. Si, perché le mie amiche tecnologiche si erano prese la briga di associare un suono alle persone a me più vicine cosicché potessi immediatamente individuare la provenienza del messaggio e scapicollarmi o meno nel rispondere. Il loro tentativo, ovviamente, era risultato superfluo per una che detestava la tecnologia e tutte le sue opere. Era difficile per me ricorrere ad una associazione persona-suono e per giunta pure paradossale considerando il concetto che avevo del suono e delle ridicole suonerie che mi avevano appioppato. I miei genitori viaggiavano con Mozart, le amiche più vicine con Freddy Mercury, i miei fratelli con Simon Le Bon. Non ci sarei riuscita nemmeno dopo milioni di volte, per cui ogni volta guardavo il telefono in cerca del mittente e del contenuto. Quella suoneria, però, era associata solo ed esclusivamente ad una persona ed ero stata io, dopo innumerevoli prove, ad esserci riuscita. Il suono, che non ascoltavo da tempo, forse più di un anno, era tuttavia familiare e questo era il motivo per cui non fui tentata subito a leggere chi fosse. Alla mia memoria, in un attimo, erano affiorati ricordi, momenti, in un rumoroso balletto interno che non riuscivo a gestire ma che mi immobilizzava. No. Non poteva essere. Era trascorso troppo tempo. Ma quel suono apparteneva solo a quel numero. O per sbaglio in questi mesi ed inavvertitamente, avevo utilizzato la medesima melodia? No. Non poteva essere. D’istinto, appena i muscoli delle gambe mi consentirono un movimento in più oltre la pietrificazione, mi avvicinai alla macchinetta del caffè per il primo della giornata. Mentre l ‘aroma permeava le narici che insieme alla mia testa erano partite per pensieri lontani alla ricerca di risposte, mi girai a guardare il cellulare sul tavolo. Aggiunsi un mezzo cucchiaino di zucchero di canna alla bevanda nera e profumata e mi sedetti alla sedia. Il tintinnìo della tazzina al passaggio del cucchiaino rendeva i miei pensieri incalzanti, quasi scanditi da una litanìa che non avrebbe trovato ristoro in un finale, per cui continuavo a girare il polso in un  movimento quasi nevrotico. “Sono quasi le 4 del mattino” – forza – guarda quel cellulare – vedi da chi arriva il messaggio e finiscila di argomentare pensieri superflui. Mi ripetevo questo refrain ormai da qualche minuto, quando, impugnai il telefono come se fosse un’arma dalla quale difendermi e finalmente sbloccai la tastiera. La parola “Amore”, che era quella che chiudeva il messaggio mi trafisse con una dolcezza disarmante. Non poteva che essere lui. Dopo tutto questo tempo. Aprii l’sms fulminea e agitata, impaurita e scossa, pensierosa. Non sapevo quale altra sensazione in quel momento mi prendesse togliendomi il controllo di me stessa. Il caffè ormai freddo nella tazzina era rimasto sul tavolo ignorato completamente dall’adrenalina che scorreva a ritmi incalzanti e senza tregua. Ero perfettamente sveglia, nessun cedimento, nessuna incertezza ostacolava il cuore che batteva all’impazzata. Ignoravo cosa stessi per leggere, l’unica parola che avevo visto era quella che avevo sentito per lungo tempo. Lui mi chiamava così. Di rado aveva usato il mio nome, forse solo per parlare di me con altri. Io ero solo il suo “Amore”. Scorsi il cursore per trovare l ‘inizio del messaggio senza rendermi conto che iniziava e terminava con “amore” ma ero così impallata che non riuscivo ad avere contezza di quell’aggeggio. E’ vero che fossi negata per la tecnologia, ma quell’operazione era in grado di condurla anche la mia nipotina di 5 anni. Respirai. Non una volta. Due, tre volte. Il messaggio non era firmato, l’unico indizio che fosse lui era custodito nella suoneria dedicata e nella parola “Amore”. Non avevo avuto tante storie nella mia vita, non dovevo scavare nella mia memoria per capire chi potesse scrivermi così e solo lui poteva farlo. E solo lui l’aveva fatto oltre un anno prima, lasciandomi con un messaggio senza che potessi avere alcuna notizia di dove fosse, senza che potessi sentire il suo odore l’ultima volta, senza che potessi mangiare sulla terrazza al mare i nostri spaghetti alle vongole innaffiati con il suo vino bianco preferito. Eravamo stati 10 anni insieme ed ogni anno, sin dall’inizio della nostra storia, cominciata in estate, trascorrevamo il fine settimana in una casetta sulla spiaggia che lui aveva ricevuto in eredità da una sua vecchia zia. Bianca ed accogliente ma piccola, l’avevamo ristrutturata nell’inverno successivo al nostro incontro, ma quello era stato il primo posto dove mi aveva portata. Doveva essere stata una casa di pescatori, riadattata nel tempo a piccola alcova dove zia Margherita trascorreva le sue estati lontane da tutto e da tutti. Nel tempo vari colori si erano alternati su quei muri scrostati dall’umido e dalla salsedine, ma noi avevamo deciso di ridipingerla di bianco con le imposte azzurre, perché rimanesse quasi uguale a quella che era stata nel tempo. L’abbellimmo raccogliendo tessuti, oggetti e profumi trovati nei nostri viaggi di quell’anno e l’estate successiva era pronta ad accoglierci appena potevamo. Ricordai che la prima volta che c’andammo, la cucina, evidentemente abbandonata da tempo, ancora funzionava e, dopo una veloce pulita ed una corsa allo spaccio del paese per acquistare spaghetti, vongole e vino bianco , riuscimmo a gustare sul terrazzo vista mare uno dei piatti più semplici ma sublimi al mondo, che lui adorava. Olio, aglio e prezzemolo ci erano stati regalati dalla cortese signora napoletana che vendeva un po’ di tutto in quell’angolo di paradiso, insieme alle sue felicitazioni per noi…..”sitdojepiccirill ‘nnammurat, quantsitbell” . Fu una serata indimenticabile, senza luna e tante stelle che ci illuminavano mentre finimmo sulla spiaggia a fare l’amore. Spesso stavamo in silenzio stesi sulla sabbia solo con le nostre mani intrecciate e spesso ci addormentavamo per risvegliarci alle prime luci quando i pescatori passavano con le loro barche a motore di ritorno dalla notte in mare. Tornavamo a casa a volte infreddoliti ma dopo un caffè caldo continuavamo a dormire nella nostra camera abbracciati ed innamorati più che mai. Respirai ancora una volta. Chiusi gli occhi e due lacrime scesero sulle guance bruciandomi la pelle. Potevo ancora chiudere quel telefono e non leggere oppure finalmente sapere cosa aveva da dirmi dopo tutto questo tempo. Scelsi di leggere. In fondo se stavo in quelle condizioni era anche per questo. Era anche perché senza motivo mi aveva abbandonato e senza una spiegazione, abitudine comune a molti uomini. Anche mio padre molti anni prima l’aveva fatto, pur ritornando dopo due anni supplicando mia madre di riprenderselo a casa. Non mi aveva impressionato il fatto che non ci fossero state spiegazioni tant’è che almeno apparentemente non ne avevo cercate. Ero “turbata” da come si potesse sparire dimenticando cosa c’era stato  fino ad un attimo prima. Come un rasoio che trancia la pelle aprendola in due lembi subito lontani e non ricucibili. Il silenzio all’improvviso. Il vuoto all’improvviso. Ecco. Io questo non l’avevo mai compreso. Non avevo mai compreso come si potesse dire“buonanotte amore” e trovare un messaggio di addio l’indomani. Non trovare più la persona che fino alla sera prima ti abbracciava sul letto. Non trovare più alcun legame se non i pochi oggetti lasciati nei suoi periodi di sosta a casa mia. Allora il giorno era diventato notte, la notte era notte, il buio era nero, il nero era vuoto e i primi mesi trascorsero così. L’avevo cercato,  telefonato, messaggiato, chiamato. Il numero era inesistente. Non era mai esistito mentre pensavo che su quel numero aveva viaggiato l ‘impossibile, da “compra il pane che è finito” a “amore ti scopo fino a sfinirti stanotte”. Finito. Stop. Non esisteva. Inutile cercarlo. Inutile pensarlo. Chiuso. Credi quindi che la tua vita debba prendere un’altra piega, che non darai mai più ad alcuno il tuo amore, la tua fiducia, il tuo tempo. Partecipi alla tua vita quasi mai da protagonista, spesso da spettatrice. Rifiuti eventuali avances da improbabili uomini che si spacciano tali ma che non hanno nulla a che vedere con quello che è stato il tuo uomo. Ma perché, lui in fondo non era uguale a questi? Non ti aveva mollata senza se e senza ma, così, all’improvviso? Senza una parola? Con un messaggio lapidario senza alcuna spiegazione e “sei stata la donna della mia vita…addio”? La faccio fritta questa esternazione impagabile. La stampo su carta fotografica e la incornicio così l’appendo in camera da letto! Che significa..sei stata? Cominciai a leggere. Amore……certo ricomparire così all’improvviso con un messaggio, come sono andato via non è da uomini. E infatti io con te non sono stato un uomo. Sono stato un vigliacco, presuntuoso ed egoista. Ma questo l’avrai pensato un milione di volte. Non ho fatto altro che comportarmi esattamente come quegli uomini, amici o compagni di nostre amiche dei quali a volte parlavamo nei nostri pomeriggi dopo le cene infinite a casa di qualcuno infarcite di litigate furibonde tra loro. Alla fine non sono stato migliore. Ma non ti scrivo per autocommiserarmi e riconoscere i miei limiti, o per dirti che ho sbagliato. Ti scrivo senza una spiegazione a ciò che ho fatto. Potrei raccontarti una cosa qualsiasi e farti pena o tenerezza. E io non voglio fartene. Io avevo bisogno di dirti che nonostante la mia brutalità nel chiudere la nostra storia, ho mantenuto un filo teso con te e la tua vita. Sapevo cosa facevi, dove andavi e se stavi male o bene perché io sono stato sempre con te. Non è follia quella che ti racconto. E’ quello che io ho sentito di te ogni giorno lontano da te. Questi 10 anni insieme mi hanno insegnato a conoscerti, ad amarti, a desiderarti, a detestarti. Io saprei dirti esattamente come sei vestita ora nel cuore della notte, cosa pensi, cosa soffri e cosa desideri. Capisco che era l ultima cosa che ti saresti aspettata da me ma……..Chiusi il messaggio. Non volevo più leggere. Non volevo più soffrire trascorrendo notti insonni al pensiero di come fosse stato possibile azzerare 10 anni di amore con uno strappo della pelle viva. E quel messaggio tornava a strapparmi la pelle. Se l’avessi avuto davanti gli avrei gridato che lui non sapeva niente di niente di come ero stata, di come mi ero sentita, di cosa provassi o meno. Che non poteva sapere come fossi vestita perché non mi interessava più. Che le sue sviolinate poteva risparmiarsele per una delle sceneggiature teatrali che scriveva alla sera, dopo il lavoro, dove avrebbe descritto di un personaggio clonato sulla sua persona. Che non sapeva delle lacrime versate, dei perché irrisolti, delle luci accese giorno e notte per impedire al buio di stazionare accanto a me nel letto, degli spaghetti e vongole preparati e gettati nell’immondizia e del vino bianco sul mio comodino per non sentire il dolore. Accesi una sigaretta mentre albeggiava. Erano ormai le 5 del mattino e solo un paio d’ore e sarei corsa in metro per andare a lavorare. Volevo schiantare quel telefono maledetto contro il muro. Volevo che quel messaggio non fosse mai arrivato, che non mi avesse violata ancora una volta da quel giorno. Non volevo spiegazioni e lui non ne aveva date. Non voleva apparire penoso. E certo! Penoso! Chi l’ha detto che mi avrebbe fatto pena la sua spiegazione? Chi l’ha detto che una spiegazione compassionevole mi avrebbe fatto ricredere su ciò che pensavo di lui? Ripresi il cellulare in mano e lasciai che l’amarezza e il dolore si stemperassero perché qualsiasi risposta sarebbe stata una aggressione a mano armata per quanto avessi ragioni da vendere. Certo, erano le mie ragioni e io in fondo non avevo finito di leggere il messaggio per cui non sapevo se avesse scritto qualcosa per spiegarmi. Ma lui aveva aperto senza darmene e senza alcuna intenzione di farlo. Ma… Se… Ma… Se… Cosa volevo io ora? Ora contava solo cosa desiderassi per me. E io volevo lui. Lo volevo comunque e per sempre. Anche a costo del dolore. Anche a costo di soffrire ancora. Volevo le sue mani su di me, il suo sorriso appena sveglia, il suo odore per casa, il suo disordine, le sue bizzarìe, la sua intelligenza, la sua ansia, la sua voce. Forse lui tutto questo non lo voleva. E che voleva ora? Riaprii il messaggio e lo rilessi di nuovo……Capisco che era l ultima cosa che ti saresti aspettata da me ma non potevo sottoporti ad uno nuovo stress dopo quello che avevi vissuto. Mi fermai a pensare. Due anni prima avevo perso mia sorella per una malattia e gli ultimi mesi, fino alla sua morte, chiusa in hospice. Allora cosa gli era accaduto che non sapessi? Continuai. – “Mi sono ammalato, gravemente, e ho voluto vivere questi mesi da solo, all’estero, nella clinica dove sono ricoverato ancora per poco. Le speranze si sono azzerate ed essere sopravvissuto fino ad ora è stato già un miracolo. Non volevo che tu mi vedessi morire, che mi vedessi precipitare anche se sapevo che solo tu potevi salvarmi. Ho pensato di chiamarti tante volte, ho imprecato durante le terapie perché la tua mano fosse stretta alla mia, che il mio dolore fosse accolto da te, che la speranza di vedere ogni giorno un nuovo giorno avesse i tuoi occhi, amore mio. Ma ora so che questo non è più possibile. Quando leggerai io sarò già andato via. Ho incaricato la mia infermiera di inviarti il messaggio ma non senza averti detto che sei stato il mio vero ed unico amore, la mia speranza, il mio desiderio, la mia forza. I giorni più belli sono stati con te, i momenti più difficili con te, senza te non ce l’avrei fatta. Mi sono ammalato nello stesso periodo di Rossana ma non ho voluto dirti nulla per non aggiungere dolore a dolore. Ricordi quella sera sulla spiaggia, l’emorragia? Pensavamo fosse il caldo eccessivo ma da lì è cominciato tutto. Le mie assenze per quel nuovo incarico che mi era stato assegnato servivano per le cure. Tu eri impegnata con lei…..e io ti amavo troppo per farti soffrire ancora” -. Ora era tutto chiaro, ricordavo tutto, i suoi malesseri improvvisi, i suoi viaggi, le sue telefonate nel cuore della notte per dirmi “ti amo amore”…….-“Non provare a chiamarmi, non farti altro male, più di quello che io ho fatto a te per proteggerti, credimi solo per proteggerti. Saresti stata la mia infermiera preferita, il mio sostegno, la mia gioia e lo sarai sempre e per sempre. Prenditi cura della nostra casetta, è tua, e cucina sempre quegli adorabili spaghetti alle vongole. I migliori che abbia mai mangiato, e insieme a te. Addio. Amore”-.

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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