Da ieri, 13 luglio, entra in vigore l’autonomia differenziata che porta con sè il rischio grave di un aumento delle diseguaglianze tra regioni in alcuni servizi nei quali già la forbiCe è allargata al massimo. Indipendentemente dai LEP ( che non si possono fare se non in un arco temporale ventennale a causa del grande investimento che l’equiparazione delle condizioni di partenza richiede) dare la possibilità alle Regioni che hanno disponibilità finanziare di migliorare i servizi anche con l’offerta di maggiori guadagni per il personale sanitario o scolastico in un contesto di grave crisi di sostenibilità del SSN, produrrà con il depauperamento della sanità o della scuola nel Meridione un aumento dell’esodo migratorio per motivi di salute o per motivi di studio, con il relativo peggioramento dei sistemi in tutte le regioni meridionali. Se ci fosse bisogno di autorevoli pareri, su questa scellerata legge che finirà con il legittimare sul piano normativo il divario tra Nord e Sud,il presidente dell’Istituto Gimbe, autorevole osservatore del sistema sanitario italiano, sostiene che l’attuazione di maggiori autonomie in sanità da un lato amplificherà le inaccettabili diseguaglianze regionali, dall’altro rischia di sovraccaricare i servizi sanitari delle Regioni del Nord con aumento dei tempi di attesa e peggioramento della qualità dell’assistenza sanitaria per i propri residenti. Ovvero, in sanità l’autonomia differenziata legittimerà normativamente il divario tra Nord e Sud, violando il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nel diritto alla tutela della salute e assesterà il colpo di grazia al Ssn. Peraltro, andando ‘in direzione ostinata e contraria al Pnrr, il cui obiettivo trasversale è quello di ridurre le diseguaglianze regionali e territoriali e di rilanciare il Mezzogiorno”. Ora ,stando così le cose le reazioni che partiti e parte della classe politica meridionale hanno offerto sono diverse e di diversa attuabilità. La sinistra e i sindacati lavorano per un referendum abrogativo, correndo però il grande rischio che, come avviene da dieci anni a questa parte, i referedum non raggiungano il quorum del 50+ 1 dei votanti ( solo nel 2011 il referendum sull’acqua riuscì a raggiungere il 54 per cento dei votanti ribadendo la volontà del popolo italiano che la risorsa rimanesse bene pubblico ( e si è visto come è stata rispettata la volontà degli italiani con la privatizzazione parziale della risorsa del Sud !!!) mentre cinque regioni italiane hanno optato per il ricorso alla Corte Costituzionale sulla base del concetto che la legge non garantisce per davvero l’ugucaglianza dei cittadini nella fruizione dei servizi. Una iniziativa molto più convincente e che è sperabile possa provocare una sentenza storica di fronte a svariati e reiterati tentativi di dividere il Paese in due categorie, quella dei ricchi e quella dei poveri. Per la Basilicata è evidente che a questo punto la comunità regionale si aspetta una decisione della Regione analoga a quella presa dalle altre cinque, tra cui anhe regioni settentrionali: è un dovere da persone che hanno la responabilità della conduzione delle Istituzioni, è un dovere da cittadino lucano ed è un dovere che prescinde dalle appartenenze partitiche o dalle convenienze elettorali. Ogni tentativo di posticipare una decisione, di annacquarla o di spostare l’attenzione sul referendum abrogativo è chiaramente non solo un atto di viltà ma un tradimento vero e proprio della Basilicata. E’ questa la vera prova del nove che la variegata “maggioranza di necessità ” alla Regione deve affrontare. E per fare questo è urgente che sidnacati, associazioni, comuni e cittadini semplici facciano sentire la loro voce al Palazzo e sotto il Palazzo .Rocco Rosa
AUTONOMIA DIFFERENZIATA, CHE ASPETTA LA BASILICATA A INTERESSARE LA CONSULTA!??
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