
gerardo acierno
Mentre scrivo è il primo dei tre giorni “gialli”. Poi verranno quelli “rossi” e gli “arancioni”. E ancora i “rossi”, sperando, infine, che l’Epifania tutti i virus si porti via.
È il ventuno dicembre di questo anno difficile, incerto, sospeso. La nebbia che rovista in giardino e che va facendosi gelo sul ramo dei cachi annuncia l’inverno, costringe lo sguardo a rinchiudersi oltre i certi confini. Nel borgo non si scorgono segni natalizi in questo tempo tormentato. Sulle colline e nei fossi né si vede il muschio né si annusa il profumo dell’agrifoglio. La neve di bambagia usata per scrivere gli auguri sulle vetrine dei barbieri è reperto pompeiano. Questi giorni prefestivi non si caricano delle allegrie dei figli e dei nipoti, bloccati dai decreti governativi oltre l’Arno, il Po e il Rubicone. E qui, nella casa un po’ dimessa, si avverte una sorta di letargo che logora e sfinisce. Ricorro, quindi, alla memoria, “che – come diceva il vecchio Edipo di Sofocle – sempre mi accompagna, che è la mia ombra e la mia scorta”.
Un tempo di questi giorni stuccavo ogni fessura della casa perché la felicità non scappasse e, rileggendo un buon libro, le mie ore cristiane di allora attraversavano la foresta dei secoli e mi raccontavano il viaggio Divino che dura da oltre duemila anni. I rintocchi delle campane della mia chiesa sostenevano una fede inesorabile come la primavera che avanza nelle cortecce. La mia gente era gente di bottega. Aveva un colore un po’ anemico, tipico della categoria ma quando si riuniva intorno al fuoco sfavillante della Vigilia si sentiva odore di fatica e di sudore. Quello non era il sudore dei ribaldi: sapeva di serenità e di speranza. Sapeva di pace e di onestà. Sapeva di amore infinito e di gioia di vivere.
Eravamo giovani, allora, e come dice il Prof. Ivano Dionigi “avevamo il futuro nel sangue e il privilegio di dare del tu al tempo.”
Ma i nostri figli, i nostri nipoti hanno da noi ereditato questo privilegio oppure gli è stato negato? E se ciò è accaduto, di chi la colpa se non di noi stessi?
Qui, è vero, non si è più né basilischi né drude né senzacristi … siamo cambiati, ci dicono, ma navighiamo a vista: sui monti s’azzuffano pale e cinghiali, sulle marine rispuntano sepolti veleni, nei borghi di pietra e licheni chierici e simulacri giocano a tressette col morto e col nibbio veleggiante sui tormenti e sulle discordanze continuiamo a raccontarci cadute e timide risalite, discese e faticose arrampicate sul tavolo spoglio del gioco della vita.
Cambierà, Basilicata, sì, cambierà! Ma quando?
Buone Feste, Basilicata!