BRERA,FRA ECONOMIA CIVILE, FINANZA E CORREZIONI

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Un ‘romanzo keynesiano’ intorno agli anni 80 e F. Caffè

di Antonio Lotierzo

Accattivante ed istruttivo, è il risultato dell’incontro con questa ‘narrativa ibrida’ di Guido M. Brera che prende il titolo da un verso interrogativo del cantante F. De Gregori: “Dimmi cosa vedi tu da lì” (Solferino, aprile 2022). Scandito in dieci capitoli, di una chiarezza espositiva limpida, il romanzo è una rievocazione degli anni Ottanta, in cui si mescolano gli episodi personali, che fungono da cornice, almeno per i miei interessi (la malattia del padre Roberto, descritta come spia della destrutturazione del sistema sanitario; la formazione universitaria a Roma di un economista; l’avvento dell’ Aids e dei consumi di eroina, gli scioperi dei minatori, ) al cuore del racconto che è la descrizione del ruolo sociale della finanza e lo scontro fra i deregolarizzatori della teoria neoclassica ( da Adam Smith a Milton Friedman e gli allievi di Chicago) contro John M. Keynes, Franco Modigliani e il Mit. Fra questi secondi, s’inscrive anche l’opera di Federico Caffè, il cui fantasma aleggia in tutta la narrazione, ombra cara descritta con ammirazione, anche quando Brera si serve del modello di ‘non fiction novel’ che il giornalista-scrittore Ermanno Rea dedicò a Caffè con ‘L’ultima lezione’ (Einaudi, 1992). Ascoltate lo stile di Brera: “ La finanza è una lotta senza quartiere con le variabili. La finanza è l’unico, vero modo di prevedere il futuro: determinandolo”(p.12) E l’invettiva del fantasma Caffè che, già dal 1973, esprimeva la “preoccupazione per i fiumi di denaro che convogliavano in Borsa: la requisitoria contro l’atteggiamento passivo, quindi sconsiderato, della politica” e quell’ “uomo si scagliava contro l’insufficienza della politica davanti a un capitalismo opaco come un fiume sporco, che faceva dell’Italia una pianura alluvionale dove imperversavano violenti capitani di ventura”(p.13). E scorazzavano i Demoni! Caffè seguiva Keynes nel tendere verso una ‘civiltà possibile’, fondata su di una “ politica economica votata alla riduzione delle diseguaglianze, pronta ad intervenire per rimettere le cose in equilibrio, per garantire il benessere di tutti”(p.21), constatato che la Mano invisibile del libero mercato non aveva funzionato ed aveva accettato le ingiustizie e le tensioni sociali in quanto operava alla realizzazione del profitto per pochi, alla precarizzazione del lavoro, al consolidamento delle ingiustizie sul tappeto della storia. Bisognava attaccare la mistica del ‘punto di vista del Tesoro’, che si fondava sui vincoli di bilancio e sul taglio della spesa pubblica. Per fare questo era necessario puntare alla crescita dell’occupazione e ad un controllo statale della politica economica, innescando una democrazia del controllo quale aveva realizzato il
laburista Clement Attlee e che sarà poi tradita da Tony Blair, dal boom della City, fondata sulla liberalizzazione finanziaria, dai corsari dell’impresa, la cui vetrina sono i grattacieli di Canary Wharf e lo strombazzare la fine della storia, nel 1989, quando il nemico sovietico, in grado di incarnare un’alternativa, per quanto debole e autoritaria, sembrava permettere all’Occidente di avviare la sua controrivoluzione.

F.CAFFE’

G.M.BRERA

La finanza era ed è un ‘gioco di pazienza’, un ‘aspettare, aspettare, aspettare’ ma poi muoversi decisi, perché ‘ i rigori si battono forte’ (le metafore e i parallelismi calcistici sono qui frequenti ed utili connessioni). Ma già dal descritto lunedì 12 maggio 1986, quando in Borsa si erano scambiati 400 miliardi di lire in un listino di appena 208 titoli, agivano gli ‘agenti incappucciati, che operavano insider trading, big bluff, bolle, pulsioni bestiali, tinti di cocaina e violenza predatoria, mutui subprime, tanto da incenerire il sistema del credito degli Usa, narra Brera. L’avidità riassume lo spirito dei tempi, quello in cui la finanza si è
ritenuta l’unica misura del valore, mentre era la leva che aiutava ad accedere al denaro soltanto chi il denaro lo possedeva già! Ad una ‘finanza buona’, pensata anche da Caffè ( cioè volta a creare sviluppo sociale per i ceti medio-bassi), si contrappose la vincente rivoluzione conservatrice di Milton Friedman, del libero mercato, teorico della flat tax e del ritenuto effetto tricle-down, il ‘gocciolamento dall’alto verso il basso’ per cui si riteneva che l’alleggerimento della pressione fiscale sui ceti abbienti avrebbe comportato una ‘ ricaduta positiva, una diffusione della ricchezza che gocciolerebbe’ dai ceti ricchi verso il basso,favorendo anche i ceti più deboli. Segnalo ai lettori che a questo punto Brera illustra la bella Favola della Matita (la ‘ I, Pencil’ di L. Read, del 1958) che celebra l’arcano del liberismo. La storia della costruzione di una matita, che mette in moto un’organizzazione di energie e una convergenza di tecniche, è illustrata anche con molte frasi sulla funzione delle mani, custodi di storie, ma anche espressione di un disturbo, lo skin picking, la compulsione ossessiva che impone di tormentare la propria carne, fino a lesinare la pelle. Merci e persone, messe in crisi dal 2020, dal ‘virus’ covid 19 che paralizzava la globalizzazione che aveva reso il mondo ‘piatto’ (T. Friedman) cancellando barriere, delocalizzando, esternalizzando processi, ponendo altrove la sede fiscale, eliminando i diritti dei lavoratori, massimizzando profitti ma aumentando la crisi climatica e consumando cieli, mare e terra. La pandemia da coronavirus frantumava la logistica, lo scheletro della globalizzazione. F. Caffè, nel giugno del 1984, dedicò la sua ultima lezione, prima di sparire, contro questa Mano invisibile del libero mercato, che va corretto con un intervento pubblico nell’economia che vada a sanare le disuguaglianze sociali indotte dalla controrivoluzione conservatrice. Questa ricostruzione è mischiata alla verosimiglianza narrativa, per cui si trovano tante pagine su Roma ( che “ è una città di illusioni, di inganni e miraggi, vane promesse che beffano l’orgoglio e perfide apparenze che beffano lo sguardo”,p.63) mescolate al chiaro del periodo che va dalla ricostruzione del 1947 alla catastrofe dei mutui subprime e all’esplosione delle bolle finanziarie per terminare coi Diavoli, gli ingannatori ma anche col racconto del rognone che W. Siti chiede al ristorante parlando all’amico delle ragioni che spinsero Bruto, assassino di Cesare, a togliersi la vita ( celebrato nel suo repubblicanesimo dal Leopardi). Il valore di Bruto, la capacità di uscire di scena, “qualità che difetta agli dei.(…) Se progredire è superare il limite, ciò che viene dopo può essere spaventoso. Restare indifferenti diventa vile”(p.149) Poi riporta una frase, estratta da un’iscrizione citata in un libro su Mario Draghi, riflettiamoci sopra:” se hai perso il denaro non hai perso niente, perché con un buon affare lo puoi recuperare; se hai perso l’onore, hai perso molto, ma con
un atto eroico lo potrai riavere; ma se hai perso il coraggio, hai perso tutto”! E’ l’indicazione morale, che poi Brera applica al riformista, che viene deriso ed è incompreso perché sostiene che se il capitalismo è il nostro sistema, allora ( a parte le teorie risorgenti sul suo abbattimento) conviene che lo si faccia funzionare, che si preferisca la gradualità, il poco alla trasformazione radicale delle strutture. Affrontate e superate la pandemia e la guerra antioccidentale, il male da affrontare resta il cambiamento climatico globale, che minaccia l’estinzione della nostra specie pensante. “ Come l’estinzione, la salvezza non può che essere collettiva”: questa è la teleologia del laicismo politico, per quanto possa sembrare anche una ripresa della teologia o religione civile della storia. 

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Sull' Autore

Antonio Lotierzo

Nato a Marsico Nuovo in provincia di Potenza, dal 1976 risiede a Napoli, pensionato. Pubblica nel 1977 la sua prima raccolta di poesie, Il rovescio della pelle, in cui descrive il mondo rurale contemporaneo del Sud Italia col linguaggio del dadaismo e della neoavanguardia. Il suo stile poetico include elementi dell'ermetismo di Leonardo Sinisgalli e dell'uso creativo del dialetto di Albino Pierro, con influenze abbastanza evidenti di Montale, Attilio Bertolucci e Pascoli. Dopo la seconda raccolta di poesie Moritoio marginale (1979), si dedica allo studio della storia contemporanea e all'antropologia positivistica, pubblicando saggi in entrambi i settori e partecipando a concorsi universitari. Nello stesso periodo cura la prima pubblicazione delle opere del folklorista Michele Gerardo Pasquarelli (1876-1923), e traduce I canti popolari di Spinoso. Fra le opere storiografiche pubblicate da Loturzo figurano monografie su Spinoso, San Martino d'Agri e Marsicovetere; su Marsico Nuovo pubblica invece un volume di toponomastica.[1] Nel 1978 fonda la rivista Nodi, di cultura progressista oltre che letteraria, pubblicata fino al 1985. Nel 1992 vince il Premio Alfonso Gatto a Salerno con la poesia Rosa agostana.[2] Nel 1994 vince il Premio Internazionale Eugenio Montale, sezione inediti, prestigioso riconoscimento del Centro Montale presieduto da Maria Luisa Spaziani, con Materia e altri ricordi.[3] Nel 1996 vince, all'interno del Premio Pierro a Tursi, il premio per il miglior componimento in un dialetto di area lucana con la poesia Agri (Ahere). Loturzo ha curato le antologie Poeti di Basilicata con Raffaele Nigro[4] e Dialect Poetry of Southern Italy con Luigi Bonaffini.[5] Nel 2001 l'editore Dante & Descartes di Napoli ha pubblicato tutte le sue poesie in Poesie 1977-2001.[6] Dirigente scolastico di vari licei (Cassano all'Ionio, Torre del Greco, Napoli piazza Cavour e Napoli Mergellina), è in quiescenza dal 2014; l'ambasciata di Francia gli ha concesso l'onorificenza dell'Ordine delle Palme Accademiche, col titolo di Chevalier, n.38/Roma/12 febb, 2014.

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