CAPIRSI COME SOLO I BAMBINI SANNO FARE

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Quando si arriva a Lampedusa su un barcone immagino che le necessità siano numerose e diverse. Tra bambini, ragazzini, mamme, neomamme e prossime al parto, euomini, lo sforzo della macchina dei soccorsi di frequente  sfora i confini dell’emergenza, di acqua, cibo, vestiti e medicine, e impegna altre sfere, spesso emotive, che la logica del soccorso immediato non riesce a  sostenere. Soprattutto i bambini, di nazionalità diverse, dai neonati ai ragazzetti, si trovano dopo un lungo e doloroso viaggio in un posto sconosciuto dove tutto si muove velocemente, dove il transito si trasforma in stazionamento non si sa quanto lungo e dove la vita deve ricominciare in qualche modo. Quando non ci sono le parole a consentire tutto questo si può ripartire da un luogo, pensato per consentire la socializzazione dei piccoli emigrati attraverso un linguaggio di immagini,  che diventa il filo della speranza per grandi e piccini. Una biblioteca di “Silent book” , di libri silenziosi dove le storie sono rappresentate attraverso figure che qualsiasi bambino può conoscere e riconoscere. Ce lo racconta Concita De Gregorio nel suo blog, attenta osservatrice e narratrice di storie e d esperienze davvero singolari, attraverso la descrizione di chi si è adoperato in questo progetto. Un’ idea attuata da una organizzazione internazionale, Ibby, (International board on book for youngpeople)nata da una ebrea tedesca che, nel 1945, pensò, al suo rientro in Germania, che l’identità di un paese poteva ricostruirsi attraverso i libri per bambini. Chissà quante persone, a quell’epoca, avranno condiviso o semplicemente compreso il valore di un libro, perdipiù per l’infanzia, come segnale di rinascita di un popolo e di un paese. Mi riesce più semplice pensare che per molti il messaggio sia passato come una follia, una aggressione dopo lunghi anni di guerra, di disorientamento, un’utopia. Invece un libro sa esattamente cosa dirti e cosa darti anche se non l’hai scelto e se non l’hai cercato. Non vi è mai capitato, nell’immensità della scelta di un libro qualsiasi, che i vostri occhi cadano su testi inusuali, che probabilmente non avreste mai sfogliato e che improvvisamente vi incuriosiscono senza un motivo preciso? E che, sebbene non rappresenti la scelta definitiva, vi rimane tra le mani per qualche minuto a significare qualcosa? Ebbene, un libro racconta anche quando è chiuso, quando si ascolta l ‘odore di stampa…si, si ascolta. Non li ascoltate mai gli odori quando sfogliate le pagine? Eppure è un meccanismo molto più sottile dell’odorare l’inchiostro, è quello che ti entra dentro dandoti la percezione esatta del tempo che è stato impiegato per quel libro…per raccontare, per dire, per rappresentare. Nella stampa c’è un tempo scandito, quello delle parole che si susseguono una dietro l’altra dando il ritmo ai pensieri narrati. E nella stampa prendono forma le immagini, poi i colori e le sensazioni che bastano a volte da sole a raccontare senza che una virgola possa spiegare. Un linguaggio più semplice, più elementare quello delle figure, delle forme, il primo che si insegna ai più piccoli, quello che poi ti consente di collegare le parole e i gesti. Ma anche quello che unisce, che lascia pochi dubbi e che intercetta più pensieri verso un’idea comune, almeno nella prima infanzia. Allora, aggregare attraverso una forma riesce più semplice che farlo intorno ad una parola. Giocare intorno una immagine cattura gli occhi piuttosto che la bocca e le parole diventano un inutile esercizio se non richiesto. La conoscenza attraverso l’immagine diventa uno strumento per comprendersi, per chiedere e chiedersi, per superare confini, che siano tra paesi che siano tra sedie occupate intorno ad un tavolo, per incrociare occhi di colore diverso e fare in modo che quegli occhi guardino attraverso un’unica forma, anche in silenzio. Per diventare amici, complici e fratelli forse non occorre parlarsi all’inizio ma condividere qualcosa che permetta di riconoscersi, di darsi la mano anche se i colori sono diversi. A Lampedusa i bambini, ma anche i ragazzi e gli adulti stanno compiendo il primo passo verso la conoscenza reciproca in una biblioteca, tra libri …perché dove c’è un libro non c’è solitudine!

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