Che ci sia stata contaminazione esterna di materiale pericoloso, lo dice l’Arpab, nella documentazione data al consigliere regionale Perrino ( m5S) che aveva chiesto l’accesso agli atti. L’agenzia di protezione ambientale non solo parla del cromo VI, ma enuclea altre sostanze tali da far scfattare il pinao di caratyterizzazione della zona contaminata. Dice il consigliere regionale di cinquestelle che “Gli esiti delle analisi eseguite nel corso delle attività del piano di caratterizzazione destano grande preoccupazione e necessitano di interventi e azioni immediate. In un documento di Arpab datato 1 settembre 2017, i, si fa esplicito riferimento ad una significativa contaminazione da Alifati Clorurati Cancerogeni (in prevalenza Tricloroetilene) e da Cromo Esavalente. Il Tricloroetilene presenta concentrazioni fino a quasi 500 volte superiori al limite normativo previsto (703 ug/l rispetto al limite stabilito nel d. lgs. 152/2006 di 1,5 ug/l) mentre il Cromo VI ha concentrazioni al di sopra del limite normativo (18 ug/l rispetto a 5 ug/l nel piezometro C08 e 9 ug/l rispetto a 5 ug/l nel piezometro SP21). Sono dati talmente preoccupanti che la stessa Arpab ha suggerito di mettere in atto operazioni di messa INsicurezza atte a limitare la migrazione del Cromo VI all’esterno del sito (avendo la concentrazione di quest’ultima sostanza registrato un valore pericolosamente a ridosso della soglia limite, ovvero 4,8 ug/l). Arpab, infatti, suggerisce la realizzazione di una barriera idraulica a valle del sito e conseguente avvio di un monitoraggio mensile delle acque di falda all’interno ed all’esterno della barriera”.
“E’ quanto mai necessaria e urgente – sostiene Perrino – un’efficace e tempestiva azione da parte del Governo regionale per evitare che la situazione si deteriori ulteriormente. Ci faremo carico di proporre al Consiglio un atto di indirizzo alla Giunta per affrontare immediatamente questa ennesima potenziale emergenza ambientale”.
“Era il 2015 – ricorda Perrino – quando la Sogin, l’azienda di stato incaricata per le attività di smantellamento, rinveniva sostanze inquinanti nelle acque di falda superficiali all’interno del perimetro dello stabilimento come cromo esavalente, idrocarburi, ferro e trielina. Il rilevamento di queste sostanze fece scattare le procedure previste per il piano di caratterizzazione tutt’oggi in atto nello stabilimento. Nell’ottobre 2015, il piano veniva approvato, prevedendo l’installazione di piezometri per il monitoraggio della contaminazione dell’area interessata. All’ultimo tavolo della trasparenza tenutosi nel giugno 2017 – sottolinea il consigliere – la Sogin, da noi interpellata, ha affermato che la contaminazione era dovuta ad una ‘sorgente storica’ collegata alle attività di un impianto che operava su quel sito all’inizio degli anni ‘80, quello di Magnox. Quest’ultima si sarebbe occupata di produrre combustibile nucleare per alimentare la centrale nucleare di Latina e le sue attività sarebbero definitivamente cessate a seguito dell’esito referendario del 1987 che sancì il definitivo addio dell’Italia all’energia nucleare”. S
torica o no, la contaminazione c’è 4ee bisogna itnervenire.